I Druidi

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Data di pubblicazione: 19 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

I Druidi derivano il loro nome da dru-wid, il quale deriva a sua volta dall’unione di due parole celtiche: “dru” = quercia, e “vir”, un termine che significa “saggezza”, contenente la medesima radice del latino videre, “vedere”, per cui il senso complessivo sarebbe “coloro che sanno per mezzo della quercia”.

Essi svolgevano, genericamente, le funzioni sacerdotali, tuttavia non si limitavano a presiedere alle cerimonie del culto, ad essere il collegamento tra gli uomini e gli Dèi, ma erano anche responsabili del calendario e guardiani del “sacro ordine naturale”, oltre che filosofi, scienziati, astronomi, guaritori, veggenti, maestri, giudici, consiglieri del re, medici e molto altro ancora. Un re non dichiarava mai guerra ad un altro re se non dopo il beneplacito del Druida anziano.

Essi scandivano il tempo secondo avitici rituali. Tutta la concezione del tempo, per i Celti, era regolata sulle fasi della luna, patrona della fecondità della terra e delle donne, basata su quattro grandi eventi stagionali, di cui l’Irlanda ha conservato il nome.

L’anno cominciava il 1° maggio, cioè con la stagione dei giorni più lunghi; in Bretone giugno è detto “mezza estate”. L’inverno cominciava il 1° novembre, in bretone l’inizio dei “mesi neri”, così come mostra il nome di ottobre “sotto-autunno”. Tutte le conoscenze e i segreti erano appannaggio dei Druidi.

È possibile che all’inizio, essi formassero un’unica classe ma poi la loro organizzazione si sviluppò, divenne più complessa e perciò si articolò in classi diverse.

Una di queste riuniva in Gallia i Vates, specializzati in sociologia, in storia e in scienze naturali, e per finire, vi furono ai margini della collettività druidica i Bardes, sorta di poeti-cantastorie ufficiali della società celtica e, nello stesso tempo, cronisti. Infatti, in un’epoca in cui non esistevano i giornali, gli avvenimenti erano divulgati da interminabili cantilene che il popolo ascoltava con passione.

Nella gerarchia irlandese, invece, a fianco dei Druidi compaiono i Filid, che svolgevano in qualche modo le funzioni scientifiche e poetiche ed erano, quanto a dignità, uguali ai Druidi, nonché disposti secondo una rigida gerarchia. In sostanza la parola druido significa “molto saggio”, gli antichi avevano sentito parlare di loro fin dal IV secolo a.C. ed avevano un profondo rispetto per le loro conoscenze e la loro saggezza.

I Druidi rappresentarono la vera memoria storica di un popolo che non utilizzava la scrittura. Della letteratura orale druidica di canzoni sacre, formule per preghiere ed incantesimi, regole per la divinazione e per la magia, non è sopravvissuto nulla, neppure in forma tradotta, non esiste neppure una leggenda che sia stata tramandata in una forma che potremmo chiamare druidica pura, ovvero senza modifiche e reinterpretazioni cristiane. Da quel poco che conosciamo delle pratiche druidiche, esse appaiono profondamente legate alla tradizione e conservative, nel senso che i Druidi custodivano gelosamente i loro segreti.

Tombe e luoghi di culto ci parlano di credenze, cerimonie religiose, rituali, attraverso i quali è possibile giungere a delle ricostruzioni attendibili sia sulla civiltà celtica che sui Druidi. Tuttavia, ad un certo punto della storia celto-gaela il divieto di scrittura cadde, e il gaelico divenne la terza lingua più parlata d’Europa dopo il latino e il greco.

In Irlanda sono conservate più di 300 iscrizioni funebri risalenti al tempo dei celti goedeli, che testimoniano la scrittura celtica, l’Ogham, una scrittura seppur limitata a situazioni sacro-religiose ad esclusivo appannaggio dei Filid e dei Druidi, pertanto l’indagine di questo antico e sacro alfabeto ci porta a contatto diretto con la cultura Druidica, dal punto vista esoterico e magico, e diventa chiave di conoscenza del Sacro e Divinatorio. La sua origine viene attribuita al dio Ogme, l’Ogmios gallico, cui viene attribuita la magia, la parola e la scrittura.

Da qui la sacralità dello stesso termine ed ancor più della scrittura, che dunque è uno strumento potente, buono e terribile allo stesso tempo, infatti l’Ogham era destinato a brevi testi d’interdizione o incantesimi e maledizioni, poiché i testi più lunghi ed articolati erano affidati alla memoria dei Druidi e dei Filid.

Ciò fu dovuto al fatto che una volta decaduto il divieto di scrittura dei testi e delle conoscenze sacre i Druidi, essi si diedero da fare per scrivere i loro testi al fine di salvaguardare la loro secolare cultura sciamanico-magica. Purtroppo quello che non riuscirono a fare i Romani, per via dell’Inquisizione dove gran parte di quei preziosi testi fu bruciata.

Fortunatamente qualcosa è sopravvissuto grazie ad un lavoro sotterraneo e continuato di alcune antiche famiglie scozzesi, irlandesi e gallesi, che hanno tramandato leggende e riti ai loro discendenti. Sia i singoli che le famiglie in questione, cercano in tutti i modi di mantenere l’anonimato al fine di poter custodire il sapere senza essere assaliti da persone di ogni genere, hanno preferito che il mondo li credesse definitivamente estinti.

Non abbiamo nessun testo che riassuma l’insegnamento dei Druidi, ma sappiamo che, senza essere esoterico o segreto, esso era riservato agli allievi delle loro scuole, specie di seminari agresti, lontani dall’agitazione del mondo e frequentati soprattutto dai figli dell’aristocrazia. La cosiddetta scuola druidica aveva una durata minima ventennale, e molto spesso gli allievi venivano scelti ancora piccoli, perché la mente del fanciullo è priva di schemi mentali pregressi, ed era più facile allenarla alla comprensione totale e plurima della natura in tutte le sue forme (come accadde con il piccolo Artù che venne affidato a Mago Merlino).

I Druidi furono al tempo stesso molto di più, e qualcosa di meno dei sacerdoti di una religione “druidica” o “celtica” come alcuni storici moderni li hanno dipinti. Officianti, sacrificatori ed aruspici durante le cerimonie sacre, essi furono anche giudici, medici, maghi, poeti, rappresentando la vera memoria storica di un popolo che non utilizzava di fatto la scrittura.

I Druidi erano un’espressione viva e vitale della società celtica primitiva, legati a filo doppio con quella particolare struttura sociale e, con lo spegnersi degli stati celtici indipendenti, furono condannati a scomparire.

Per meglio capire questo concetto fondamentale bisogna rifarsi alla “ideologia tripartita” degli indoeuropei, come sviluppata e mirabilmente analizzata da George Dumézil.

Tutte le società indoeuropee, all’inizio della loro storia, sono accomunate da una tripartizione della società in tre funzioni: la prima è la funzione sacrale della sovranità, del sacerdozio e della giustizia; la seconda è la funzione guerriera, propria dei nobili e dei possidenti di terre o di bestiame; nella terza, la funzione produttiva di beni materiali o spirituali è per i contadini, gli allevatori, gli artigiani e gli artisti.

Questo vale per gli Achei e i per Dori della Grecia, come per i Latini che fondarono Roma, per i Germani delle pianure del Nord come per i primi regni dell’Iran. Inoltre questa tripartizione delle tre funzioni principali, dalle società si riflette anche nella mitologia e nelle religioni di tutti i popoli indoeuropei. La maggior parte di questi popoli possiede una letteratura mitologica che descrive un pantheon di cinque divinità, suddivise nelle stesse tre divisioni funzionali: Regalità, Guerra, Produzione.

Presso i Celti sotto vari nomi di divinità tribali, si ritrovano le stesse funzioni. Taranis-Omigos-Dagda, simbolo della regalità simbolizzato dalla ruota e dall’arpa. Belenos-Teutates sono due aspetti guerrieri cui si affianca Brigit dai molti aspetti (Morrigan la guerriera, Epona portatrice di fertilità e protettrice degli animali, Brigit-Belisana protettrice di poeti e artisti). Ed infine Lug-Lev, dio delle arti e dei Mestieri, Signore dei Tuatha De Danann nella mitologia irlandese, diviene sul finire della civiltà celtica, il dio globale: artista, medico e guerriero.

Tale fu dunque anche la struttura iniziale delle società proto-celtiche che si amalgamarono con i popoli di cultura megalitica già residenti in Europa ai tempi del loro arrivo, da questa fusione nacque una diversificazione del tutto originale che marcò la differenza dei Celti dagli altri popoli di ceppi indoeuropeo.

I Druidi rappresentano dunque un caso unico nella storia dei popoli originatisi dal comune ceppo indoeuropeo.

Espressione profonda e rappresentativa di uno spirito libero, legato alla Natura, nel tempo si dimostrarono il principale e il più profondo legame tra le innumerevoli tribù celtiche, finendo inevitabilmente per scomparire quando questo tessuto sociale venne a mancare: in Europa continentale con la perdita dell’indipendenza e con la progressiva romanizzazione delle principali nazioni celtiche, e in Irlanda, molto più tardi, con l’avvento del Cristianesimo.

Ovviamente, le loro conoscenze non andarono perse in un colpo solo, ma sbiadirono progressivamente; con la scomparsa del suo ruolo centrale nella società, il potere del Druido si scisse progressivamente nei due aspetti di semplice cantore e poeta, più o meno accettato dal potere cristianizzato, e in quello di mago dei boschi, ultimo custode di reminiscenze del sapere tradizionale, isolato ai confini della società.

Ai tempi dello splendore della civiltà celtica, invece, ai Druidi corrispondeva una ben precisa connotazione di prestigio religioso e sociale, simile a quella di altri popoli di origine indoeuropea. Tali ad esempio sono ancor oggi i Bramini tra gli indù, la cui figura risale ancora alle invasioni ariane dell’India, verso il secondo millennio avanti Cristo.

Al duplice ruolo sociale e religioso che li accomuna ai Druidi, i Bramini hanno però aggiunto una diversificazione trasformando il loro ruolo in una casta ereditaria chiusa, mentre presso i Celti non esistevano caste, bensì ruoli funzionali, che permettevano pur sempre una certa libertà di mobilità sociale da una funzione all’altra.

Questo aspetto era ancora più accentuato presso i Druidi che, pur essendo principalmente gli insegnanti dei figli delle classi nobili, accettavano alle loro scuole itineranti qualsiasi ragazzo realmente dotato che desiderasse istruirsi. I Druidi prestavano servizio nel Bosco Sacro (quello dei Carnuti, chiamato significativamente il “Cuore di tutte le Gallie”), vero cuore di ogni popolazione celtica. Qui eseguivano i riti solenni connessi alle quattro Festività, ed esercitavano la loro arte nell’interesse dell’intera Tuath; ogni Bosco Sacro aveva un Capo Druido, alla cui guida gli altri Druidi erano sottomessi. Il Bosco Sacro aveva una sorta di “prevalenza” su tutti gli altri, in cui tutti i Druidi si recavano in occasione della Festa di Samhain.

La quercia per i Druidi era particolarmente sacra, poiché vi si raccoglieva il vischio. I boschi, più ancora dei laghi e dei fiumi, erano luoghi di presenza divina: il bosco era a tal punto parte integrante della cultura dei Celti che per loro non era possibile dissociarlo dagli sforzi per abbattere il nemico. Per i Romani abbattere i santuari forestali dei Celti era importante quanto sconfiggerne le truppe sul campo di battaglia.

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