Leggende di Lot

Pubblicato il: 12 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

☆ I Soli e le Lune di Lot ☆

Il castello apparve avvolto da una leggera foschia, stagliandosi sul crinale di una delle ultime propaggini dei Monti delle Nebbie.
Quelli erano tempi in cui i Saggi, quando la temperatura della stagione lo permetteva, si recavano a fare lunghe passeggiate nelle vallate, seguendo i contorti sentieri che uscivano e poi si addentravano nuovamente dalla e nella boscaglia.

Il loro era un camminare silenzioso e attento. Erano diverse ore che camminavano e decisero di sedersi un po’ in uno spiazzo lontano poche centinaia di metri dal maniero, dove diverse rocce permettevano anche di potersi sdraiare. Il riverbero del sole faceva scintillare le gemme degli alberi, ma non riusciva a fare altrettanto con l’acqua del fossato, che restava scura e senza vita. Dalle mura perimetrali prendevano vita alte torri circolari con, nella sommità, dei percorsi stretti, sufficienti solo per il passaggio di una persona. I sassi con cui il castello era stato costruito avevano con il tempo cambiato colore, assumendo pian piano le sfumature dell’azzurro cielo, del verde foresta e del marrone terra.

Un profondo fossato fungeva, come d’uso anche negli altri castelli nascenti nei dintorni, da difesa personale al Signore che vi abitava e, nell’acqua che ristagnava, si muovevano enormi coccodrilli e serpenti acquatici. In esso viveva uno strano animale, ancora piccolo al tempo del suo arrivo ma che, crescendo, aveva occupato tutta la base del profondo fossato ed ora ne era rimasto prigioniero in posizione perimetrale, tanto da non potersi più girare; la testa però era in direzione del portone d’accesso al castello e sorvegliava ogni movimento, pronto ad intervenire in caso di pericolo. Gli altri rettili camminavano e si muovevano su di lui assorbendo la forza, di cui era generante, dalle squame che ricoprivano tutto il suo corpo.

I Saggi si stavano consultando riguardo alcune pergamene, quando il portone si spalancò ed un uomo a cavallo uscì dal castello a gran galoppo. La bestia sbatteva gli zoccoli a terra come una furia ed alzava nuvole di polvere, colui che teneva le briglie aveva il dorso nudo, portava solo i pantaloni con alti stivali ed una spada conservata nel suo fodero; istigava il cavallo a correre sempre più forte e ben presto sparì completamente dalla loro vista. Essi riuscirono a notare i suoi capelli che scendevano lunghi fin sotto le spalle e che, con il vento della corsa, si alzavano dietro la nuca.

Una volta attraversato il ponte del maniero, il portone si richiuse alle spalle del cavaliere, senza che nessuno si facesse vedere o sentire. Sul volto del Sommo Althair si disegnò uno strano sorriso, gli occhi divennero due fessure che permettevano all’iride solo d’intravedere i contorni delle immagini, la bocca da un lato sinonimo di certezza che colmava i suoi pensieri, ed il naso arricciato, testimone di grandi dubbi. Tutti guardavano lui mentre il cavaliere si allontanava, ma lui non prestò loro la benché minima attenzione.

Trascorse circa un’ora ed i Saggi erano ancora seduti su quelle rocce, quando udirono il rumore del galoppo di un cavallo e volsero tutti lo sguardo verso la direzione in cui il cavaliere si era diretto in precedenza, per poi sparire. Lo videro tornare con lo stesso impeto dell’andata e, giunto a poca distanza dal castello, il portone si riaprì per farlo entrare.

Aveva sempre il dorso nudo, ma il sole permise di notare, sulla sua schiena, delle lunghe strisce di sangue, come se quell’uomo avesse combattuto contro un feroce animale o, forse, contro un branco. Il cavaliere entrò e, come in precedenza, il portone si richiuse.

I Saggi si guardarono uno con l’altro alla ricerca di un pensiero da rubarsi, per poter dare il via ad una conversazione sull’argomento, ma regnò solo il silenzio. I Saggi amano il silenzio, che li predispone alla comprensione di ciò che scoprono, ma spesso esso diventa anche un’arma a doppio taglio, inoculando gocce d’estrema tensione.

Ad ogni modo la giornata volgeva al termine, le ombre iniziarono ad avvolgere i crinali ed il Sommo decise per il rientro di tutti noi a Lot. Si leggeva nei suoi occhi crucciati e nelle rughe d’espressione della sua fronte quanto erano alti e immensi i suoi pensieri; i confratelli si avvicinarono a lui per domandargli cosa fosse celato in tanta riflessione.

Althair si volse un’ultima volta a guardare il maniero. La luce del sole, che era riuscita a togliere quella magia ed inquietudine che le alte pareti esterne sicuramente insinuavano in chi transitava nei paraggi, ora lasciava posto alle prime ombre della sera e, in quell’inizio d’oscurità, di tanto in tanto, le finestre s’illuminavano come se avvenisse per caso e poi, dopo pochi istanti, quegli occhi si richiudevano per riaccendersi in un altro punto. Non un’ombra, non un uomo o qualche figura, passava dietro quelle finestre protette da robuste sbarre, che più volte si annodavano fra loro, rendendo l’intelaiatura difficile da segare o scardinare.

Il Sommo riprese il cammino distanziandosi e, quando ormai gli altri furono convinti che lo avesse fatto per far capire che non erano quelli il momento ed il luogo più adatti per discuterne, egli si fermò poco distante e si voltò. Batté in terra il bastone che teneva stretto nella mano ed esaudì fatalmente la loro richiesta. «Io so chi è quell’uomo e conosco il suo nome, ma non lo avevo mai visto e credevo fosse leggenda. Sono veramente sorpreso che siamo riusciti a scorgerlo e a vedere la sua dimora… strano e, sicuramente, di cattivo presagio.»

Althair sembrò perdersi nel corso dei suoi pensieri, poi, notando gli sguardi interrogativi dei suoi confratelli, aggiunse: «Egli è l’Equilibrio.»

«L’Equilibrio?» si domandarono l’un l’altro, un brusio di passa parola che quando, però, giunse all’ultimo confratello era rimasto tale com’era stato formulato in origine, senza cambiare di una sola lettera, Equilibrio, ed il Sommo continuò: «La Genesi, che ogni giorno voi leggete, rigo per rigo, paragrafo per paragrafo, ha in tutta la sua profonda capacità di diffondere amore per ciò che ci circonda, anche nascosto, nella verità palesemente mostrata a tutti, il mistero della continua lotta fra il Bene ed il Male.»

Si voltò e, vedendo un tronco appoggiato fra due sassi, vi si sedé sopra, invitando anche gli altri ad avvicinarsi. «Nel V passaggio la Genesi riporta che Themis giocò con l’IO e così nacquero i due Soli gemelli, Sol e Pos, e le tre Lune gemelle, Luri, Neft e Uri.»

Tutti i Saggi confermarono, annuendo con la testa. «Poi Themis si accorse della mancata fiducia e la rabbia, accompagnata dalla furia della Madre, fecero sprofondare il Padre nel nucleo di Extremelot, imprigionandolo per l’Eternità. Lo sprofondare dell’Io nel centro della Terra causò tempeste spaventose sulla superficie di Extremelot e nell’atmosfera. L’Ira di Themis uscì dalla sua bocca come un ciclone, che confuse tutto quel che fino allora era stato creato, comprese le tre Lune ed i due Soli. Li allontanò da Extremelot e fu il buio totale, le piante cominciarono a morire e gli animali ad impazzire. Themis, allora, mossa dai suoi sentimenti infinitamente buoni, richiamò a sé un sole, Sol, che portò per mano Luri e la luce tornò.»

Althair disegnò con la punta del suo bastone una serie d’ellissi nel terreno, continuando a spiegare: «Pos rimase con Uri e Neft fuori dall’ellisse di rotazione che hanno Sol e Luri. Il loro compito era quello di non far restare mai Extremelot avvolta dalle tenebre, anche quando Sol, allontanandosi con Luri da Extremelot, si fosse messo a giocare a nascondino con lei. Ma la gelosia e l’invidia di Pos, insieme a quella di Uri e Neft, non tardarono a svelarsi e ci fu una battaglia fatta di luce e d’esplosioni durata molto, molto tempo. Themis, nella sua infinità bontà, cercò più volte di portare Pos alla ragione, sapendo che se lui si fosse calmato anche le due Lune lo avrebbero seguito. Egli invece divenne sempre più malvagio e deciso a spegnere Sol per sempre. Themis, allora, pose fine a quella guerra infinita ed impose la nebbia, un muro fatto d’aria e polveri dense, che non permisero più a Pos di vedere Sol.»

Un confratello domandò: «Bene, fin qui tutto sembra quadrare, ma cosa ha a che fare quel cavaliere con tutto questo?»

Il Sommo accontentò la sua curiosità, che poi era anche quella degli altri Saggi: «Themis così facendo aveva posto la pace lassù. Qui su Extremelot le cose andarono diversamente, come voi sapete, ed il Male cominciò ad imperversare ovunque. Ella, pensò quindi di fare come aveva fatto lassù, ponendo la nebbia fra i due fronti, ma non tenne conto dei venti che spesso spazzano Extremelot e che non poteva cancellare, ostacolando così molte funzioni naturali. Aiutò il Bene a confinare il Male, ma quest’ultimo spesso riusciva a svincolarsi da quella rete, aspettando appunto il dissolversi della nebbia.»

Althair, a quel punto, indicò i Monti lontani. «Le cose si fecero difficili, ma per la nostra Madre ora era compito di noi, Suoi figli, riuscire a risolvere il problema, dato che Lei aveva messo la sua Terra in nostra custodia. Però, nella Sua infinità bontà, non riuscì ad abbandonare completamente il suo popolo ed aiutò l’incontro fra una donna, figlia del Bene, ed un uomo, figlio del Male. Da quell’incontro nacque Bradamar Stone che, ancora oggi, si trova a combattere l’esercito di suo padre per difendere quello di sua madre. Quando al mattino Bradamar vede la nebbia dissolversi un pochino, egli parte a cavallo e va a combattere il Male, riuscendo così a chiudere le maglie di quella rete, che pian piano cerca di allentarsi, per far passare il nemico del Bene e riportare il Caos. Bradamar Stone, dato che è figlio del Male, sente l’influsso delle due Lune che girano intorno a Pos, ma anche quello di Luri, che gira intorno a Sol, ecco dunque che il suo mutamento è continuo e costante. Bradamar è colui che ancora riesce a tenere lontano i due fronti, che però pian piano tendono ad avvicinarsi, essendo le forze del Mannaro sempre meno resistenti.»

A questo punto la narrazione fu sospesa dal grido di un’aquila che si era abbassata sulla verde vallata, dopo l’avvistamento di una preda. La guardarono planare con le sue grandi ali e, con grande curiosità, seguirono il suo rialzarsi in volo con negli artigli un povero leprotto.

Prese la via delle alte vette, dove sicuramente aveva il suo nido con, magari, al suo interno, nel tepore delle piume che prima della schiusa delle uova si era strappata per rendere il tutto più caldo ed accogliente, i piccoli affamati.

Quando il rapace scomparve nel cielo, il Sommo riprese a parlare: «Vi dicevo che Bradamar Stone ed il suo castello esistono fin da tempi immemorabili, da un giorno di cui non conosciamo la data e del quale nessuno ha mai potuto narrare in alcuna storia o leggenda; da allora, egli vive solo in quel castello che, credo, fino ad oggi nessuno avesse mai visto e, si dice, passi le notti a camminare e senza dormire, correndo su e giù per le scale che portano alle sale e alle torri, contorcendosi dai dolori che la mutazione di Mannaro provoca in lui.»

Il Sommo concluse il suo discorso alzandosi e, riprendendo il cammino, proferì: «Così come l’acqua del mare rode lo scoglio sbattendogli addosso, riuscendo, con il tempo, a farsi strada penetrandogli dentro, così il Male sta facendo con Bradamar. Egli è forte, ma nulla può fermare il suo invecchiamento ed il suo indebolirsi sotto le sferzate del Maligno. A Lot solo i Maghi, grazie alla loro arte, riescono a percepire la presenza delle due Lune sorelle di Luri ma, fino ad ora, le percepiscono tutte e tre, anche se poi ogni Veste è votata ad una sola di esse. Un giorno a noi prossimo, o chissà, forse più lontano, se colui che mantiene l’Equilibrio cadrà ucciso dall’ira del Maligno, allora l’Equilibrio si spezzerà: ogni Veste dei Maghi riuscirà a vedere solo la propria luna e sarà il Caos.»

Un tuono improvviso irruppe nella valle, senza nessun lampo che lo avesse preceduto, prese a piovere come mai avevo visto prima. L’acqua scrosciante cancellò, trasportandola in mille improvvisi rigagnoli, l’immagine tracciata nella terra.

Tutti i Saggi accelerarono il passo, ma il Sommo restò immobile, guardando il cielo ormai completamente buio, poi alzò il cappuccio del suo mantello per ripararsi dalla pioggia scrosciante. Li guardò, non era impaurito, a differenza di loro che non sapevano più che strada prendere, ed oltrepassandoli imboccò per primo il sentiero che riportava a Lot.Data la lunghezza dell’articolo, il post è stato diviso in più pagine:

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