Il Segreto della Vita

Pubblicato il: 16 ottobre 2011 ©Giardino delle Fate

Lui era un figlio della Terra, innamorato della Vita e delle sue meraviglie. Risuonava con la bellezza del Creato e ne coglieva la magia e il mistero, traducendoli in poesia.

Da sempre era in cerca, perché nulla riusciva davvero a saziarlo, e la libertà dai vincoli del mondo non gli bastava mai. Gli avvampava dentro un qualcosa senza nome, e come un antico cavaliere errante gli sembrava di aver antiche ferite che niente pareva lenire. O forse, pensava altre volte, era solo nostalgia. Ma di cosa?

Ogni tanto si sentiva come solo, scisso, separato da se stesso, o forse dalla Fonte che dà origine a ogni cosa…

Soltanto la Natura, nel suo avvolgente abbraccio così simile all’amore di donna nel quale amava tanto immergersi, sembrava placare il suo desiderio bruciante, quasi avido, di conoscere e possedere. Per un poco. Dentro, sempre una smania di andare, di cercare, di conoscere ancora. Era come un assetato che non trovava acqua capace di placargli la sete.

Cercava nei boschi, sui monti, e dei suoi monti conosceva ogni recesso, ogni segreto. Dialogava con tutti gli Elementi e più e più volte si era intrattenuto in colloquio con distinti esponenti dei Piccoli Popoli, antichi Guardiani della Terra, ed aveva avuto accesso ai loro misteri. Ma ancora non gli bastava.

Il suo fuoco interiore e la sua sete di libertà e conoscenza lo spingevano lontano, sempre più lontano. La vita di ogni giorno lo legava con mille nodi e lui sempre sapeva scioglierli quel tanto che bastava per volare ai luoghi in cui rigenerare la sua anima. Ma la sete era tanta, sempre, ancora…

Un giorno i suoi monti presero a cantargli l’eco di montagne più impervie e lontane, oltre l’orizzonte a lui noto. Allora si mise in viaggio, ancora una volta. Risalì il corso dei fiumi, percorse intricati sentieri per giorni e giorni. Finalmente, al tramonto, giunse alla Montagna che sembrava vibrare chiamando il suo nome.

Era come casa. Un tal senso di appartenenza lo pervase che desiderò metter radici lì, come uno degli alberi maestosi che si ergevano di fronte a lui. Il vento sferzava le fronde mentre calava la notte silenziosa, la cima della vetta era ancora bianca di neve nonostante l’estate alle porte, e riluceva candida alla luce della luna che inondava il paesaggio di un chiarore soffuso e surreale.

L’uomo stava lì, senza parole né pensieri, e guardava la vetta. Oltre la fine del bosco, oltre la fine dei prati, l’uomo si spinse fino alla roccia nuda. Lì la parete offriva alla vista, nel chiarore dell’astro notturno, una piccola cascata, appena un velo d’acqua che scendeva dall’alto con suono cristallino.

Forse, pensò, quell’acqua purissima gli avrebbe placato la sete dell’anima… Allungò una mano verso i riflessi argentei e la ritrasse svelto, con un tuffo al cuore. Non era solo.

Dal nulla, avanti a sé, tra lui e la cascata, una giovane donna era apparsa, quasi a proteggere quel santuario inviolato. Era diafana, eterea eppure regale nella minuta presenza. A lui sembrò che pian piano lei prendesse consistenza umana, quasi di carne.

Ma non era una figlia della Terra, capì subito che apparteneva a una dimensione più sottile, leggera e luminosa, e come altri della sua mitica stirpe invisibile custodiva sulla Terra i segreti senza Tempo dell’Eterno.

La creatura gli rivolse, guardandolo ferma negli occhi, una muta domanda che a lui echeggiò potente nel cervello: «Cosa ti porta fin qui?»

«La mia sete…» rispose l’uomo, senza parole, e intanto sentiva un groppo in gola e risalirgli dentro un fuoco di passione, avido di lei e dell’acqua che lei custodiva.

La creatura aveva fattezze di donna, e come tutte le donne – custodi del segreto della Vita – era bella, bellissima e vicina, troppo vicina per non poterla toccare… Pareva così umana e insieme così divinamente irraggiungibile, e per questo doveva essere… sua.

Ancora una domanda di lei lo raggiunse dentro, arginando il suo slancio: «Cosa vuoi?»

Lui deglutì, e per un attimo pensò che quello era ciò che voleva… voleva lei, la desiderava più di ogni altra cosa al mondo, voleva accedere al suo Regno segreto, come gli antichi cavalieri che nei racconti spariscono agli occhi dell’umano mondo, per vivere eternamente giovani e per sempre liberi e guariti dalle loro ferite al fianco di creature fatate, più vicine al Divino…

Si sentiva euforico, irresistibilmente attratto, ebbro d’eccitazione e d’amore. Finalmente la sua sete si sarebbe spenta, e quel fuoco dentro che lo consumava si sarebbe estinto, lasciandolo in pace. Si protese con slancio verso lei, voleva ghermirla con tutta la passione di cui era carico, ma lei lo precedé. Con un gesto della mano, semplice e fermo, lo arrestò, toccandolo al centro del petto.

Il tocco di lei aveva un calore sconosciuto e penetrava oltre le barriere della mente e del cuore. Era potente, delicato e struggente, quel tocco, e scioglieva col calore della compassione, di un Amore assoluto che tutto vedeva e comprendeva senza giudicare, senza porre condizioni. E nello stesso tempo, forse per quello, era scomodo.

L’uomo si sentì confondere e la guardò, sgomento e impaurito.

Lei lo teneva a sé tenendogli lo sguardo negli occhi, ed ancora la sua voce gli risuonò dentro: «Guardami. Cosa vedi nei miei occhi?»

«Vedo il mio riflesso… vedo il mio viso… me stesso.»

«Guarda oltre. Cosa vedi?»

«Vedo i miei occhi riflessi nei tuoi occhi…»

«Guarda ancora, oltre te stesso.»

«Vedo…»

E finalmente, oltre le immagini riflesse, l’uomo poté vedere il Vuoto, il vuoto nero, profondo e scintillante nelle pupille, varco illuminante in cui la forma spariva per lasciar spazio all’Essenza.

Lei continuò: «Sei pronto a lasciare le cose in cui credi? Le cose cui sei più attaccato, le cose che pensi di essere e avere? Non puoi varcare la Soglia altrimenti… nel mio Regno tutto è leggero, tutto è luce cangiante, equilibrio, amore, armonia… Non puoi portar altro che te stesso, e tu non sei ciò che credi… entra se vuoi, leggero, senza pesi e senza orpelli… entra, e lasciati fuori, e muori… muori… muori…»

La voce di lei continuava a risuonargli dentro… Morire!… La paura lo attanagliava… non aveva chiesto questo… La testa pareva scoppiargli mentre il corpo nonostante tutto ancora bruciava di desiderio. Dentro di sé sentiva mille e mille forze in conflitto che gli toglievano la forza stessa di combattere, e finalmente la battaglia gli consumò l’energia che gli restava. Cadde in ginocchio. Finalmente, esausto, comprese.

Come dall’alto, ora vedeva se stesso, e in un attimo colse tutta la sua pesantezza. Il peso della sua vita, il peso del desiderio, il peso di tutto ciò in cui si era sempre riconosciuto… Il peso di ciò che lo distingueva agli occhi suoi e degli altri, il peso della paura di perdere tutto, il peso stesso della sua ricerca che lo portava a cercare lontano una libertà che avrebbe trovato solo dentro di sé, abbandonandosi…

Quello era il peso, l’ostacolo che si frapponeva tra lui, figlio della Terra, e il Regno dello Spirito al quale inconsapevolmente aveva chiesto l’accesso chiedendo di entrare nel mondo fatato… Non il peso del corpo che Madre Natura amorevolmente gli aveva dato, non il peso della sua umanità, non quello, ma un peso più insidioso e subdolo, quello dei pregiudizi e dei condizionamenti che non riusciva a lasciare, il peso delle sue e altrui aspettative e quello delle cose alle quali ogni giorno si attaccava, fossero esse cose che egli possedeva o in cui credeva ciecamente, o cose di cui si compiaceva… cose nelle quali si identificava, perdendo il senso e la prospettiva stessa della sua identità Reale, di quell’Essenza che andava oltre la forma e l’apparenza… Era quello che doveva morire, di sé, perché lui fosse finalmente libero…

Cercando un’illusione di appagamento e libertà aveva trascorso anni, e gli parevano secoli, lontano dal presente, e ora al Presente tornava, e veniva accolto. Nel tenue biancore silenzioso della notte illuminata, come un evento scritto e irrinunciabile si compiva finalmente l’incontro tra due mondi che avevano atteso di ritornare uno, poiché Uno erano sempre stati.

Piangeva, l’uomo, e le sue stesse lacrime erano l’acqua che gli placava la sete, mentre la febbre gli bruciava il corpo consumando ed estinguendo ogni desiderio. Era sfinito, sconvolto e affranto, eppure per la prima volta si sentiva in pace. Era come aver rimarginato in sé un’oscura ferita che separava la Terra e il Cielo, la Natura e lo Spirito…

Una nuova leggerezza si faceva strada dentro di lui, con la consapevolezza di essere finalmente integro, non più scisso o separato dalla Fonte Originaria, ma appartenente ad essa eppure vivo e parte delle Natura terrena che amava…

E la voce di lei gli risuonò ancora, dentro: «…la libertà vera, Reale, è libertà da se stessi… solo questa dà libero accesso ad ogni Regno, ad ogni dimensione dell’Essere…solo così sarai sempre accolto…»

Mentre l’alba accendeva di rosa dorato la vetta, l’uomo si sentiva rinascere col nuovo giorno. Finalmente era libero.

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