La storia di Iris

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Data di pubblicazione: 12 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

C’era una volta, in un’antica foresta ai piedi dei monti, tra i ruscelli e le praterie più verdi, una casetta isolata e misera, nella quale viveva una povera fanciullina orfana col suo gattone nero Veggente, un bell’animale dal manto color della notte, e dagli occhi accesi e attenti come due lune perpetue e piene.

La fanciullina, che si chiamava Iris, era dotata di una bellezza fuori dal comune. Infatti i suoi lunghi capelli d’oro, scivolavano dolcemente lungo le spalle esili, e due occhioni d’un blu acceso rischiaravano con quella luce interna, anche il bosco più ombroso nella notte più nera.

Iris amava fare lunghe passeggiate con Veggente lungo le rive dei ruscelli, nei fitti boschi di abeti, sui monti ricoperti di fiori, tra le radure isolate. Durante queste escursioni, la fanciullina amava narrare al suo gatto, storie meravigliose e remote di Elfi che un tempo popolavano quelle montagne, di Fate che comandavano i fiori, di Gnomi che pullulavano tra le enormi radici degli olmi.

Iris amava talmente queste leggende, raccontate in un’ epoca ancora felice dalla nonna, che sempre sperava d’incontrare nelle sue uscite le creature magiche, e talvolta addirittura le pareva di scorgere, qua e là tra i cespugli di biancospino o di ginepro, qualche lume misterioso, o addirittura di udire tra i gorgoglii dei ruscelli, una risatina cristallina.

fatine

Iris ovviamente sapeva che quelle visioni e quei suoni erano solo frutto della sua fantasia ma, nella sua solitudine, come fanno tutti i bambini infelici, si chiudeva in quel guscio di sogni insieme a Veggente, che pur essendo un gattone taciturno e serioso, non la lasciava mai sola e le teneva compagnia con la sua ombrosa presenza.

Una bella sera d’estate, o meglio, proprio la sera del Solstizio d’ Estate, Iris non riuscendo a prender sonno a causa di uno strano suono, che le pareva di udire in lontananza e che fendeva l’aria come un’armonia molto acuta, decise di uscire e di scoprire da dove provenisse un tanto singolare rumore. Indossò così la sua bella vestaglia fiorita, che aveva intessuto lei stessa coi fiori di bosco, e seguita da Veggente, uscì nella notte.

In quella notte di mezz’estate, il cielo era limpido come uno specchio e mostrava orgoglioso le sue perle splendenti e silenziose, esattamente come gli occhi di Veggente. La Luna, più bella che mai, troneggiava nel blu del cielo e rischiarava con la sua luce argentea, le folte cime degli abeti scuri, creando trame d’oro sui sentieri addormentati.

Ammirando il bel cielo, Iris e Veggente si avviarono ad “orecchie tese”, verso la parte del bosco da dove proveniva il suono. Avvicinandosi sempre più, Iris si rendeva conto che il misterioso trillo assomigliava molto al ritmo di cento campanelli festosi e, sempre più curiosa, percorse l’ultimo tratto di foresta che la separava dal mistero.

Scorse finalmente una radura, e prudentemente si nascose con Veggente dietro un folto cespuglio di pruni, potendo dal suo nascondiglio spiare, sbalordita, lo spettacolo che le si presentava dinanzi: proprio in mezzo alla radura, bruciava un enorme falò le cui fiamme, anziché essere rosse, s’innalzavano al cielo nelle loro lingue azzurrine, emanando, invece di acre fumo, un aroma di muschio soave.

Attorno al fuoco, cosa incredibile a vedersi e a narrarsi, si stringevano un’infinità di Fatine che danzavano, agitando campanellini colorati nell’aria lieve, e che cantavano melodie così dolci, da incantare anche la pietra più dura.

Le Fate erano piccole ed esili, i loro volti erano simili a quelli delle bamboline di porcellana, così delicati e minuti, che sarebbe bastato un soffio di vento per cancellarli; le loro vesti erano sete intrecciate di rugiada, e le loro ali parevano essere state ritagliate da una soffice nuvola notturna, così come i lunghi capelli argentei, che volavano nell’aria e che danzavano anch’essi, con le allegre fiamme del fuoco azzurrino.

Ammutolita ed eccitata più che mai, Iris usciva, senza accorgersene, sempre di più allo scoperto, approssimandosi imprudentemente al fuoco delle fate, come rapita da quel gioco di luci e colori, da quei suoni tanto soavi e trasognanti. Senza che se ne rendesse conto, alla fanciullina sfuggì un gridolino di gioia sincera, che riecheggiò nella radura e nel cielo, come l’urlo di una rondine in primavera.

D’improvviso dal fuoco fatuo, scaturì come un turbine turchino che avvolse la radura e travolse Iris, la quale si ritrovò come sprofondata in una nuvola leggera, cullata da canti amici e riscaldata da un fuoco odoroso. Intravvedeva in quel celeste che la circondava, le sagome impalpabili ma presenti delle fatine che cantavano e la guardavano dolcemente, accarezzando anche Veggente che, sdraiato su una nuvola di fumo chiaro e per nulla intimorito o meravigliato, sonnecchiava come se si fosse trovato in un bel praticello assolato.

Ma di colpo tutto sprofondò nell’oscurità, e l’ultima immagine che Iris scorse, fu di nuovo quella del limpido cielo del Solstizio d’Estate. Si risvegliò nel suo lettino, nella sua casetta, nel suo boschetto, col suo gattino accanto e rasserenata da un sogno talmente bello, ma delusa che fosse terminato.

Si sedé e si stiracchiò. D’un tratto l’occhio le cadde su una piccola cassa d’argento, che era stata posata ai piedi del letto. Incuriosita aprì lo scrigno e, con uno stupore indescrivibile, lo scoprì colmo d’oro e gioielli così luccicanti e rari, da far invidia persino a quelli di una regina.

Tra gli smeraldi e gli enormi rubini, Iris trovò una bustina celeste, all’interno della quale vi erano un mucchietto di campanelli colorati e la seguente lettera: “Ad Iris, la fanciullina più curiosa del bosco, le pietre più belle, affinché possa vivere come una regina ed essere felice, e a Veggente, il gatto sonnacchione, affinché possa indossare un collare di diamanti. Un abbraccio d’argento, dalle Fate del Solstizio”.

Da quel giorno, la vita di Iris cambiò completamente e non dové più patire né la fame, né la solitudine. Andò a vivere con Veggente in un bellissimo castello, e si circondò dei sui amici più fedeli, ma mai dimenticò la generosità delle fatine che ancora oggi, nella notte del Solstizio d’Estate, danzano e cantano intorno al falò azzurrino, attendendo che qualche bambino triste, solo e incuriosito, invochi timidamente il loro magico aiuto.

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