Il Tesoro delle Fate

Pubblicato il: 12 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

(Leggenda Svizzera)

A quei tempi la valle del Gerina, era la più bella delle Alpi svizzere, con succulenti pascoli e campi fertilissimi, tanto che la chiamavano «La verde». Nel mezzo v’era un grazioso laghetto, e sulle rive del lago, un villaggio lindo e civettuolo.

Il proprietario dei pascoli e dei campi si chiamava Aimone, ed era un uomo di vecchio stampo, legatissimo alle tradizioni, cordiale, generoso, galantuomo sino allo scrupolo, e perciò benvoluto da tutti.

Si sosteneva che la prosperità del luogo, fosse dovuta alla particolare protezione delle Fate, che abitavano in una caverna sulla roccia sovrastante la vallata. Certo è, che Aimone faceva collocare ogni mattina, un secchio di latte su un’enorme pietra a forma di altare, che era disposta proprio sotto la rupe, e qualche minuto dopo, il secchio appariva vuoto. Chi lo vuotava, e come?

Nessuno era riuscito mai a saperlo, giacché finché qualcuno rimaneva lì vicino al secchio a spiare, il secchio rimaneva pieno. Il padrone d’altronde, aveva lanciato terribili minacce contro coloro che si mostrassero in proposito, troppo curiosi; ed ognuno sapeva, ch’egli era un uomo da mantenere ciò che prometteva.

la-verde

Ma un giorno Pietro, il figlio del padrone, un giovinetto di forse quindici anni, volle penetrare il segreto di quel latte che scompariva così misteriosamente, e appena il secchio fu posto sulla pietra, egli si mise lì di guardia e vi restò tutto il giorno. A sera, il secchio era ancora pieno, ma il latte s’era guastato e si dové buttar via. Quello stesso giorno, morì la più bella capretta del gregge, la preferita di Pietro.

Quando questi tornò a casa, il padre lo chiamò nella sua camera e, chiusa la porta e la finestra affinché nessuno udisse, gli parlò in tono grave: «Ascoltami bene, figlio mio. Tu non sei più un bambino ormai, e certe cose le puoi capire. Per fartele capir meglio, ti svelerò un segreto che si è conservato per secoli nella nostra famiglia, trasmesso da padre in figlio. Tu conosci il Rubly, la roccia che domina la nostra vallata, e sai che circa alla metà di essa si apre una grotta: là dentro abitano da secoli, due Fate che proteggono la nostra famiglia e la nostra alpe. In ricompensa di questa protezione, ogni mattina faccio portare sulla pietra che sai, un secchio di latte. Sono le Fate che scendono a prenderlo e lo bevono, è l’unico loro nutrimento. Ma guai a colui che volesse impedire alle Fate di prenderlo, guai al temerario che osasse esplorare la loro grotta! Tu oggi hai commesso appunto il primo di questi sacrilegi, e stasera la tua capretta favorita è morta. Ti consiglio or dunque, di non voler ripetere più il tuo atto insano.»

Pietro, stupito per le parole che udiva, passò tutto il giorno seguente a guardar di lontano la roccia, e la caverna che vi si apriva a metà; e a furia di fissarvi lo sguardo, gli parve di vedere infatti due forme bianche e leggiadre, fluttuare nel sentiero verdeggiante che menava alla grotta. Da quel giorno credé fermamente alle Fate della Verde, e si sarebbe guardato bene dal tentare ancora l’esperimento che gli era costato già, la perdita della capretta favorita.

Trascorsero gli anni, e Pietro divenne un bel giovane, laborioso e aitante. Tutte le ragazze del villaggio lo avrebbero voluto per marito, ma egli pareva insensibile alle loro grazie e alle loro moine. Tuttavia venne il momento anche per lui, d’innamorarsi.

Era capitata in paese una bellissima fanciulla forestiera, a nome Iolanda. Si vociferava che venisse dalla città, e che fosse figlia di un signore, i suoi modi erano assai più gentili di quelli delle valligiane, ed anche la sua bellezza aveva qualcosa di più fine e delicato. Pietro avrebbe dato chissà cosa per sposarla, ma la ragazza si mostrava restia alle nozze, ed ogni volta che il giovane gliene aveva parlato, ella, severa, aveva deviato il discorso.

Un giorno, un pastore sceso dai monti che sovrastano la valle, aveva donato a Pietro uno strano ciottolo molto pesante, di tinta nerastra, con certe venature che, a guardarle da certi punti di vista, luccicavano come pagliuzze d’oro. Pietro aveva mostrato gioioso il ciottolo alla bella Iolanda, che nel vederlo si era istantaneamente trasfigurata.

«Ascolta, Pietro» gli aveva asserito. «Se tu riesci a trovare la miniera d’oro che è certamente nel Rubly, io ti sposerò. Ma non tentar neppure di cercarla da solo, esporresti inutilmente la tua vita, e morresti come i tanti che ti hanno preceduto. Bisogna che nelle ricerche ti guidi una Fata. Sai tu, se in questo paese ce ne siano?»

«Sì» rispose impudemente il giovanotto, assai speranzoso. «Ne conosco due.»

«Ebbene, eccoti una preghiera magica che costringerà le due Fate che tu conosci, ad indicarti la miniera.» E cosi dicendo, tirò fuori dal seno una pergamena scritta mediante caratteri dal color vermiglio, e la porse a Pietro.

Che lotta fu, quella che sconvolse per i tre giorni successivi il cuore del povero ragazzo! Da una parte c’era il rispetto dovuto alle Fate protettrici della sua famiglia e della vallata (come avrebbe osato far loro violenza?); dall’altra parte, c’era il suo folle amore per Iolanda.
Vinse, si sa, l’amore.

Sicché, in una fosca notte d’estate (grossi nuvoloni si rincorrevano nel cielo), il giovane partì per la montagna. La pergamena, gli bruciava le dita.

Arrivato che fu sul sentiero che conduceva alla caverna delle Fate, dové fermarsi, perché il cuore gli batteva forte forte. Poi riprese cautamente il cammino, e giunse all’ingresso della grotta che nessuno finora aveva mai violato. Accese una torcia a vento, e si mise a leggere la formula magica trascritta col sangue sulla pergamena.

Ma, appena ebbe pronunziate le prime parole, l’intera montagna cominciò a tremare dalle fondamenta, un fragore terribile uscì dal profondo dell’antro e si ripercosse per tutta la valle; lampi squarciavano il cielo, e la rupe, oscillando sulla sua base, precipitò con spaventoso fracasso sui prati sottostanti.

Allorquando sorse l’alba, illuminò uno degli spettacoli più tragici di desolazione: i bei pascoli della Verde erano spariti, e al loro posto v’era un terreno squallido seminato di macigni, e di sassi di tutte le dimensioni.

Di Pietro non si seppe più nulla, non si riuscì nemmeno a ritrovare il suo cadavere.

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