Racconti Fatati a Lot

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Data di pubblicazione: 18 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

✧ La Storia del Giovane Viandante e della piccola Fata che gli narrò della Città Vecchia ✧

Di come, errando per terre sconosciute, giunse al regno di Extremelot noi non narreremo, né del suo incantato stupore, giovane ed inesperto Straniero, dinanzi alle strade del Regno e alle multiformi presenze che vi scorse questo è il racconto, ma di una visione o forse di un sogno, che rivelò a lui, ultimo tra gli ultimi, povero, lacero, inerme, la nascita dell’Urbe antica e la sua leggendaria memoria…

Stanco ed affamato si aggirava tra i lottiani, che distratti svolgevano i loro affari e si affannavano dietro le loro quotidiane beghe. Curioso e schivo come un gatto randagio, scivolava lungo i muri, da tutto trovando motivo di nuove domande e senza mai il coraggio di avvicinarsi ad alcuno, di interpellare nessuna delle figure che, indifferenti ed altezzose, gli passavano accanto.

Era una calda sera d’estate, ma il silente manto della notte non bastava a calmargli l’arsura, strade e palazzi per tutto il giorno infiammati dal sole rovente. Si accostò alla fontana nella piazza principale e, placata la sete, lì ove sempre si abbeveravano i cavalli, giacque sulla base dei gradini di marmo, con l’intento di recuperare un po’ le forze.

Lesto un profondo sonno lo colse, le membra gli si sciolsero e la coscienza perse se stessa, solo il suono di un leggero frullare d’ali e la carezza di una leggiadra brezza a ricordargli d’essere ancora in vita.

Aprì gli occhi lentamente, sentiva le palpebre pesanti come se vi si fosse seduta sopra un’intera orda di Goblin, e la visione che gli apparve fu di tale magnificenza da mozzargli il fiato.

Al centro di un’enorme nuvola di luce rosata, una creatura poco più grande di un piede stava sospesa, immobile, se non fosse stato per le enormi e bianchissime ali, tanto brillanti da sembrar esser state fatte di luce, che battevano così velocemente da apparire ferme. Sarebbe potuta essere una bambola, ma di così graziose e femminili fattezze, di così attraente e sensuale aspetto, come la più desiderabile delle creature terrene.

Il giovane volle parlarle ma, per quanto si sforzasse, la voce non usciva dalla sua bocca, le sue corde vocali risuonavano nel vuoto. Provò ad avvicinarsi, ma le sue membra parevano inchiodate alla fontana.

La Fatina lo guardava, fissi i grandi occhi blu sembravano leggergli nell’anima, mentre sulle calde e rosse labbra si scorgeva l’accenno di un sorriso. In quello sguardo, in quella prodigiosa luce, quell’essere soprannaturale legò il suo cuore a quello del giovane e, da cuore a cuore, da mente a mente, cominciò a parlargli.

La città di Lot sorgeva ai piedi della catena montuosa chiamata Monti delle Nebbie, ed era la porta d’accesso alle ricche pianure che lì si stendevano. La sua prosperità fu facile ed immediata, essendo il naturale punto d’incontro tra chi si preparava ad attraversare le montagne e chi, essendovi appena disceso, ivi trovava ristoro.

Il Granduca e i Nobili che fondarono la città, le diedero subito una precisa topografia urbana e ne affidarono la costruzione delle strutture principali alle sapienti mani dei Nani. La città fu cinta da alte mura in pietra, intervallate da torri per un migliore controllo degli spazi circostanti e divisa in quattro quartieri: La Cittadella, Il Borgo del Commercio, il Borgo delle Arti ed i Bassi.

Ogni quartiere era la sede d’attività specifiche e permetteva anche a chi era appena giunto, di orientarsi e raggiungere il luogo desiderato. Un servizio di carrozze a pagamento per il costo di due monete aiutava a raggiungere in modo più spedito molti luoghi della città, ma non era infrequente che il viaggiatore venisse derubato dei suoi averi da Ladri che assaltavano la carrozza.

Per chi entrava in città, dopo un primo sguardo alla grande Piazza del Mercato, il primo luogo da raggiungere era la Taverna dei Mercanti, per bere le bevande al bancone, scambiando due parole con gli altri avventori ed iniziando a fare le prime conoscenze.

La Taverna dei Mercanti non era l’unica taverna della città, ma quella che ogni Straniero, entrando, trovava subito a sua disposizione. I Cittadini più anziani, invece, si ritrovavano anche in altri luoghi, come la Taverna del Rozzo o quella di Ade & Nars.

Spostandosi per le strade pavimentate con pietre perfettamente levigate, ci si poteva fermare alla casa della Maga Dorata o quella del Folletto e comprare degli elisir, che permettevano di guarire le ferite o aumentare le proprie capacità mentali. Presso il Palazzo Ducale, ogni Cittadino poteva consultare le leggi e gli editti emanati dal Granduca.

Chi trasgrediva le leggi, offendeva i Nobili e il Granduca o disonorava il culto della Dea Themis, era rinchiuso nella Gogna, ove ogni Cittadino poteva recarsi ad osservare la fine che facevano i malfattori e a trarre esempio di come un buon Cittadino non doveva mai comportarsi.

L’Anagrafe della città era nel Palazzo delle Gilde, dove erano registrati tutti gli abitanti di Lot e dove, in assenza dell’interessato, era possibile lasciare un messaggio, che sarebbe stato recapitato al nuovo ingresso in città del destinatario. Una Bacheca pubblica permetteva lo scambio di idee ed opinioni tra tutti i Cittadini, era uno strumento di grande libertà, ma anche un utile mezzo per scambi di tipo commerciale e per la realizzazione di progetti d’ogni tipo.

Al centro della città sorgeva una grande Arena e sul suo suolo coperto di sabbia, molti Cittadini si affrontavano in duello, sia per misurare le proprie abilità con le armi, sia per regolare divergenze d’opinione ormai insanabili. A tutti era concesso di lavorare e di guadagnare qualche moneta tutti i giorni, bastava recarsi alla Casa del Lavoro ed accettare uno degli impieghi offerti.

La vita in città non era, comunque, completamente sicura, poiché molti avventurieri giungevano, attirati dalla sua prosperità e non era infrequente che i Cittadini subissero dei furti. La sicurezza dei propri averi era garantita dal loro deposito nella Banca di Lot, nella sede della quale era possibile compiere anche transazioni monetarie.

Alla Dea Themis, custode e protettrice della città, furono dedicati due templi. In uno avevano luogo tutte le cerimonie del culto, la cui severa e saggia custode era la Somma Sacerdotessa Urania, nell’altro i Cittadini si recavano quotidianamente a pregare, lasciando oboli e chiedendo grazie.

Su tutto si posava la mano paterna del Granduca e tutto era amministrato con solerzia e magnanimità dai suoi vassalli, il Gran Ciambellano Azivir ed i Conti Erik, Petrus e Thorm.

Questo io vi ho narrato, questo il mio canto d’amore per la Città Vecchia… perché, se tutto cambia e tutto scorre, è solo la memoria del passato che ci guida ed il ricordo di ciò che è stato, unico faro verso il futuro. Questo canto tenetelo nel cuore e cantatelo ogni giorno.

A voi che siete il più oscuro, ultimo tra gli ultimi, le sorti del Regno io affido, perché se sempre canterete della sua origine, se sempre ne rievocherete i natali, sempre Lot vivrà e salda sarà conto ogni nemico.

Data la lunghezza dell’articolo, il post è stato diviso in più pagine:

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