L’Ultimo Unicorno

Articolo trasferito dalla precedente versione del sito https://giardinodellefate.wordpress.com

Data di pubblicazione: 21 novembre 2011 ©Giardino delle Fate

La sua mamma le aveva sempre detto di non allontanarsi troppo; la foresta era ricca di misteri che non potevano essere compresi e di pericoli dai quali era difficile scappare. La curiosità e la voglia di raccogliere i fiori più belli per farle un regalo, tuttavia, spinsero Alys a non rispettare il divieto.

Lasciò il sentiero principale e s’inoltrò tra una serie di alberi che, in una giornata di sole limpida come quella, non avevano un aspetto minaccioso, anzi, sembravano invitarla a procedere, rassicurandola.

La bambina raggiunse ben presto un’ampia radura, il verde del manto erboso riluceva alla luce solare ed era adornato da una miriade di fiori di ogni forma e colore. Il bianco delle margherite si alternava al viola dei fiordalisi, al tenue azzurrino dei Nontiscordardimè, fino al giallo chiaro delle primule.

La primavera era la sua stagione preferita, i prati si riempivano di tutti questi colori e lei adorava raccogliere fiori per adornare la loro casetta nei pressi della foresta. Tuttavia, non aveva mai visto un luogo così pregno di colori di ogni genere e i suoi occhi s’illuminarono di colpo.

Dopo un primo momento di pura estasi, iniziò a correre a piedi nudi sul manto soffice del prato, guardando meglio quei fiori così da scegliere il più adatto per la sua mamma. Era molto indecisa sulla scelta, ma alla fine optò per un bel mazzo di fiordalisi. Iniziò a raccoglierli con cura, mentre canticchiava serena una dolce nenia.

I minuti passarono in fretta, trasformandosi ben presto in ore, e la luce dorata del sole lasciò ben presto il posto alle tonalità violacee del crepuscolo. Si stava facendo molto tardi ed Alys decise che era meglio tornare subito indietro, prima che il buio totale la sorprendesse e non riuscisse a trovare più la strada di casa.

Avanzò più cauta cercando di rammentare la strada dapprima intrapresa, ma la foresta le appariva più minacciosa e gli alberi, in un primo tempo accoglienti, ora sembravano mostri dalle lunghe braccia pronti a stritolarla non appena vi fosse passata accanto. Il suo cuore prese a battere con furia accecante, mentre strinse a sé quei fiori raccolti come nel vano tentativo di proteggerli e proteggersi.

Più avanzava, più non riusciva a rammentare quella strada. Era passata davvero di lì? Oh, non era così che la ricordava… Decise di non perdersi d’animo e scelse un’altra via, ma neanche quella sembrava giusta. Era come perdersi all’interno di un labirinto senza uscita, ma come le era stato raccontato nelle storie, ogni labirinto ne aveva una e doveva assolutamente trovarla.

Altri minuti scorrevano impertinenti. Il tempo sembrava accelerare come a volersi prendere gioco di lei. Alys iniziò ad avere davvero paura, ogni minimo rumore la faceva sobbalzare; si guardava intorno, come se temesse che, da un momento all’altro, spuntasse fuori un lupo affamato o magari dei briganti. A lungo avevano narrato di avvenimenti infausti per chi si fosse addentrato nella foresta di notte.

Oltre ai normali pericoli di animali o uomini minacciosi, spesso avevano sentito i lamenti incessanti di strane creature, forse spiriti dei morti che non avevano avuto una regolare e santa sepoltura, o chissà che altro. Al sol pensiero il suo esile corpicino, fasciato da un abitino bianco, iniziò a tremolare come una fragile foglia colpita da un vento spietato.

Infine la notte giunse. Non c’erano più luci a illuminare il luogo, se non le tenui stelle e un pallido stralcio di luna, che sembrava sorridere come divertita dalla situazione della bambina. Alys era ormai stremata. Aveva fame, aveva paura, ed era ormai consapevole che non avrebbe trovato l’uscita di quella sorta di labirinto. Aveva perso in quel gioco.

Calde lacrime sgorgarono dai suoi occhi castani, mentre cercava ancora di chiamare, come tante volte aveva provato, invano, quella, sua madre: «Mamma, mamma mia…» Ora la sua voce si era ridotta ad un suono flebile, impercettibile. Si lasciò cadere a terra, sprofondando in quel manto erboso che ora appariva del tutto nero, non c’era più quel verde chiaro che tanto le piaceva. L’oscurità notturna aveva inghiottito tutto, la notte era diventata la Signora del luogo.

I fiori, raccolti poche ore innanzi con tanta cura, ora scivolarono dalle sue mani, atterrando sparpagliati a terra. Non le importava più. Si era spinta troppo oltre per essi e ora si trovava in un grande pericolo. Si raggomitolò a terra, avvolgendo il suo corpo con le braccia, come nel vano tentativo di proteggersi ed attenuare la paura, ma il suo corpo continuava a muoversi per i singhiozzi causati da lacrime incessanti. Non seppe quanto tempo restò in quella posizione, ma a farla “ridestare” fu il borbottìo proveniente dal suo stomaco.

Era molto piccola, sette tenere estati, tuttavia la disperazione spesso smuoveva anche i bambini. Si alzò da terra, cercando di intravedere se ci fosse un qualche cespuglio intorno a lei. Suo padre spesso tornava a casa con della frutta o delle strane bacche, simili a mele minuscole, che erano molto gustose. Il tenue fascio di luce della luna le lasciava vedere fin poco, ma poteva bastare per muoversi un minimo.

Avanzò il più silenziosamente possibile, cercando dei cespugli o degli alberi bassi ove avrebbe potuto forse arrampicarsi, e alla fine sembrò quasi che la fortuna per una volta, in quella sera, fosse dalla sua parte. Un fascio di luce illuminava un cespuglio colmo di bacche, di cui però non poteva vedere il colore. Si fermò, per un attimo titubante, ma poi l’ennesimo borbottìo del suo stomaco la spinse a prendere una decisione.

Allungò una manina, facendo attenzione a prenderle senza farsi male, e ne portò due alla bocca, mangiandole con foga. Il sapore era diverso da quelle che conosceva, tuttavia era ugualmente gustoso e in parte attenuava la gran fame che aveva. Ne prese altre ed iniziò a trangugiarle con gusto, fino a quando il suo stomaco sembrò chetarsi.

La foresta sembrava silenziosa. Forse sarebbe stata fortunata, forse poteva rimanere lì vicino al cespuglio per una notte e alle prime luci avrebbe fatto ritorno a casa. Chissà com’era preoccupata la sua mamma…

Con quel pensiero si addormentò a terra, fino a quando un dolore allucinante sconvolse il suo stomaco. Si ritrovò a gemere, mentre si accartocciava su se stessa, premendo forte le sue mani sulla pancia come per smorzare il dolore. Impallidì visibilmente divenendo del colore dell’abitino indossato, tanto che se qualcuno l’avesse vista in quello stato l’avrebbe scambiata per un fantasma. Per un attimo temé di morire davvero, cercò di muoversi ma invano.

«Mamma… fa male, mamma aiutami…» gridò tra un gemito e l’altro.

All’improvviso dall’oscurità emerse una candida e limpida luce. Alys spalancò appena gli occhi, mentre giaceva a terra con la schiuma alla bocca e le braccia ancora attorcigliate al busto. Era quello il paradiso tanto decantato dai preti e dai frati intravisti nella sua breve vita? Era dunque morta? Ben presto, tuttavia, trovò le risposte alle sue domande.

Da quella luce bianca emerse una figura. Non era tuttavia una forma umana, simile ad un angelo, bensì assomigliava ad un cavallo di modeste dimensioni, di un bianco lucente simile a perla, due occhi piccoli e blu e… un lungo corno che spuntava dalla fronte. Sbatté le palpebre più volte, incredula, ma non riuscì a proferire parola. Sentiva le forze venir meno e credeva che ormai fosse finita per lei. Forse ad ognuno giungeva uno spirito diverso.

Lo strano ma bellissimo cavallo le si avvicinò. In un primo momento sembrò titubante, poi porse il muso annusandola un poco. Nitrì un suono simile ad un magico canto e lei socchiuse gli occhi, come a volersi beare di tanta bellezza. Poi, la creatura magica posò il candido e particolare lungo corno sulla sua fronte, e per un attimo Alys si ritrovò a gridare.

Una luce accecante, di un bianco opalescente, si liberò dalla sua fronte, e pian piano iniziò a tingersi di colori più scuri: dapprima divenne grigia, poi assunse le tonalità della notte. Alys si accorse che nel mutar il colore, il dolore veniva meno. La stava guarendo!

Incredula lo lasciò fare, ma alla fine di quell’atto, proprio quando la creatura si staccò da lei, si ritrovò priva di energia ma anche di dolore, e perse del tutto i sensi.

Data la lunghezza dell’articolo, il post è stato diviso in più pagine:

Info Post

loading...

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *