Rapa Nui (L’Isola di Pasqua)

Pubblicato il: 7 ottobre 2011 ©Giardino delle Fate

È una delle terre più remote ed isolate dell’intero pianeta: immersa nell’oceano Pacifico, essa ospitò per molti secoli una civiltà misteriosa originata da un popolo di cui sappiamo pochissimo.

Secondo alcune testimonianze, in parte pervenute tramite la trasmissione orale, i primi abitanti dell’isola sarebbero giunti dal mare guidati da un re (Ariki Mau) che, giunto a Rapa Nui, assunse il nome di Hotu Matua; la popolazione sarebbe invece stata costituita da due principali gruppi identificabili con i cosiddetti “orecchie lunghe” ed “orecchie corte”, espressioni in cui alcuni studiosi, come il celebre esploratore norvegese Thor Heyerdahl, vorrebbero identificare due successive ondate di popolamento.

Heyerdahl in particolare, ritiene che una parte dei coloni sarebbe giunta dal Sud America portando, per esempio, la totora, il giunco che cresce nel lago interno del vulcano Ranu Raraku, originaria del lago Titicaca, nonché la patata dolce, anch’essa originaria del Sud America, che costituiva una delle basi della dieta della popolazione rapanui. In molti mappamondi ed atlanti geografici l’Isola di Pasqua non compare affatto. È più piccola dell’isola d’Elba, sperduta nell’Oceano Pacifico, distante circa 3.700 chilometri dalla costa cilena e 1.900 dall’isola Pitcairn, ed ha una popolazione di appena 2.000 persone. Eppure, questa isoletta insignificante di appena 162 kmq, è uno dei luoghi più famosi del mondo in materia di misteri.

Fu scoperta nel 1686, ma solo nel giorno di Pasqua del 1722 (da qui il soprannome, Isola di Pasqua), l’ammiraglio olandese Jacob Roggeveen ebbe il coraggio di sfidare i bellicosi indigeni con un’esplorazione vera e propria. La popolazione del luogo considerava l’isola te pito te henua (l’ombelico del mondo), in quanto ritenevano di essere tutto ciò che restava al mondo in termini di sopravvissuti e di terre emerse, dopo il diluvio e la distruzione universale.

L’isola è piena di gigantesche statue in pietra vulcanica, i mohai, considerati dagli indigeni con grande disprezzo. Attualmente ve ne sono circa 600. Più della metà, al momento della scoperta, erano stati rovesciati, altri giacevano incompiuti nelle cave. Si ritiene che un gran numero di mohai siano stati gettati in mare o distrutti dagli indigeni, ed in tempi recenti altri siano stati rubati.

Ciò che sbalordì i primi visitatori e che ancora oggi stupisce chi giunge in quella terra remota ed affascinante, furono proprio questi giganti di pietra, scolpiti nella roccia del vulcano Ranu Raraku, che costellavano l’intera isola e rappresentavano le immagini degli antenati. Rimasti completamente isolati per molti secoli, gli abitanti di Rapa Nui credevano di essere gli unici esseri umani sulla faccia della Terra, ed il contatto con i navigatori e i colonizzatori occidentali fu devastante.

Completamente inermi di fronte ad una serie di malattie per le quali non avevano anticorpi, gli aborigeni dell’Isola di Pasqua furono falcidiati da una serie di epidemie, mentre la loro cultura fu cancellata dai missionari cristiani che diedero alle fiamme le tavolette di legno (rongorongo), su cui essi avevano tracciato, con un loro sistema di scrittura, i loro miti e le loro tradizioni.

Quel che oggi rimane in piedi della schiera di mohai, nella loro posizione originaria, si erge con le spalle al mare e guarda verso l’interno dell’isola. Le sculture hanno una dimensione variabile ed un’altezza che va da 90 cm fino agli 11 metri. Le più grandi, alte 20 metri, sono rimaste incompiute e giacciono nelle cave del vulcano Rano Kao, tuttora circondate dagli utensili necessari alla loro realizzazione.

Esse riproducono quasi ossessivamente lo stesso modello (forse un antenato divinizzato), ed originariamente erano dotati di un copricapo rosso. Degli scultori che, a quanto pare, abbandonarono in gran fretta il loro lavoro, non rimane alcuna traccia. L’isola stessa è un mistero impenetrabile: come hanno fatto gli indigeni a raggiungere un luogo così lontano con strumenti di navigazione tanto primitivi?

Il colore bianco della pelle e la barba degli abitanti originari è ancora più sconcertante, perché implica origini etniche geograficamente piuttosto distanti. Come hanno fatto a raggiungere via mare un luogo così lontano e ad acquisire l’abilità necessaria per fabbricare queste statue di pietra dura e di tale grandezza?

Alcuni studiosi, fra cui Thor Heyerdahl, ritengono che gli isolani siano il risultato di una mescolanza di civiltà nordiche, peruviane e polinesiane che, in qualche modo, avvalendosi di zattere, sopravvissero al lungo viaggio ed approdarono sull’isola. A questo punto, non riuscendo più a riparare le imbarcazioni a causa della mancanza di alberi sul luogo, vi si stabilirono.

In una prima fase le conoscenze di cui erano portatori dai luoghi d’origine, consentirono la costruzione dei mohai, poi, debilitati dall’isolamento e dalla carenza di risorse sull’isola, regredirono, dimenticando anche il senso originario di quelle opere.

Secondo un’altra teoria, l’isola fu disboscata successivamente, proprio per la costruzione dei mohai e per il sostentamento della popolazione, con una sorta di ecodisastro che portò alla desertificazione e alla decadenza culturale degli abitanti. Secondo un’altra ipotesi, l’isola di Pasqua è un residuo emerso di Atlantide o di Mu, o ancora di Lemuria (analoghi continenti che secondo le leggende antiche, si sono inabissati in tempi remoti), ed i mohai sono la rappresentazione dei suoi originari abitanti o della classe al potere.

Secondo una variante di questa teoria, i mohai rappresentano esseri di un altro mondo (extraterrestri), che portarono la civiltà al continente perduto prima del diluvio universale, una civiltà ed un progresso tecnologico dei quali i pochi superstiti in tutto il mondo, fra cui gli isolani di Pasqua, hanno perduto quasi completamente la memoria, conservandone testimonianze sporadiche in manufatti ed edifici antichi, di gran lunga più evoluti del livello di conoscenze attualmente in loro possesso.

È indubbio che i mohai ricordino molto l’arte Inca, sia nella struttura che nella lavorazione, è indubbio che gli isolani abbiano la pelle bianca e caratteristiche somatiche sia degli europei che dei polinesiani, sebbene siano sperduti nell’oceano Pacifico.

È certo che per la costruzione e la posa in opera di queste grandi statue, sia stata necessaria una forte motivazione religiosa ed una struttura sociale organizzata, in grado di porre al lavoro molte persone, ed è altrettanto certo che occorreva possedere una buona perizia tecnica per tagliare la pietra nella cava, scolpirla secondo un preciso progetto, trasportarla nel luogo di posa, quindi issarla ed orientarla nella posizione voluta. Qualcosa deve necessariamente essere accaduto nel passato della storia dell’isola ed in seguito a tale evento, gli isolani debbono aver perduto la loro memoria storico-culturale. Questa originaria cultura dell’Isola di Pasqua prevedeva anche la conoscenza della scrittura, anch’essa perduta e dimenticata, visto che gli indigeni non sono più in grado di decifrare le antiche iscrizioni rongo-rongo sulle tavolette sacre.

Forse però, i sacerdoti locali sono ancora capaci di decifrarle ma preferiscono custodirne il segreto, visto il divieto assoluto per gli stranieri di ingresso ad alcune grotte sacre ove sono impresse delle iscrizioni. Proprio su questa scrittura risiede il più affascinante dei misteri di Rapa Nui: i suoi geroglifici sono praticamente identici a quelli dell’antica città di Mohenjo-daro, nella lontanissima India. La somiglianza è tale da escludere una semplice coincidenza, e l’India si trova letteralmente dall’altra parte del mondo rispetto all’Isola di Pasqua.

Per raggiungerla via mare occorre circumnavigare metà del Sud America, passare sotto l’Africa, per poi risalire fino a destinazione: un’impresa navale assolutamente inconcepibile per una zattera o per una canoa… si tratta di percorrere via mare mezzo mondo (raggiunta l’India vi è poi un discreto percorso da compiere via terra, lungo la valle del fiume Indo). Per dimostrare che era possibile una colonizzazione dal Sud America, Heyerdahl costruì, nel 1947, una zattera di sette tronchi di balsa, il celebre Kon Tiki, e con quella attraversò l’Oceano Pacifico in 101 giorni di navigazione, approdando nell’atollo di Raroia, nelle isole Tuamotu. Queste tuttavia sono teorie sempre meno accettate, tanto più che la genetica moderna, analizzando il mitocondrio delle mummie più antiche (circa V secolo d.C.), ha potuto dimostrare che gli abitanti dell’Isola di Pasqua discendono dai Polinesiani.

A Heyerdahl rimane il grandissimo merito di aver condotto per primo una spedizione archeologica scientifica nell’Isola di Pasqua (1957), e di aver attirato l’attenzione degli studiosi su quella civiltà straordinaria. Resta tuttavia un enigma assai difficile da risolvere: come abbiano fatto dei Polinesiani a superare 4.000 chilometri di distanza per giungere in quella terra completamente isolata in mezzo all’Oceano Pacifico.

Il caso è praticamente da escludere: simulazioni al computer hanno dimostrato che una spedizione che si mettesse in mare, poniamo dalle isole Marchesi, diretta a sud-est, avrebbe avuto praticamente probabilità zero di approdare per caso nell’Isola di Pasqua. L’ipotesi alternativa è che si sia trattato di una spedizione programmata, ma anche questo presuppone una conoscenza dei mari e delle rotte talmente stupefacente da risultare incredibile. Il problema dunque per noi rimane aperto.

Ma non sono solo questi enigmi a far crescere il fascino dell’isola misteriosa. Gli studi più recenti hanno potuto ricostruire, grossomodo, le varie fasi della civiltà Rapa Nui, recuperando quanto resta della tradizione orale, ancora relativamente vicina alle origini, ed indagando con le testimonianze monumentali ed archeologiche sparse un po’ dovunque nell’isola: i giganteschi moai, ovvero le statue degli antenati, gli ahu, ossia le piattaforme cerimoniali erette in prossimità della riva del mare, le incisioni rupestri e le necropoli che contengono le mummie dei defunti. Lo studio della lingua Rapa Nui ha dimostrato la sua derivazione dalle lingue polinesiane con poche eccezioni di termini, presenti solo ed esclusivamente nell’isola di Pasqua (come la parola poki, “bambino”), conseguenza questa del suo lunghissimo e totale isolamento.

Alcune iscrizioni sono rimaste indecifrate, anche se nel 1996 uno studioso americano, Steven Fisher, ha annunciato sulla rivista New Scientist di aver decifrato 22 tavolette dell’Isola di Pasqua. Secondo Fisher si tratta di scritti sacri che descrivono la creazione del mondo attraverso una serie di miti di carattere marcatamente erotico.

Peccato però che egli, tutto preso dal dichiarare svelati gli arcani, non si sia premurato né di descrivere qualcuno di questi testi, né di occuparsi delle inquietanti ed importanti analogie con le iscrizioni indiane.

Di fatto i misteri di Rapa Nui rimangono tuttora ostinatamente intatti, come i loro stessi rituali, in cui gli isolani danno una grande rilevanza al culto dell’uomo uccello, un culto che si ripropone insistentemente in numerosi antichi miti delle popolazioni celtiche, nordafricane, arabiche e mediorientali.

Le rare sculture in legno raffigurano i corpi degli antenati esposti per la scarnificazione rituale, una cerimonia funebre strettamente connessa al culto dell’uccello (l’avvoltoio in particolare), ricorrente nelle antiche civiltà mediorientali e nordafricane.

Incisioni sulla roccia raffigurano l’uomo-uccello che sorregge un uovo, a ricordo di quando gli uomini facevano a gara per raccogliere il primo uovo deposto su un isolotto prospiciente le spiagge di Rapa Nui, lo stesso uomo uccello che ritroviamo in Nord Africa, nel Medioriente e nella cultura celtica. Semplici coincidenze cerimoniali, o residui sparsi di un’antichissima cultura comune in tutto il mondo?

Ormai sempre più studiosi sono inclini ad ipotizzare che nell’evoluzione dell’uomo ci sia stato un momento di apice scientifico e tecnologico, circa 10.000 anni prima di Cristo, a cui, in seguito ad una catastrofe mondiale, forse un diluvio universale, è sopraggiunto un imbarbarimento repentino dei pochi superstiti che hanno dovuto ricominciare tutto da capo.

I sopravvissuti, nel corso dei secoli e dei millenni, hanno lentamente trasposto nel mito i ricordi del loro passato: questa teoria spiegherebbe un certo patrimonio culturale e mitologico comune in tutto il mondo antico. Per citare un esempio, il mito mondiale di un continente sprofondato nel mare da cui giunsero gli antenati, connesso con quello, anch’esso mondiale, di un diluvio universale dal quale si salvarono pochi eletti.

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