I Druidi

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Data di pubblicazione: 19 Settembre 2011 ©Giardino delle Fate

La visione della vita che i Celti acquisivano per mezzo dell’insegnamento druidico, e l’assenza di paura per la morte e l’aldilà, non si spiegherebbero senza una credenza radicata nell’immortalità dell’anima e nella possibilità per l’uomo di conoscere le forme di esistenza più diverse. Infatti il loro amore per la vita in tutte le sue manifestazioni, la loro apertura verso tutte le esperienze, rivela in loro il senso dell’unità del Cosmo, più di duemila anni prima che la scienza moderna, con tutte le sue tecniche, avesse solo cominciato a supporla.

I Druidi rappresentavano il cardine dell’unità dell’impero spirituale celtico, i promulgatori dell’armonia e della sapienza, i signori degli elementi (acqua, fuoco, aria e terra). Fu proprio per questo che i conquistatori romani arrivarono a sopprimerne la casta e proibire le loro riunioni e il culto, per colpire al cuore la società celtica.

I Druidi occupavano un gradino davvero notevole all’interno della società, tanto che a Dione Crisostomo sembrava che costoro detenessero un posto addirittura superiore a quello del re, e che questi non fosse che un misero fantoccio nelle loro mani.

Ciò non è del tutto esatto, ma contribuisce a rendere bene l’idea della potenza druidica, che compare anche in numerosi testi mitologici. Basti leggere questa frase tratta dall’immortale Tain Bo Cuailnge: “Nessuno rispose, poiché era proibito agli Ulaid parlare prima di Conchobar, e Conchobar non parlava mai prima dei suoi tre Druidi.”

In effetti, similmente a quanto accade nella mitologia indiana con la coppia Mithra-Varuna, il Druida non ha il potere materiale e decisionale che spetta di diritto al re, ma possiede comunque un’influenza innegabile, in quanto rappresentante della dimensione trascendentale in un popolo che aveva sempre rifiutato il dualismo aristotelico tra “realtà” e “irrealtà”.

Il Druida consiglia il re come intermediario che riferisce i piani divini, e il re, quindi, non può esimersi dall’ascoltarlo. Il potere giuridico, riferendosi al discorso precedente, spettava ai Druidi in quanto brithem, ossia magistrati che conoscono, interpretano ed applicano la complessa legislatura trasmessa, naturalmente, per via orale.

Quella di brithem non è però che una delle numerose funzioni attribuite ai Druidi. Queste complesse figure, ammantate di mistero, possedevano diverse cariche specifiche di estrema importanza all’interno della società, i Druidi non erano tutti uguali.

Oltre al capo supremo, cui accenna anche Cesare, l’intero collegio sacerdotale era diviso in tre diversi gradi: il livello superiore era formato dai Druidi propriamente detti, ministri addetti al culto e ai sacrifici, giudici e consiglieri dei nobili più potenti, definiti solitamente dai greci “filosofi”; quello intermedio era di poeti e cantori (o bardi), narratori di miti e di tradizioni, che accompagnavano i soldati in guerra e celebravano le gesta di eroi; il livello inferiore era formato da semplici indovini, detti anche maghi, che si occupavano della parte materiale del culto e dei sacrifici, oltre che alla divinazione, ed avevano cognizione di medicina ed astronomia, e si ha infine notizia di sacerdotesse druide.

Le specializzazioni druidiche erano:

Consiglieri di Re
Magistrati
Storici
Invocatori
Narratori
Erboristi
Medici
Vati
Bardi

In una società senza scrittura ove la memoria storica, il sapere tecnico e la genealogia (così importante per i popoli celtici), erano riportati esclusivamente dalla tradizione orale, Bardi e Ovadi godettero di una particolare importanza e considerazione sociale; rappresentanti dei due rami inferiori della scuola druìdica, ad essi erano demandati la Poesia e il Canto.

Gli Ovati erano i conoscitori delle arti divinatorie e delle profezie, nonché assolvevano i compiti di ordine filosofico, dottrinale, medico, mentre i Bardi erano e sono i custodi della tradizione, della parola, conoscitori di molte poesie e canti. Grazie all’opera dei Bardi, il sapere orale e la memoria storica di un popolo di guerrieri si poté perpetuare con relativa facilità.

In Irlanda il poeta di rango minore si chiamava Filid, ed il rango maggiore, equivalente del Pen Bard continentale, era l’Ollav di primo rango che, per prepararsi al suo compito, doveva dimostrare di conoscere a memoria almeno 350 poemi. Ad un apprendista, l’Ollav di dodicesimo rango, ne erano richiesti solo sette. In Galles c’erano i bardi con a capo un bard telù (o filé), il cosiddetto “bardo della casa”, che era anche il bardo personale del Signore del Clan.

Essi avevano una propria gerarchia: Sencha, o Storico, era custode della storia del suo popolo, aveva la funzione di storico ed era incaricato di tramandare la memoria collettiva di una società che si basava sull’oralità; Cainte, l’Invocatore, colui al quale spettava il compito di lanciare maledizioni e benedizioni, e di evocare gli spiriti attraverso il canto magico, specializzati inoltre nell’uso della satira; Scelaige, il Narratore, esperto dei racconti epici; Bardagh, aspiranti bardi che studiavano presso un maestro; Cithradrag, bardi esperti solo nell’uso degli strumenti e non della voce; Dorsaid, facente funzioni di araldo; Dogbaire, grande conoscitore di erbe inebrianti ed allucinogene; Liaig, preparato medico in grado di combinarei i rimedi magici a quelli scientifici, come la chirurgia, che era praticata ad un livello impressionante, e alle piante curative. Analogamente ai Druidi, in ogni Tuath il bardo più dotato veniva eletto dai suoi simili Penkerrd, Capo Bardo, sedeva alla sinistra del Re (il Capo Druido alla destra), ed aveva diritto a portare un mantello a sei colori, simbolo della sua carica.

Diversi Druidi avevano anche doti di vati, come dimostrano anche molti testi mitologici in cui essi compiono predizioni di tutto rispetto, a volte ottenute con il sacrificio rituale degli animali e a volte derivate da una sorta di coscienza “superiore”.

Infine, tra di loro, va annoverato il Cruitire, l’arpista, in grado di suonare con tecniche così raffinate da suscitare ilarità, pianto o sonnolenza nei suoi ascoltatori, secondo i suoi desideri. Egli rappresenta una figura di spicco all’interno della cultura e del panorama mitologico celtico, infatti più e più volte sono nominati, nell’epica irlandese, musici dotati di queste doti particolari.

Ad esempio, poco dopo il ritrovamento della spada Orna da parte di Ogmè, il dio in Dagda riprende possesso di un’arpa che gli era stata rubata dai mitici Fomoire: questa, lungi dall’essere raffigurata come un mero oggetto, ha ben due nomi che indicano il rispetto che i Celti dovevano a questo tipo di strumento, e si dice inoltre che il Dagda “aveva racchiuso le proprie melodie” nell’arpa.

Il Dio, poi, la utilizza per suonare le “tre arie che distinguono l’artista”, facendo dapprima lacrimare, quindi piangere ed infine addormentare i Fomoire che stavano per attaccarlo, e riuscendo così ad andarsene incolume. Tale episodio è ben esplicativo del grande rispetto che la gente comune attribuiva ai Bardi, e inoltre i Celti erano grandi amanti della musica; a tutt’oggi possiamo ascoltare con ammirazione gli armoniosi brani degli artisti contemporanei, che hanno saputo conservare l’incanto e la magia dei loro predecessori.

I Celti avevano un grande rispetto per tutte le categorie di artisti, dai bardi agli artigiani. Questi ultimi, chiamati Aes Dana, godevano di privilegi spesso non accordati nemmeno alla nobiltà, come ad esempio la possibilità di varcare impunemente i confini tribali, possedevano notevoli tecniche di lavorazione, ammirate sia dai loro vicini, i Romani, che dai moderni studiosi dell’arte.

Si può restare ancora stupefatti dinanzi all’intricata bellezza di una torquis, di un elmo o di uno dei loro splendidi e ostentatamente preziosi manufatti, ornati con migliaia di figure simboliche stilizzate con abilità. Anche nei testi mitologici si esalta l’amore celtico per la bellezza dei monili, descrivendo con accuratezza i preziosi e gli artefatti scolpiti dagli artigiani più dotati.

Abbandonando questa parentesi, possiamo notare come il rispetto di cui, pare, godessero i Druidi fosse davvero straordinario. La mitologia, come sempre, è una delle nostre maggiori fonti di informazione, e veniamo così ad apprendere che, durante una lotta o addirittura una battaglia, bastava che uno di loro alzasse un ramo di quercia affinché cadesse il silenzio ed ogni combattimento cessasse.


Durante uno scontro, ogni Druida e Bardo godeva di totale immunità, tanto da potersi aggirare per il campo di battaglia liberamente senza che nessuno potesse fargli del male, in parte anche per il suo compito di storico.

Questo speciale salvacondotto non veniva a cadere nemmeno nel caso che un Druida decidesse di schierarsi con una delle sue parti od esasperasse un guerriero in modo eccessivo: Cù Chulainn trova la morte per aver infranto tutti i geasa che gravavano su di lui, e tra questi si trova il divieto universale di uccidere un membro della classe druidica (nel caso specifico un satirista, che pure lo aveva provocato e ripetutamente insidiato).

I Druidi, in effetti, pur non essendo ufficialmente costretti a partecipare alle guerre, spesso vi si recavano di loro volontà. Numerose sono le descrizioni di Druidi pronti per la battaglia; a quanto pare, alle numerose magie guerresche che compivano, essi univano anche una buona preparazione bellica più materiale.

Anche Diviziaco, il Druido degli Edui divenuto confidente di Cesare, parlava nel Senato appoggiandosi al suo scudo, e non esitava a pianificare le tattiche delle sue truppe come un vero stratega, pur sotto le direttive romane.

I Druidi erano estremamente apprezzati anche dai loro contemporanei Latini e soprattutto Greci. Basti pensare a come Cicerone si vantasse pubblicamente, con aperto orgoglio, di aver potuto parlare ad uno di essi.

Da più e più autori classici, i Druidi vengono inoltre messi in relazione con la dottrina pitagorica. Ciò non è assolutamente vero, l’unica credenza da loro condivisa era quella dell’immortalità dell’anima, ma testimonia, comunque, il rispetto di cui dovevano godere questi filosofi anche presso i popoli mediterranei, ben lungi dal catalogarli come selvaggi e, anzi, propensi a riconoscere la loro alta levatura intellettuale e di pensiero.

Molti studiosi affermano addirittura che i Druidi provenissero da Atlantide, prima che essa scomparse a seguito di una guerra tra la magia bianca e la magia nera, ma la cosa più interessante nella loro storia è che le loro pratiche hanno notevoli somiglianze con quelle degli Indiani d’America.

I primi scritti sui Druidi provengono dall’epoca romana, da Giulio Cesare, attorno al 52 a.C. A quel tempo i Druidi erano presenti nella Gallia, nella Valle Padana, in Inghilterra e in Irlanda. Anche se è chiaro che la loro esistenza è ancora più remota, purtroppo non è rimasta traccia alcuna sulla loro nascita, è molto difficile oggi ricostruire l’ordine dottrinale, mistico, magico e l’insieme di conoscenze scientifiche e tradizioni possedute dagli antichi Druidi.

Essi, infatti, non ci hanno trasmesso nulla di codificato, e la quasi totalità della loro dottrina è andata perduta con la morte dell’ultimo di essi, tuttavia, attraverso un’analisi di alcune fonti, manoscritti di età cristiana e folklore nordeuropeo, si è riusciti, negli ultimi due secoli, a dipingere un quadro generale estremamente interessante.

L’impero romano, non capendo la civiltà celtica, dedita all’armonia con la Natura, volle assoggettare i Celti ai loro usi e costumi, e siccome i territori dei Celti erano molto boscosi, fu proprio nei boschi che i Romani conobbero le batoste più pesanti, e non a caso durante le guerre di conquista in Gallia e in Padania, per prima cosa distrussero le foreste, spianarono i centri fortificati e costruirono al loro posto le caratteristiche città-accampamento militare a pianta quadrata. Ma ciò che li turbava di più erano alcuni personaggi della società celtica, per loro davvero incomprensibili: i Druidi, le figure centrali della religione celtica.

Secondo Plinio il Vecchio, il loro nome deriva dal culto che riservavano alle querce ed avevano grandissimi poteri, conoscevano i moti degli astri e prevedevano i fenomeni atmosferici, decidevano l’esito delle controversie pubbliche e private e stabilivano pene e risarcimenti. Erano anche i responsabili dell’educazione dei giovani, ai quali insegnavano l’astronomia e l’uso della memoria, e grazie alla conoscenza delle erbe, erano anche formidabili guaritori.

Tutto ciò faceva dei Druidi il cardine della società celtica, ecco perché i Romani, a partire da Cesare in Gallia, si accanirono per prima cosa contro di loro per sottometterne le popolazioni. Gli imperatori non furono teneri nemmeno con i Druidi britannici, ultimi simboli (dopo il genocidio ai danni dei Celti padani e dei Galli) di una cultura che consideravano barbara e pericolosa.

Se all’epoca di Cesare i Druidi erano ancora nel pieno possesso della loro autorità e dignità, è anche vero che l’intero processo di romanizzazione della Gallia, dopo la sua conquista, portò ben presto alla scomparsa dell’antica religione celtica, con il conseguente indebolimento del prestigio dei Druidi.

Ritiratisi nelle loro scuole, furono poi perseguitati e soppressi dall’imperatore Claudio, che li considerava dei nazionalisti fanatici: sopravvivranno solo indovini, maghi e ciarlatani, ma loro arte verrà combattuta dal cristianesimo, in particolare in seguito all’affermazione di San Patrizio. Claudio cercò dunque di sopprimerne la “casta” e in seguito Tiberio li mise fuori legge, ma fu Nerone, solito alle imprese megalomani, a volerli annientare completamente. Il pretesto fu fornito da una rivolta scoppiata in Britannia nel 60, e per riportare la situazione alla normalità, nel 61 Nerone incaricò il governatore Svetonio Paolino di procedere contro i ribelli, arroccati sull’Isola di Mona (odierna Anglesey).

Narra lo storico Tacito: “Sulla spiaggia era radunata la schiera dei nemici, percorsa da donne coperte di vesti come le Furie e che, sparse le chiome, agitavano le fiaccole. Intorno stavano i Druidi che, levate le mani al cielo, lanciavano preghiere e maledizioni e con il loro aspetto colpivano i soldati al punto che essi, come paralizzati, si esponevano alle ferite, quasi avessero le membra legate. I legionari, incitati dai loro capi, si gettarono contro di loro, li abbatterono e li travolsero con le loro stesse fiamme”. Dopo lo sterminio dei Druidi, “fu imposto ai vinti un presidio e furono abbattuti i boschi sacri alle loro superstizioni selvagge”.

Il massacro continuò poi in tutta la Britannia, e la conseguenza fu l’annientamento del druidismo in Britannia e la sua relegazione alla sola Irlanda e alla Scozia. In Irlanda si sviluppò un sistema di scrittura autonomo, l’Alfabeto Ogamico, che restò in uso, anche se non in modo esclusivo, fino al X secolo e oltre, ed anche dopo la cristianizzazione, l’Irlanda volle sempre restare autonoma da Roma e difese strenuamente il proprio diritto all’indipendenza di culto.

Fortunatamente la loro tradizione non andò perduta, grazie al fatto che nella chiesa Irlandese vennero ammessi i Bardi, ma nella chiesa affluirono clero ed aristocratici e, a seguito di ciò, la chiesa popolare scomparve, mettendo in pericolo l’esistenza del Druidismo e della Wicca.

Le due dottrine mantennero comunque viva una certa linfa vitale fino ai giorni nostri: nonostante i tentativi di genocidio delle popolazioni celtiche da parte degli invasori latini prima, e della loro cultura da parte della chiesa poi, vari aspetti della spiritualità pagana sono sopravvissuti un po’ ovunque, anche in Padania molti dei riti e delle tradizioni dei nostri antenati Celti hanno attraversato i secoli, sfidando ogni tentativo di colonizzazione culturale.

Complice in ciò fu la cultura “contadina” della nostra terra, conservatrice e tradizionalista, i riti agresti e molte figure di matrice chiaramente pagana erano troppo radicati nella società rurale per essere cristianizzati del tutto: ecco perché la chiesa, incapace di cancellarli completamente, cercò di trasferirne i significati dal paganesimo al cristianesimo.

Il Druidismo religioso moderno è una forma di neopaganesimo costruita ampiamente intorno a testi prodotti nel XVIII secolo o successivamente, insieme alle rare fonti romane ed alto-medievali.Data la lunghezza dell’articolo, il post è stato diviso in più pagine:

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