La collina del vitello fatato

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Data di pubblicazione: 19 ottobre 2011 ©Giardino delle Fate

Vi è a Tipperary una delle colline più strane del mondo. C’è un picco sulla sua cima che sembra un berretto da notte di forma conica gettato negligentemente sulla testa, come quando al mattino vi alzate.

Proprio sulla sua sommità vi è stata costruita una sorta di loggia dove, d’estate, la signora che la fece erigere ed i suoi amici si recavano in gite di piacere; ma tutto ciò fu molto tempo dopo i giorni delle Fate, forse ora è in stato di abbandono.

Tuttavia, prima che la loggia fosse costruita o il terreno seminato, esisteva vicino alla cima della collina un’ampia pastura dove un mandriano trascorreva le sue notti e i suoi giorni col suo bestiame.

Questo luogo era stato un antico Regno delle Fate e il Buon Popolo era indignato dal fatto che la scena dei loro giochi scanzonati e briosi fosse stata invasa dal brutale scalpiccio di tori e vacche. I muggiti del bestiame offendevano le loro orecchie e la Regina delle Fate della collina decise di scacciare di persona i nuovi arrivati, e state a vedere come fece.

Quando giunsero le notti del raccolto e la luna splendeva chiara e brillante sulla collina e le bestie se ne stavano quiete e silenziose a riposare e il pastore, avvolto nel suo mantello, se ne stava a fantasticare col cuore rallegrato dalla meravigliosa compagnia delle stelle che splendevano sopra di lui, immerso nella luce che rischiarava tutto il cielo, ella venne a danzare.

Veduta dalla magica collina di Knocksheogowna innanzi a lui, ora con un aspetto ora con un altro, ma tutti egualmente ripugnanti e spaventosi, ella una volta assunse l’aspetto di un grande cavallo, con ali d’aquila e coda di drago, sibilando e sputando fuoco, poi improvvisamente si trasformò in un omiciattolo zoppo di una gamba, dalla testa di toro e circondato da una fiamma che lo lambiva torno torno. Poi in una enorme scimmia dai piedi d’anitra e la coda di tacchino, ma non basterebbe tutto il giorno per raccontare tutti gli aspetti che ella assunse.

E poi ruggiva o nitriva o sibilava o muggiva o ululava o lanciava il grido della civetta come nessuno mai aveva udito ruggire, nitrire, sibilare, muggire o ululare a questo mondo. Il povero pastore si copriva il volto e si appellava a tutti i santi, ma a nulla servì.

Con un soffio del suo alito ella faceva volar via il pesante mantello, per quanto forte quello cercasse di stringerlo e di coprirsene gli occhi, e non un santo del cielo gli prestava la minima attenzione.

E quel che è peggio, non riusciva nemmeno a muoversi, no, nemmeno a chiudere gli occhi, era obbligato a rimanere lì, inchiodato da una forza sconosciuta, lo sguardo fisso su queste visioni tremende, finché i capelli gli si rizzarono sulla testa e i denti rischiarono di cadergli a forza di stridere.

Il bestiame invece sembrava impazzito, come se fosse pizzicato dai tafani; e tutto questo ebbe termine solo al sorgere del sole. Le povere bestie erano stremate dalla mancanza di riposo e nemmeno il pascolo servì a ristorarle, inoltre cadevano vittime di un incidente dopo l’altro.

Non passava notte che qualcuna di esse non cadesse in una buca e si storpiasse o, addirittura, morisse. Alcune cadevano nel fiume e affogavano; in una parola, sembrava che queste disgrazie non avessero fine.

Ma a peggiorare la situazione, non si poteva trovare un pastore che attendesse di notte al bestiame. Bastava una sola visita delle Fate per far quasi uscire di senno anche i più coraggiosi. Il proprietario del terreno non sapeva più che fare. Offriva paga doppia, tripla, quadrupla, ma nessuno accettava per denaro di affrontare l’orrenda visione dell’essere fatato.

Questa si rallegrava del buon esito della sua decisione e continuò le sue burle. Mentre il bestiame man mano diminuiva e nessuno osava rimanere sul posto, le Fate cominciarono a tornare in gran numero e scherzavano più allegramente di prima, bevendo gocce di rugiada in coppe di ghianda ed apparecchiando i loro banchetti sul cappello di grossi funghi.

Il contadino sgomento cercava invano un rimedio. Si accorgeva che le sue sostanze diminuivano di giorno in giorno, i suoi braccianti erano terrorizzati e il giorno di paga si avvicinava. Non dovete dunque meravigliarvi se appariva abbattutto e passeggiava tutto triste.

Ora, viveva da quelle parti un uomo di nome Larry Hoolahan, che sapeva suonare la cornamusa meglio di chiunque altro nel raggio di quindici parrocchie. Larry era un giramondo attaccabrighe e non aveva paura di nessuno. Dategli un po’ da bere ed avrebbe sfidato il diavolo. Avrebbe affrontato un toro impazzito o una belva con le sole sue mani.

Durante una delle sue tristi passeggiate il contadino lo incontrò e a Larry, che gli domandava la causa del suo abbattimento, narrò tutti i suoi guai.

«Se è tutto qui quello che ti cruccia» disse Larry «tranquillizzati. Se pure a Knocksheogowna ci fossero tante Fate quante piante di patate a Eliogurty, non esiterei ad affrontarle. Sarebbe proprio bella se io, che non ho mai avuto paura di un uomo in carne e ossa, voltassi la schiena ad una ridicola Fata, che non è grande nemmeno quanto un pollice.»

«Larry» disse il contadino «non essere tanto presuntuoso, perché non sai chi ti ascolta; ma se mantieni la tua parola e badi alle mie mandrie per una settimana sulla montagna, potrai vivere a mie spese finché il sole non si sarà consumato, fino a ridursi a duna fiammella grande come una monetina.»

L’affare fu concluso e, non appena la luna fece capolino dalla sua cresta, Larry salì in cima alla collina. Era stato ospite a casa del contadino ed era tutto imbaldanzito dal liquore di malto.

Così si sedé su una grossa pietra, al riparo di un incavo della collina, la schiena al vento, e tirò fuori la sua cornamusa. Aveva appena cominciato a suonare, che si udì la voce delle Fate, sovrastante il suono dello strumento, come un fiotto di musica.

Immediatamente esse scoppiarono in una gran risata e Larry poté distintamente udirne una dire: «Che cosa? Un altro uomo sul terreno delle Fate? Va’ regina, e fallo pentire della sua imprudenza» e poi fuggirono via.

Larry le sentì passare vicino al viso che volavano come uno sciame di moscerini e, alzando gli occhi, scorse tra se e la luna un grosso gatto nero, dritto sulla punta delle zampe a dorso ritto e miagolava che sembrava un mulino ad acqua. Poi improvvisamente cominciò a gonfiarsi verso il cielo e, girando sulla zampa posteriore sinistra, piroettò finché non cadde al suolo, dove rimase sotto forma di un salmone, con una sciarpa al collo ed un paio di stivali nuovi.

«Forza bella» disse Larry «se tu balli io suono la cornamusa.» E cominciò. Così lei si trasformò in questo, in quello e in quell’altro, ma Larry continuava a suonare come lui solo ne era capace.

Alla fine ella perse la pazienza, come fanno le donne quando non prestate orecchio ai loro brontolii, e si tramutò in un vitello biancolatte come la panna di Cork e con gli occhi dolci come quelli della ragazza che amate. Si avvicinò tutta gentile e affettuosa, sperando di coglierlo di sorpresa e di giocargli poi un brutto tiro. Ma Larry non si lasciò ingannare, perche quando lei gli si avvicinò egli, gettando la cornamusa, le saltò in groppa.

Ora, dalla sommità di Knocksheogowna, volgendo lo sguardo ad ovest verso l’ Atlantico, potete vedere la Shannon, regina dei fiumi, «allargarsi come il mare» e scorrere dolcemente, attraverso la bella città di Limerick, fino a mescolarsi con l’oceano.

Il fiume brillava quella notte sotto la luna ed appariva stupendo dalla collina lontana. Una cinquantina di imbarcazioni scivolavano su e giù, seguendo la dolce corrente, mentre il canto dei pescatori si alzava lieto dalle sponde.

Larry, come ho già detto, era saltato in groppa alla Fata e questa, approfittando dell’ occasione, spiccò un balzo dalla cima della collina e con un sol salto rimbalzò sulla Shannon, che pure scorreva a ben dieci miglia dalla base del monte.

Tutto si compì in un solo istante e quando ella atterrò sulla lontana riva, scalciando, scagliò Larry sul soffice terreno. Non appena questi si fu rialzato la fissò in volto e, grattandosi la testa, gridò: «Ben fatto, parola mia! Non è stato un balzo da poco per un vitello!»

Ella lo guardò per un momento e riassunse poi il suo aspetto. «Laurence» disse «sei un tipo coraggioso, vuoi ritornare da dove sei venuto?»

«E così farò» disse costui «se me lo permetterai.»

Mutatasi così di nuovo in vitello, di nuovo Larry le saltò in groppa e con un altro salto tornarono in cima a Knocksheogowna. Ripreso nuovamente il suo aspetto la Fata gli disse: «Hai dimostrato un tale coraggio, Laurence, che finché pascolerai il bestiame su questa collina, non sarai mai più molestato da me o dai miei. Sta albeggiando; va’ dal contadino e riferiscigli quanto ho detto, e se c’è qualcosa che io possa fare per te chiedi e sarai accontentato.»

Così dicendo svanì e mantenne la sua promessa di non visitare più la collina durante la vita di Larry, tuttavia egli non le chiese mai nulla. Suonava la cornamusa e beveva a spese del contadino, sonnecchiava vicino al camino, gettando di quando in quando un’occhiata alla mandria. Infine morì ed è sepolto in una verde vallata della bella Tipperary, ma se le Fate siano tornate alla collina di Knocksheogowna dopo la sua morte, è più di quanto si possa dire.

La collina di Knocksheogowna, la cui posizione è accuratamente descritta, può derivare il suo nome dalla leggenda, oppure tale leggenda deriva da esso, infatti la traduzione letterale di tale nome è “la collina del vitello fatato”.

Olaus Magnus ci dice che «viaggiatori notturni e guardiani di greggi e mandrie possono essere accerchiati da molte apparizioni strane».

La figura di «un salmone con una sciarpa attorno al collo ed un paio di stivali nuovi» forse potrebbe apparire un po’ troppo assurda, ma è opportuno riferire la leggenda come viene raccontata, soprattutto perché costituisce un esempio delle stravaganti metafore che gli irlandesi amano tanto.

Ai cui balli notturni presso un bosco
O ad una fonte assiste il contadino stupito,
O forse sogna, mentre sopra di lui la luna
È arbitra e alla terra avvicina
il suo diafano corso

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