Il Conte Thorm

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Data di pubblicazione: 20 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

❈ Il Nipote del Conte Thorm ❈

La battaglia e le manovre militari contro le forze del Male avevano da lunghi giorni occupato la quotidianità delle truppe e dei Cittadini di Lot.

All’infuori delle mura, degli edifici e del Tempio di Themis, poco era rimasto in piedi, le strutture in legno bruciate, buone solamente per alimentare il fuoco destinato ad incenerire i cadaveri dei nemici, le strade ridotte ad un ammasso di laterizi precipitati dai tetti delle case, a causa della forza di venti scatenati dalle forze del Male con lo scopo di annebbiare la vista dei Soldati prestatisi alla difesa della città, e le botteghe svuotate d’ogni bene e genere alimentare che ognuno s’era accaparrato prima e durante la battaglia, impaurito da una carestia, avvertita come imminente data la devastazione dei campi adiacenti Lot. Polvere e cenere, ma ancora tanta voglia di ricominciare.

A dispetto di tutto ciò, il Palazzo di Corte si ergeva ancora alto e fiero, pareva, in tutto quel paesaggio di distruzione, come se la mano di Themis si fosse posata su di esso, preservandolo da ogni cataclisma, sembrava che la sua edificazione fosse avvenuta durante una sola notte, la notte dopo il cessare delle incursioni nemiche. I Nobili attraversavano gli ampi corridoi con passo svelto e deciso, attenti ad ogni strano rumore ed indaffarati, per cercare di riportare nella città un giusto equilibrio.

Dopo un periodo di lotte cruente, com’era stata anche quella da poco trascorsa, il tessuto sociale di una città ha bisogno di essere tramato nuovamente e le cariche ridistribuite. Si raccoglie ciò che è rimasto e si riparte quasi da zero.

Le stanze del Conte Thorm erano allora nell’ala destra dell’edificio. Dalle finestre egli aveva la possibilità di osservare una consistente porzione delle mura della nuova Lot e controllare gran parte del movimento della città, anche se tutte queste faccende erano date in mansione alle alte cariche di Lot, mentre il Conte stesso, uscendo dalle riunioni giornaliere con il Granduca, si occupava di firmare atti liberatori o condanne alla prigionia, pene di morte o promozioni.

Le pergamene, che redigevano i vari atti, venivano poi chiuse e sigillate con la firma dell’anello del Conte che, lasciando la sua impronta sulla ceralacca, dava al documento la massima ufficialità e l’inappellabilità eterna. Il cielo su Lot s’era fatto plumbeo e la nebbia, che al mattino un leggero venticello esitante aveva tentato di dissolvere, stava nuovamente avvolgendo tutto con l’approssimarsi del tramonto e il conseguente calo della temperatura; pareva nascesse dal terreno, formando un velo bianco, per poi crescere a vista d’occhio ed alzarsi fin sopra ai cespugli, poi agli alberi e, infine, sopra a tutta la città.

Thorm la osservava e, in quel gioco lattiginoso d’impalpabili bianchi fili, riviveva i momenti salienti della lotta contro Honorius e gli alleati del Male; il grigio si trasformava in rosso scuro, le sagome dei rami d’ogni albero erano spade e scimitarre, le foglie che cadevano erano i soldati uccisi dalle frecce nere ed ogni corvo che s’alzava per tornare nel proprio nido a trascorrere la notte, era l’anima che, uscita dal corpo ormai esanime d’ogni uomo, libera saliva verso l’infinito.

Il Conte, rapito da quelle immagini irreali, non si era accorto che lo avevano lasciato solo. Ognuno dei Nobili, preferendo rientrare nelle proprie stanze prima che le tenebre prendessero il sopravvento, si era congedato da lui salutandolo, ma egli non aveva udito nulla e quel gesto di commiato, fatto con la mano sinistra, che accompagnava ora l’uscita del Conte Erik, ora quella del Conte Petrus e della Somma Sacerdotessa Urania, era stato elargito senza una reale presa di coscienza.

Intanto il portone che dava accesso alla città venne serrato e le sentinelle presero posizione sopra i bastioni. Alabarde e macchine da guerra furono posizionate e pronte a lanciare. Revisionate in quelle poche ore di tranquillità, avevano ripreso il loro aspetto di sempre, lucide nei punti metallici ed ingrassate negli snodi e negli ingranaggi di movimento.

A gruppi di dieci, i Soldati si recavano nella cucina di truppa, per riempire le gavette e mangiare un po’ di calda minestra, prima che, a turno, potessero riposare qualche ora. Gli Ufficiali, seduti nel circolo nella Caserma, fumavano grossi sigari e tabacco da pipa, bevendo sorsate di scuotiventre e parlando della guerra. Grandi mappe venivano distese sui tavolini, pensavano ad eventuali strategie per non subire attacchi così devastanti come quelli subiti nei giorni recenti.

L’oscurità calava e la civetta era nuovamente salita, come ogni notte, sul trono del suo regno. Un rumore lontano di cavalli fece scuotere la sentinella; avvertito l’Ufficiale di guardia ognuno aveva preso posizione. Una carrozza trainata da sei cavalli dal manto scuro giunse correndo davanti al portone della città, nessuno che la conduceva, anzi, un uomo c’era a cassetta, ma trafitto da una freccia in pieno petto, essa lo aveva trapassato e, conficcandosi nel legno alle sue spalle, lo aveva come inchiodato, tenendolo in naturale posizione di cocchiere. La testa ciondolava ad ogni scossa della carrozza.

I Soldati, usciti dalla piccola porticina che si apriva all’interno di un’anta del grande portone, corsero ad afferrare le briglie e, con non poca fatica, riuscirono a domare l’irruenza dei cavalli. Dagli sportelli della nera carrozza non si riusciva a vedere nulla, anche a causa delle tendine interne di grosso lino ricamato.

Grande fu la meraviglia nel notare, disegnato su ogni sportello, il giglio del Granducato unito ad un altro simbolo, a tutti sconosciuto, in oro a sfondo rosso. Questo però non infuse nei Soldati la tranquillità necessaria per aprire con sicurezza la carrozza e vedere chi, o cosa, ci fosse all’interno. Pian piano la maniglia venne girata e l’Ufficiale scostò il drappo.

A sedere non vi era nessuno, né a destra e né a sinistra ma, abbassando lo sguardo, vide il corpo di un ragazzino che, raggomitolato in un angolo s’era addormentato, avvolto nei suoi nobili panni. L’Ufficiale salì nella carrozza e dové sorreggersi per non cadere, dato che i cavalli, sentendosi scuotere da dietro, s’erano imbizzarriti di nuovo, ancora impauriti da tutto ciò che erano riusciti a stento a fuggire. L’uomo si chinò e scosse il giovine.

Quest’ultimo sbarrò gli occhi e, terrorizzato, si ritrasse ancor di più nell’angolo che i sedili facevano con l’anta della carrozza. L’Ufficiale, con parole e con il tono di voce più pacati possibile, lo tranquillizzò e lo invitò a scendere.

Il ragazzo si fece coraggio e, guardandosi intorno con circospezione, scese barcollando. I Soldati lo osservarono e, malgrado le vesti un po’ sporche, compresero subito della sua appartenenza all’alta nobiltà.

Il portone fu spalancato e la carrozza fatta entrare. L’Ufficiale pose qualche domanda al ragazzo, ma egli lo guardava senza dire o fare nulla, eccezion fatta per qualche cenno con gli occhi, ma di poco conto e di nessuna intuizione. Il graduato decise di portarlo a Corte ma, mentre stava per accompagnarlo via, improvvisamente il giovane si divincolò e corse nuovamente all’interno della carrozza.

Tutti restarono inermi a guardare la scena e il ragazzo riscese con una pergamena in mano, che aveva tenuto nascosta all’interno di uno dei sedili, insieme ad altre sue cose. L’Ufficiale fece il gesto di sfilargliela dalla mano, ma il ragazzo, prevedendo tale pensiero, lesto se la mise dentro la giacca di velluto, abilmente ricamata, che copriva una camicia di fine seta bianca con colletto di pizzo.

Il Conte Thorm, nel mentre che avvenivano queste vicende, aveva consumato la sua frugale cena; non era mai stato di grande appetito e si accontentava di poche cose, ma non per questo meno buone. Giunti a Corte l’Ufficiale si fece presentare al Conte dai servitori del nobile Thorm, conducendo con sé il ragazzo.

Thorm lo osservava e, mentre il graduato gli spiegava come il giovine era giunto a Lot, considerava che l’abbigliamento del fanciullo, sicuramente d’aristocratica provenienza, gli era in qualche modo familiare. Gli pose qualche domanda, ma non ottenne risposta.
Il tempo passava e Thorm cominciava un po’ a spazientirsi, già provato dai giorni precedenti, segnati dalla guerra.

La sua voce si fece tonante e fu allora che il ragazzo tirò fuori la pergamena e gliela consegnò. Thorm osservò il sigillo, mille ricordi gli invasero la mente e spazzarono via tutte le brutte immagini lasciate dalla battaglia contro Honorius.

Era il sigillo della sorella Alleire, nata dalle seconde nozze che suo padre ebbe dopo che la madre del Conte morì di peste. Poco sapeva ormai della sua famiglia, ma i ricordi, quelli tornavano prepotentemente alla sua memoria. Ruppe il sigillo e lesse la pergamena:

« Caro Thorm, non so se ancora Vi ricorderete di me, ma io non potrò mai dimenticarVi: siete sempre rimasto vivo nel mio cuore. Tanti anni sono passati da quel giorno che prendemmo strade diverse: Voi partiste arruolandoVi nell’Esercito ed io rimasi vicino a nostro padre. Ricordo come fosse ora quando, poco più che un ragazzo, lasciaste le mura della città, fiero sul Vostro bianco cavallo e nella Vostra scintillante armatura galoppaste incontro al Vostro destino. Poco dopo che Voi partiste, io sposai uno dei Luogotenenti di Corte, ma subito dopo la nascita di mio figlio, purtroppo egli fu ucciso, durante un’incursione di pirati.
Nostro padre è morto l’anno scorso e, da allora, abbiamo avuto innumerevoli incursioni che hanno portato la mia… la nostra città alla rovina. Nessuno è stato capace di prendere in mano la situazione, e tutti si sono accaparrati ciò che era possibile e sono fuggiti: un branco di vigliacchi! Se nostro padre fosse stato ancora vivo li avrebbe uccisi uno per uno, laggiù sul Ponte del Traditore, per poi appenderli in piazza a monito per gli altri. Ormai però tutto ciò è solo un sogno ed è per questo che Vi chiedo un ultimo aiuto.
Dico così perché vedo la mia fine prossima; sono ammalata e presto la Dea Themis mi vorrà con lei. Colui che avete davanti a Voi è mio figlio Roland; ha quattordici anni, è un ragazzo in gamba, ma soffre di mutismo.

Vi prego! Prendete Voi in mano la sua vita e portatelo in alto, portatelo con Voi, tenetevelo accanto ed insegnategli ciò che io non posso più.  Sono stanca, fratello mio, sono stanca di vivere, ma morirò felice se saprò che il mio bambino è con Voi. 
Nella carrozza troverete una gabbia con dentro una colomba, legate il laccio delle scarpe di Roland ad una sua zampetta e lei, che sa la strada, tornerà da me, così io comprenderò che la missione è stata compiuta.

Vi voglio bene, Thorm, Vi voglio bene, fratello mio. Vostra Alleire. »

Gli occhi del Conte presero ad annebbiarsi e, accasciandosi sulla sedia, fu colto dal pianto. Mai nessuno lo aveva visto piangere, ma sapere così della morte del padre e dell’imminente morte della sua unica sorella, lo aveva davvero distrutto. Ora non aveva più legami al mondo se non quel ragazzo quattordicenne che stava davanti a lui, e dal quale poco avrebbe saputo a causa della malattia di cui era sofferente.
Ordinò che qualcuno andasse a prendere la colomba all’interno della carrozza.

Quando l’ebbe fra le mani, Thorm sciolse un laccio dalle scarpe del ragazzo e lo legò alla zampetta del volatile. Poi aprì la finestra del salone e nella notte buia la fece volare.

Aveva richiuso i vetri e si era già voltato quando una civetta si posò sul davanzale e, allargando le ali, fece un gran baccano. Thorm si voltò di scatto e la civetta lo guardò con i suoi occhi gialli sbarrati nell’oscurità, poi volò via. Il Conte diede ordini che il ragazzo fosse portato nelle stanze per gli ospiti, in attesa di organizzargli qualcosa di più familiare. Poi, stanco di quella giornata senza fine, andò a riposare.

Il mattino seguente l’alba non bastò a far intravedere l’azzurro del cielo e la nebbia ancora copriva ogni cosa. Thorm si alzò di buonora e, salito sul suo cavallo, uscì per una cavalcata, seguito dalla sua Guardia personale.

Non fu molto lontano dalle mura quando, rallentando la corsa del suo animale, vide in terra, fra il fango, la colomba che aveva lasciata libera la sera precedente e che a quell’ora doveva già essere tornata dalla sorella di lui. La riconobbe per il laccio di scarpa legato alla zampetta; non avrebbe mai potuto riconoscerla dal suo becco, dato che qualcuno le aveva tagliato la testa…

Pensò alla sorella che sicuramente era in pena non avendo avuto notizie del figlio, ma non c’era nulla che potesse fare, non era quello il momento opportuno per lasciare Lot. Tornò in città e, giunto a Corte, salì di corsa le scale che portavano alla stanza del nipote. Aprì pian piano la porta e si sedé sul letto per guardarlo. Stava dormendo e Thorm lo osservava mentre in quello stesso istante, lontano da quelle forti mura e dalla grande sua capacità di governare, l’amata sorella Alleire saliva in cielo.

Il Conte Thorm aveva ben chiaro in mente che il ragazzo non sarebbe potuto restare a Lot. La città era sotto assedio, il pericolo era sempre in agguato, la notizia della sua presenza sarebbe sicuramente giunta alle orecchie di Honorius e dei suoi servi, e si sarebbe immediatamente scatenata una caccia a cui egli difficilmente sarebbe sopravvissuto.

Prima che la notizia si diffondesse il Conte Thorm chiamò il Governatore Normanno e gli diede ordine di portare immediatamente, e di persona, Roland in un monastero vicino a Telthartown ed affidarlo alle cure dei monaci che vi risiedevano. Il tutto doveva restare assolutamente segreto.

I mesi trascorsero uno dietro l’altro e, così come ognuno di noi nasce e poi muore, anche i giorni si susseguivano a ritmo continuo. Lot era continuamente assalita ed in parte distrutta, ma la costanza di voler proseguire e vincere tutti su tutto, faceva sì che il popolo sconfiggesse gli invasori e ricominciasse a vivere.

Il nipote del Conte Thorm, una volta presa confidenza con il nuovo luogo e con i monaci che vi risedevano, fu dato in consegna ad un Precettore che tenesse conto della sua malattia e lo istruisse. Non che egli fosse ignorante, anzi, da ciò che il maestro poteva osservare ogni giorno il ragazzo dava dimostrazione di grande maturità ed intelligenza. Ciò che doveva dire lo scriveva, fino a quando il Precettore non cominciò a comprendere il linguaggio dei gesti e le sue espressioni, allora tutto divenne più semplice.

Il Conte Thorm seguiva l’istruzione del nipote e lui stesso, quando poteva raggiungerlo senza pericolo, s’impegnava ad insegnargli l’arte della guerra e a tirare di scherma. Forse non sarebbe potuto diventare un Generale dell’Esercito, ma aveva grandi possibilità di poter un domani, alla morte del Conte, divenire erede al trono del Granducato.

Un giorno avvenne che Thorm dové allontanarsi per affari di stato urgenti, c’era da stabilire nuovi confini e nuove terre da conquistare, prossime all’allora Ducato di Lot. Il comando della città, sotto le attente direttive del Granduca, restò in mano ai Governatori, i quali non avevano certo nulla da imparare e sapevano altrettanto ben gestire il governo di Lot. Una cosa però venne a mancare: l’attenzione vigile, ma discreta, sul ragazzo, in quanto nessuno era a conoscenza della sua esistenza.

I primi giorni, durante l’assenza di Thorm, tutto proseguì normalmente: galoppata del mattino, lezioni di musica ed altre materie letterarie, pomeriggio matematica e fisica applicata, sera trascorsa a giocare a scacchi con i Nobili della corona. Poi qualcosa scattò nella mente del giovane ed un mattino egli si allontanò dal monastero, dirigendosi verso i Monti delle Nebbie.

Era ancora presto e le tenebre non avevano dato posto alla luce, rotoli di nubi girovagavano nel cielo, coprendo il luccichìo delle poche stelle rimaste. La luna faceva capolino da quei cumuli d’aria informe, illuminando un po’ quegli istanti prima dell’alba.

Il ragazzo camminava lesto e deciso, pareva sapesse dove andare anche se quei luoghi per lui erano ignoti; nessuno ce lo aveva mai portato, dato che erano terre pericolose anche per il più abile Soldato. Non si era nemmeno procurato un cavallo, per non destare sospetti nello stalliere del monastero che dormiva nelle scuderie.

Il solo suo compagno era il suo fedele lupo, che lo seguiva ovunque fin da quando il Conte Thorm glielo aveva regalato. Giunto ai margini della radura antistante le pendici dei Monti delle Nebbie si arrestò, indeciso su dove andare. Il lupo uggiolava, forse impaurito dalla nebbia che non permetteva la visibilità, o forse timoroso per il pericolo imminente.

Ad un tratto un Orco saltò giù da una pietra enorme, era immenso, gli occhi più grandi delle mani, una corazza che faceva spavento e digrignava dei denti che parevano sciabole. Il ragazzo fece per fuggire, come se si fosse destato da un sonno profondo; il lupo si scaraventò contro l’Orco che lo prese per la testa e lo buttò da un lato, stordendolo e rendendolo così inerme, afferrò il giovane per la gola e lo trascinò via. Poco distante, l’entrata di un cunicolo dava accesso ad una caverna.

Il ragazzo fu gettato nel mezzo di un’ampia sala sotterranea e tutt’intorno quei bestioni fecero circolo ridendo di lui e sbavandogli addosso. Poi d’un tratto una voce impose il silenzio. Veniva dall’alto, dal basso, da destra e da sinistra… veniva da ogni dove.

Roland tremava come una foglia, ma in lui e nella sua mente giocavano le parole dello zio Thorm, che sempre ad ogni incontro cercava d’inculcare nel nipote il coraggio del Soldato e la forza dell’impavido guerriero. Tutto ciò lo fece reagire, permettendogli di restare fermo in piedi.

«Ho fatto catturare la tua volontà dal Mago Skrondo, perché tu fossi condotto qui al mio cospetto.»

Un Orco mise un piede sulla testa del ragazzo, per farlo inginocchiare.

«Ora, se vorrai tornare a Lot, dovrai promettermi obbedienza e giurare di aiutare la mia nobile causa.» Queste due ultime parole furono dette dalla voce con l’eco di una risata, seguita da quella di tutti gli Orchi della caverna. Il ragazzo comprese che poco c’era da fare, se non giurare il falso, pregando prima la Dea Themis di perdonarlo per tale peccato.

«Giura!» gridò la voce dalle ombre. Il giovane alzò la mano in segno di giuramento. Gli Orchi cominciarono a battergli le mani sulle spalle, non rendendosi conto della differenza di mole fra loro e lui; egli cadde in terra più e più volte.

«Basta!» impose nuovamente la voce. «Non siamo qui per scherzare. Lot deve cadere, Thorm deve morire.»

«Cadere! Morire! Cadere! Morire!» urlarono a gran voce gli Orchi; il giovane cercava di chiudersi le orecchie con entrambe le mani, ma le voci erano assordanti. Da dietro ad un Orco sbucò un Goblin, piccolo e verde, che teneva in mano un’ampolla.

«Prendi quell’ampolla» tuonò Honorius «essa contiene un raro veleno mortale, che dovrai versare nel cibo di tuo zio la prima volta che egli verrà da te. Una settimana dopo egli morirà come un topo con l’intestino atrofizzato e senza più alcuna speranza di tornare in vita, e così Lot sarà finalmente mia.»

Una lunga risata spaventosa seguì l’ultima esclamazione, poi proseguì: «Ricordati che hai giurato d’innanzi a me, e se non rispetterai il giuramento io stesso tornerò a prenderti e morirai così come è morto il conte Erik.» Il Goblin afferrò l’accetta che teneva nella cintura e, preso un grosso ratto che passava lì d’innanzi, gli staccò la testa di netto.

Il ragazzo ebbe un sussulto mentre la testa del ratto gli rotolava in mezzo alle gambe. La voce smise di tuonare e, come per incanto, il giovane si ritrovò solo nella caverna; nessun Orco, nessun Goblin solo il ratto decapitato e, nella mano, l’ampolla con il micidiale veleno.

Il lupo nel frattempo, seguendo le sue tracce, lo aveva raggiunto e ringhiava sull’entrata del cunicolo. Roland prese a correre verso di lui e fuori dalla caverna. Uscito all’aria aperta gli sembrò di rinascere, si era fatto giorno. Correndo a più non posso, con dietro il suo fedele compagno, riprese la strada per il monastero. Quando giunse fuori le mura nascose l’ampolla dentro la giacca e, con una scusa, riuscì a giustificare con il Priore la sua assenza.

Passarono i giorni ed il Conte tornò a visitare il monastero. Thorm volle subito rivedere il nipote che tanto gli era mancato, così si diresse nelle sue stanza e lo trovò che stava in un angolo della sua camera, insieme al suo lupo, e guardava fuori. Le lacrime solcavano le sue guance.

Quando Thorm si fece avanti e lo chiamò, il ragazzo gli si fece incontro ed abbracciandolo chiese perdono, con l’aiuto del Precettore che traduceva i suoi gesti, del male che aveva fatto giurando per salvare la propria vita, giurando a favore delle forze del Male.

Thorm ascoltò il racconto nei minimi dettagli e rincuorò il ragazzo facendogli comprendere che lui aveva agito per difesa personale e che non aveva avuto altra possibilità. L’ampolla fu presa il consegna dal Conte.

La vita del Conte fu così salva grazie alla bontà del nipote che non ebbe paura di andare contro la volontà delle forze del Male, ma oggi sappiamo ciò che purtroppo gli è accaduto e che la vendetta di Honorius non si è fatta certo attendere.

Data la lunghezza dell’articolo, il post è stato diviso in più pagine:

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