Il Silenzio delle Sirene

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Data di pubblicazione: 23 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

Silenzio, letterario, delle Sirene

Oltrepassate le Sirene, sul momento lo scampato Ulisse pare più che altro interessato al presente, proiettato verso un futuro da ricostruire, preoccupato di un passato paralizzante o imbarazzante. E le cantrici omeriche hanno assolto il loro compito, ma esse lasciano in sospeso quel residuo arcaico, che è il loro stesso mito. Di esse non v’è più alcun accenno, quale sarà il loro destino?

Adorno ed Horkheimer così commentano: “L’epos non dice che cosa accade alle cantatrici dopo che la nave di Odisseo è scomparsa. Ma nella tragedia sarebbe stata certo la loro ultima ora, come per la Sfinge quando Edipo risolve l’indovinello, eseguendo il suo ordine e così rovesciandola”. In effetti il poeta Licofrone, il geografo Strabone ed il mitografo Igino, ci informano su un loro suicidio o inabissamento, a causa dello scacco subìto.

Nell’apologo Il silenzio delle Sirene, è Franz Kafka a fornirci una risposta alternativa sul loro destino. Esse sarebbero state ridotte al silenzio, anzi, l’autore insinua che abbiano sempre taciuto. Tuttavia, l’astuzia “puerile” di Ulisse fu tale, da lasciare loro lo spazio di cantare nella propria immaginazione.

Oggi come oggi, quel silenzio sarebbe pressoché totale: “le Sirene hanno un’arma ancora più terribile del canto, cioè il loro silenzio”. Per fortuna, l’ironia kafkiana lascia aperto uno spiraglio, tramite la morale di una pensosa didascalia: “Dimostrazione del fatto che anche mezzi inadeguati, persino puerili, possono contribuire alla salvezza”.

sireneIl tema del silenzio delle Sirene viene ripreso e sviluppato da Maria Corti, nel racconto Il silenzio della sirena, ma qui l’ambientazione è spostata nel Medioevo, nel Sud d’Italia, dalle parti di Otranto. Il giovane pittore Basilio prende il posto di Ulisse o di Orfeo, com protagonista maschile.

Al tempo, le Sirene non erano ancora scomparse dalla fantasia popolare, specialmente in una terra e su un mare che erano stati la Magna Grecia. E Basilio se ne fa un’idea personale: “le sirene invece di scomparire dalla storia umana davano luogo a frequenti apparizioni, ritorni qua e là nel corso dei secoli; niente meraviglia che figurassero in capitelli, in libri di poesia, nelle prediche, di volta in volta con diversa natura”.

Pian piano, l’idea diventa una magnifica ossessione. Basilio dipinge Sirene, si mette sulle loro tracce sperando, e temendo, di essere fra gli eletti a cui esse accordino le loro apparizioni. Crede di avvertirne la misteriosa presenza durante i suoi tragitti in mare intorno ad Otranto, si pone in ascolto del loro canto, ma ciò che ottiene è solo un profondo, panico silenzio.

In parte, è però questo silenzio ad ispirare quello che egli ritiene il suo capolavoro: un sacro dipinto di Santa Sofia, la divina sapienza raffigurata secondo la tradizione dell’iconografia bizantina. È qui evidente, da parte della narratrice e filologa, un recupero dell’idealizzazione pitagorico-platonica delle Sirene, ma anche del loro pathos “esiziale”. Infatti, a differenza di Ulisse, Basilio perirà nel naufragio della sua barca.

sireneMa poi, alla fin fine, Ulisse si era salvato davvero? In un altro racconto della stessa raccolta, Cronaca di antiche seduzioni, la Corti ci disillude in merito, con un volo pindarico ricollegando il tardo Ulisse di Dante a quello originario di Omero, più la complicità di un pizzico della “noia” di Pascal e di Leopardi, motore nascosto di non poche grandi imprese.

Ed è la rivincita delle Sirene, estrema e inesorabile: “…è legge di natura che fra le inesauribili esperienze che hanno riempito la vita di ciascuno ve ne sia una che s’impone su tutte le altre. Per lui fu il lontano meriggio in cui, legato all’albero maestro, udì la voce della sirena. Gli accadeva nella sua Itaca come se la udisse ancora con la stessa misteriosa forza direttiva. Fu dunque cosa naturale che egli riprendesse il mare; e il naufragio al di là delle Colonne d’Ercole fu il capolavoro delle sirene, creato a lunga distanza.”

✧ “Il silenzio delle Sirene” di Kafka ✧

sirenePer proteggersi dalle Sirene, Ulisse si tappò le orecchie con la cera e si fece incatenare all’albero maestro. Qualcosa di simile, naturalmente, avrebbero potuto fare da sempre tutti i viaggiatori (tranne coloro che le Sirene avevano già attirato da lontano), ma era risaputo in tutto il mondo che non sarebbe servito a nulla.

Il canto delle Sirene penetrava dappertutto e la passione dei sedotti avrebbe spezzato ben più che catene ed albero. Ma Ulisse non ci pensò, benché ne avesse sentito parlare. Confidava pienamente in quel poco di cera e in quel fascio di catene e, con innocente gioia per i suoi mezzucci, andò incontro alle Sirene. Ora, le Sirene hanno un’arma ancora più terribile del canto, il silenzio.

Non è accaduto, tuttavia si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma certo non dal loro silenzio. Al sentimento di averle sconfitte con la propria forza, al conseguente orgoglio che travolge ogni cosa, nessun mortale può resistere.

E, in effetti, quando Ulisse arrivò, le potenti cantatrici non cantarono, sia che credessero che solo il silenzio potesse vincere quell’avversario, sia che, alla vista della beatitudine nel volto di Ulisse, che non pensava ad altro che a cere e a catene, si dimenticassero proprio di cantare. Ma Ulisse, per dir così, non udì il loro silenzio, credette che cantassero e che solo lui fosse protetto dall’udirle.

Di sfuggita vide sulle prime il movimento dei loro colli, il respiro profondo, gli occhi pieni di lacrime, le bocche socchiuse, ma credette che questo facesse parte delle arie che non udite risuonavano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò appena il suo sguardo fisso nella lontananza, le Sirene sparirono davanti alla sua risolutezza e, proprio quando era più vicino a loro, non seppe più niente di loro.

Ma quelle – più belle che mai – si stirarono e si girarono, fecero agitare al vento i loro tremendi capelli sciolti e tesero le unghie sulle rocce. Non volevano più sedurre, volevano solo carpire il più a lungo possibile il riverbero dei grandi occhi di Ulisse. Se le Sirene avessero coscienza, quella volta sarebbero state annientate. Ma sopravvissero, e solo Ulisse sfuggì a loro.

A questo punto, si tramanda ancora un’appendice. Ulisse, si dice, era così astuto, era una tale volpe che neppure la Parca poteva penetrare nel suo intimo. Forse egli, benché ciò non si possa capire con l’intelletto umano, si è realmente accorto che le Sirene tacevano ed ha, per così dire, solo opposto come scudo a loro e agli Dèi la suddetta finzione.

“L’equivoco dell’inganno” di Maria Milvia Morciano

“Il silenzio delle sirene” parte da uno degli episodi più seducenti dell’Odissea. Kafka s’inventa però una versione tutta sua, essenziale.

Si sa: Ulisse si fece legare all’albero maestro per ascoltare il canto calamitante delle Sirene, senza tuttavia farsi trascinare da loro e così dimenticare la patria, la sua famiglia, se stesso.

Aveva turato le orecchie dei compagni con della cera, perché non sentissero nulla, neppure la sua voce implorante di scioglierlo e lasciarlo in balìa di quelle creature. Kafka invece la racconta diversamente: anche Ulisse si riempie le orecchie di cera. Una beffa: le corde che lo stringono all’albero della nave devono alimentare il suo alibi. Così sfila davanti a quelle incantatrici, impassibile e vittorioso. sireneLoro stanno cantando invano, lui crede, perché non sanno che non può sentire. Ma le Sirene tacciono. Non si sa per quale motivo; forse un uomo come Ulisse si può sconfiggere solo con il silenzio, oppure si fermano rapite dal suo sguardo luminoso. Resta il fatto che “arma ancora più temibile del canto è il silenzio delle sirene”, perché è meglio perdersi avendo conosciuto la bellezza di quella melodia ammaliante, piuttosto che salvarsi senza averla mai ascoltata. L’eterno conflitto dell’uomo è accedere alla conoscenza in cambio di un avvitamento luciferino, un tonfo nell’inferno della consapevolezza.

Forse lui lo sa bene, forse Ulisse si accorge di questo inganno reciproco, di questo valzer degli equivoci che renderebbero inutili cera e catene. Ma è la prova che il Fato non può raggiungere il suo cuore, che lui ha il potere di sottrarsi a ogni iniziazione. Al rito che tutti gli altri uomini cercano nell’illusione di respingere la morte, di accedere ad altre dimensioni senza pagare pedaggio. Un’illusione che lui, cinico anche verso se stesso, non ammette.


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