Gli Orchi

Pubblicato il: 13 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

Nella mitologia norrena, l’orco (orc sia in tedesco che in inglese) è un mostro antropomorfo, con connotazioni bestiali e demoniache, crudele e divoratore di carne umana.

Si tratta di creature di forma umanoide, appartenenti ad una progenie elfica corrotta nella mente e nel corpo che, a causa delle sofferenze subìte, sono diventate creature malvagie, robuste e forti, dalla statura che raramente supera il metro e mezzo, e che vivono di notte, in quanto sono particolarmente sensibili alla luce del sole.

Gli Orchi sono creature grottesche e deformi, dalla pelle verde scuro fino al rosa chiaro e dalle braccia particolarmente lunghe. Il volto è schiacciato, la bocca ampia dotata di zanne, e gli occhi rossi sono particolarmente adatti a vedere al buio, dato che trascorrono gran parte della loro vita in caverne e gallerie: odiano infatti e mal sopportano la luce del sole, la quale “rende molli le loro gambe e fa girar loro la testa.”

Intimamente crudeli, cannibali all’occorrenza ed antropofagi, sono tuttavia molto ingegnosi e valenti sia nelle opere minerarie che nella lavorazione dei metalli, in particolar modo quando si tratta di produrre armi e strumenti di tortura. Sono estremamente belligeranti e non perdono occasione per scatenarsi in furibonde battaglie senza fine.

L’organizzazione gerarchica è abbastanza primitiva: gli uomini combattono, e i più bravi si accoppiano con le femmine (segregate in zone precise), che poi allevano i piccoli tutte insieme.

Riguardo al linguaggio degli Orchi negli Antichi Giorni, si dice che essi non avevano un loro linguaggio, ma che s’impadronissero di un gran numero di vocaboli degli altri idiomi, manipolandoli a loro modo, eppure non riuscivano a creare che dialetti brutali, appena sufficienti ad esprimere ciò che era loro necessario, cioè maledizioni e bestemmie.

Le loro storie erano infinitamente diversificate nella forma, tanto quanto essi, erano mortalmente monotone nel significato, fluenti solo nelle espressioni di ingiuria, di odio e di paura. Questi esseri pieni di malvagità, che odiavano persino i loro simili, svilupparono velocemente un numero tanto vasto di barbari dialetti quanto numerosi erano i loro vari gruppi ed accampamenti, rendendo così estremamente difficile la comunicazione fra i membri delle diverse tribù.

Perciò non c’è una singola lingua “d’Orchi”, l’unica cosa che sembra essere valida in tutte le lingue degli Orchi d’ogni tempo, è che esse erano ripugnanti e disgustose ed assolutamente diverse dai linguaggi delle altre razze. Gli Orchi e i Vagabondi parlavano come capitava, senza alcun amore per le parole e le cose, pertanto il loro atteggiamento verso i linguaggi fu totalmente differente da quello degli Elfi, che amavano e coltivavano i loro idiomi.

✯ L’Orco Classico ✯

L’Orco del folklore deriva certamente dall’Orco della mitologia romana, sovrano del Regno degli Inferi e divoratore di uomini insieme al suo mostruoso cane Cerbero, ma anche il termine e la tipica rappresentazione dell’Orco nordico derivano dall’Orco della mitologia romana, che pone in esplicita relazione questa figura mostruosa con il mondo degli Inferi.

Una relazione più debole esiste invece con l’Orco delle fiabe, anch’esso mostruoso e malvagio, ma più simile ad un uomo e, in genere, non è associato all’inferno o ai suoi abitanti.Il termine orc si trova soprattutto in “Beowulf”, dove la razza dei non-morti di Grendel è descritta come Orc-néas, che sembra significare “cadaveri di Orcus”; il termine Orcus è l’originale latino e può essere interpretato come sinonimo di Plutone o Ade.

Gli orchi di Beowulf (Grendel e sua madre) sono esseri metà uomo e metà mostro, che vanno a caccia di notte, e si riparano in una dimora subacquea in fondo a nebbiosi acquitrini (in un’ambientazione che simboleggia in modo piuttosto esplicito il Regno degli Inferi).

Da questo riferimento ha tratto spunto Tolkien per rappresentare la più celebre razza di Orchi della letteratura fantasy, quelli della “Terra di Mezzo” (in alcune traduzioni italiane chiamati “orchetti”, proprio per distinguerli dagli Orchi del folklore, ogre in inglese).

A sua volta, gran parte della letteratura fantasy si basa sugli Orchi di Tolkien (e quindi indirettamente su quelli di Beowulf), sebbene non raramente avvengano sovrapposizioni con elementi della tradizione folkloristica europea.

Il termine orc, incidentalmente, indica in lingua inglese anche un certo tipo di mostro marino, citato originariamente da Plinio il Vecchio, e in seguito ripreso dai bestiari medievali e dalla letteratura epica e cavalleresca medioevale e rinascimentale (da questa accezione deriva il nome del cetaceo noto come orca).

Nello stesso “Orlando Furioso”, tuttavia appare anche un “orco” terrestre, un gigante cieco con un grande naso e zanne simili a quelle di un cinghiale, che divora carne umana.

Per estensione, il termine orco si applica a persone disgustose o volgari con un temperamento violento, specialmente quando tale violenza è diretta verso donne o bambini. È in questo senso, per esempio, che Daniel Pennac usa metaforicamente il termine nel romanzo “Il paradiso degli orchi” (Au bonheur des ogres, 1985).

L’associazione fra gli orchi e la violenza contro i bambini, fa sì che il termine “orco” sia anche usato, per esempio nella cronaca, per indicare persone che si macchiano di reati di pedofilia.

L’uso del termine “orco” per designare un mostro divoratore di uomini, è documentato in italiano fino dal XIII secolo; lo usano, tra gli altri, Jacomo Tolomei (1290) [orco… mangia li garzone], Fazio degli Uberti (1367), Luigi Pulci e Ludovico Ariosto.

Ristoro Canigiani (1363) ne parla esplicitamente come di uno spauracchio dei bambini. Nello stesso periodo, alcuni autori usano ancora il termine per riferirsi all’Orco romano (per esempio Guido da Pisa e Boccaccio). È dunque possibile che la figura dell’Orco sia approdata in Europa proprio dall’Italia, lo testimonierebbe anche la probabile derivazione etimologica dall’italiano di molti termini europei (per esempio l’antico inglese orke, testimoniato nel 1656).

Probabilmente, traendo spunto dalla tradizione italiana, Charles Perrault introdusse alla fine del XVII secolo il prototipo di quello che sarebbe poi diventato l’Orco tradizionale delle fiabe. Si tratta di un uomo gigantesco, dall’aspetto di un bruto (spesso rappresentato come peloso, muscoloso, barbuto e con il ventre prominente), non raramente armato di un pesante bastone. Caratteristica correlata è la stupidità, che spesso è ciò di cui l’eroe della storia si avvantaggia per sconfiggere l’Orco.

In alcune varianti, gli Orchi sono in grado di mutare forma. Vivono spesso in palazzi o castelli sperduti, ma anche in grotte e paludi. Nelle fiabe, l’Orco è spesso il guardiano di una principessa prigioniera, oppure tiene in schiavitù o divora bambini.

Molti personaggi delle fiabe, pur non essendo esplicitamente descritti come Orchi, ne riproducono diversi elementi tipici: due esempi celebri sono Mangiafuoco di “Pinocchio” (che schiavizza le marionette e, metaforicamente, i bambini) e Barbablù.

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