I Druidi

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Data di pubblicazione: 19 Settembre 2011 ©Giardino delle Fate

❈ Fonti Storiche ❈

Le notizie che abbiamo sui Druidi differiscono a seconda degli autori e delle epoche, ma più che contraddirsi esse si completano.

Le uniche fonti scritte da un’epoca in cui il sistema religioso druidico era ancora vivo, provengono dal mondo della storiografia greco-romana, ma va da sé che queste fonti non sono propriamente imparziali, si tratta pur sempre di “storia” scritta dai vincitori: normalmente se un popolo conquistatore scrive delle sue gesta in una guerra, tutti si pongono interrogativi sulla veridicità totale di quanto scritto, ma su quello che ha scritto Giulio Cesare gli storiografi ufficiali ci chiedono di credere ciecamente a tutto.

Le nostre conoscenze storiche sui Druidi sono molto limitate, e quel poco è stato offuscato da mistero e mistificazione. A quest’opera di occultamento hanno senz’altro contribuito storici e commentatori degli ultimi due secoli portati più a descrivere, come la definisce Piggott, la storia come vorremmo che fosse piuttosto che non la storia come è stata.

Da quel poco che sappiamo delle pratiche dei Druidi, queste appaiono profondamente legate alla tradizione e sono inoltre conservative, nel senso che i Druidi custodivano gelosamente i loro segreti, infatti le tradizioni druidiche erano costituite da un gran numero di versi imparati a memoria, e risulta che lo studio del corpus di tale tradizione potesse richiedere decine d’anni.

Quello che effettivamente conosciamo sui Druidi si ricava dalle fonti dei contemporanei, storici e geografi greci e latini, dalla letteratura irlandese e gallese giunta sino a noi attraverso il filtro e la trascrizione dei monaci tra il IX e il XIII secolo della nostra era, dalle tracce scoperte in varie fonti circa l’antica religione celtica, e non ultimo dai reperti archeologici sulla civiltà celtica nel suo insieme, ma le campagne archeologiche sono partite solo in tempi relativamente recenti.

Le prove archeologiche provenienti da scavi di Oppida, tombe e luoghi di culto, ci parlano di credenze, cerimonie religiose, rituali e raffigurazioni artistiche di Dèi, di cui è possibile dedurre delle ricostruzioni, tanto più attendibili quanto più suffragate da un attento esame delle fonti contemporanee prima, e poi dal corpus mitologico leggendario giunto sino a noi attraverso le saghe epiche irlandesi e gallesi.

Per capire realmente l’unicità del Druidismo bisogna prima comprendere la società celtica, la sua struttura e la sua mitologia: la mitologia era probabilmente una sorta di ermetica via di trasmissione dei principi druidici, dalla religione, alla legge, alla poetica, a tutti gli altri numerosi campi di insegnamento compresi nel druidismo, ed è quindi ovvio che certuni miti non possano essere compresi appieno al di fuori del punto di vista prettamente celtico, e in particolare druidico.

La mitologia irlandese, proprio per la vastità di argomenti ed informazioni che contiene, costituisce uno dei maggiori documenti in nostro possesso riguardo alla società celtica, possiamo trarre da essa numerosi spunti su differenti ambiti storici e sociali.

I racconti epici tramandatici giuntici in maggiore quantità e, soprattutto, qualità, sono quelli del ciclo epico irlandese, strutturato a sua volta in diverse sezioni, testi come il Brut, scritto in gaelo antico, che forniscono informazioni preziose.

È grazie alla paziente opera di trascrizione dei monaci amanuensi cristiani che siamo giunti in possesso di questi testi, che pure hanno subito inevitabili alterazioni rispetto alla forma originaria per loro mano; la visione accentratrice della chiesa cattolica ha causato notevoli mutamenti in parti considerate superstiziose o immorali, ma nel complesso le opere irlandesi sono comunque quelle più “pure” in nostra mano, se confrontate ad esempio con il Mabinogion gallese, che ha subito notevoli e pesanti influssi sia da parte della chiesa, sia da parte della letteratura “cortese” medioevale, divenendo più simile ai romanzi di Chretien de Troyes che ad un vero poema epico celtico.

Le altre varie fonti che trattano l’antica religione celtica sono a volte imprecise, questo è dovuto al fatto che per molti secoli gli stessi Druidi non hanno lasciato nulla di scritto per un divieto religioso assoluto di farlo. Altre notizie, spesso sotto forma di riferimenti occasionali, sono presenti comunque in diversi autori greci e latini, si tratta di opere pervenuteci frammentariamente (come le Storie di Posidonio) o di testi storici o di geografi vissuti alcuni secoli dopo, quando ormai il processo di romanizzazione aveva fagocitato le tracce originali del passato.

La documentazione di Cesare è sicuramente la più ampia e la più organica che si conosca tra quelle pervenute, inoltre essa è anche attendibile perché Cesare ha soggiornato anni in Gallia ed ha verificato personalmente ciò che poi si trova nelle sue opere.

Cesare descrive un aspetto molto importante della cultura druidica nel capitolo 14 del VI libro del De bello Gallico, ove fa capire che probabilmente la cultura druidica celtica sia stata una cultura misterica. Può darsi che sia esistita una “Scuola di Druidi” ad Anglesey (Ynys Môn) vicino ai laghi magici, ma cosa vi si insegnasse (poesia, astronomia, o persino la lingua greca) è oggetto di vere congetture.

Nel De bello Gallico di Giulio Cesare si trova il più antico e completo resoconto circa i Druidi. Cesare dedica ai Druidi ben due capitoli del VI libro, il 13 e 14, per poi ritornare sull’argomento nei capitoli 16 e 18, a testimonianza dell’importanza e del ruolo sociale che questo collegio sacerdotale ricopriva nel mondo celtico.

«I druidi normalmente non partecipano alle guerre né pagano tributi alla stregua degli altri. Sono esentati dal servizio militare e godono dell’immunità in ogni campo. Incitati da tanti privilegi, molti accorrono spontaneamente a farsi istruire, altri sono mandati dai genitori o dai parenti. Lì si dice che imparino un grande numero di versi, e perciò c’è chi rimane alla scuola anche per vent’anni. Non è ritenuto lecito affidare alla scrittura questi versi, mentre per tutto il resto, sia materia pubblica o privata, usano di solito l’alfabeto greco. Questa regola mi sembra sia derivata da due motivi: dal desiderio di non divulgare i loro insegnamenti, e perché gli apprendisti non trascurino la memoria fidando sull’uso delle lettere, il che capita quasi sempre ai più: col sostegno della scrittura si allenta l’applicazione nello studio e nell’esercizio mnemonico. In primo luogo essi cercano di creare questa convinzione, che le anime non periscono ma dopo la morte passano dall’uno all’altro; secondo loro è questo un grandissimo incitamento al valore, poiché elimina la paura di morire. Molto, inoltre, discutono fra loro sugli astri e sui loro movimenti, sulla grandezza dell’universo e della terra, sulla natura delle cose, sulla forza e sulla potenza degli dei immortali, e trasmettono tutte queste nozioni alla gioventù.»

Cesare nota che gli uomini di rango in Gallia appartenevano alla classe dei Druidi o a quella dei nobili, e che queste due categorie fossero separate. I Druidi costituivano una classe sacerdotale istruita, ed erano i guardiani delle antiche leggi non scritte, avevano il potere di giudicare, di scomunicare dalla società ed erano responsabili dell’educazione dei giovani. Non si trattava di una casta ereditaria, erano invece esonerati dal lavoro nei campi e dal pagamento delle tasse.

Cesare ci riferisce come i Druidi usassero istruire i rampolli dei clan; una simile annotazione è presente anche nella mitologia irlandese, in numerosi testi. È che essi insegnassero con l’ausilio dei brani epici in versi e gli allievi erano dunque chiamati a comprendere i messaggi che vi si celavano, ma ciò, data anche la complessità delle loro metafore, non era semplice.

Sono testimoni di ciò due brani tratti da differenti versioni del Tain Bo Cualinge: in uno si afferma che Cathbad il Druida insegnava a “più di cento persone sbalordite”, mentre nell’altro si fa notare che solo “otto di essi erano capaci nelle scienze druidiche”. Le allegorie del loro linguaggio non erano dunque facilmente comprensibili.

«[…] Ciò detto, è possibile che i druidi abbiano volontariamente reso oscuri i loro racconti, in primo luogo per essere compresi solo da coloro che potevano comprenderli, e poi per effettuare in modo migliore una selezione tra coloro che bussavano alla porta della classe druidica”. Diodoro Siculo scrive a questo proposito sui druidi: ” Parlano poco nelle loro conversazioni, si esprimono per enigmi e nel loro linguaggio fanno in modo da lasciar indovinare la maggior parte delle cose. Essi utilizzano molto l’iperbole, sia per vantarsi essi stessi, sia per sminuire gli altri. Nei loro discorsi sono minacciosi, altezzosi e portati al tragico. Sono tuttavia intelligenti e capaci di istruirsi.»

Il corso di studio per un novizio era molto lungo. Tutto veniva insegnato oralmente, sebbene, a quanto riporta Cesare, i Galli avessero una lingua scritta (basata sui caratteri greci) usata per le questioni quotidiane. In effetti non esiste traccia di scritti druidici e per questo, secondo alcune fonti storiche, tale tipo di cultura viene definita misterica.

«Il punto essenziale della loro dottrina» scrive Cesare «è che l’anima non muore, e che dopo la morte passa da un corpo all’altro» (metempsicosi). Questo portò molti scrittori antichi a trarre la conclusione che i Druidi siano stati influenzati dagli insegnamenti del filosofo greco Pitagora.

Questa annotazione, per quanto possa apparire improbabile, non viene accantonata dalla letteratura storica moderna, che la inserisce nel contesto dei profondi scambi culturali avuti dai Celti con le comunità italiote della Magna Grecia:

«È molto probabile che l’interesse manifestato dai Celti, a partire dal secondo quarto del IV secolo a.C., per le immagini di forme transitorie che vengono chiamate “metamorfosi plastiche”, […], sia stato influenzato dalle dottrine orfiche e pitagoriche che alcuni autori antichi hanno associato al pensiero dei Druidi.»

Cesare nota anche che i Galli, seguendo l’insegnamento druidico, credevano in uno spirito guardiano della tribù, da cui tutti i Galli discendevano, che era anche Dio dei Morti: Cesare stesso lo assimila a Dis Pater. È probabile che un altro suo nome fosse Teutates. Dis Pater, divinità dell’abbondanza e dell’oltretomba, era a sua volta identificato al greco Ade.

Egli comunque non fa menzione di rapporti avuti con i Druidi o di loro interferenze nei suoi piani di conquista e di organizzazione della Gallia, e tuttavia sembra che le relazioni tra Cesare e i Druidi, in un primo tempo neutrali, si siano incrinate intorno al 54 a.C. e che essi siano divenuti gli animatori della rivolta antiromana del 52 a.C.

La storiografia moderna è perlopiù concorde, sia pure con sfumature diverse e diverse motivazioni, nell’attribuire ai Druidi sia l’ispirazione che l’organizzazione della lotta di resistenza a Roma, lotta animata da un ideale di indipendenza politica, ma anche sentita come difesa della tradizione religiosa celtica. Sul velo di silenzio steso da Cesare circa il ruolo dei Druidi nelle vicende politiche-militari di quegli anni, sono state invece prospettate varie e spesso contrastanti interpretazioni.

Qualcuno ritiene che la digressione etnografica del VI libro, evidenziando l’importanza dei Druidi nell’organizzazione sociale dei Celti, si configurasse come un vero e proprio pamphlet antidruidico; al contrario altri, giudicando i Druidi estranei alla rivolta antiromana, pensano che Cesare, parlando di loro nel VI libro, volesse quasi ricompensarli della loro neutralità. Altri ancora suppongono che Cesare intendesse attenuare le basi per una futura politica di concordia, quale sarebbe stata perseguita poi da Augusto.

Quest’ultima ipotesi suscita qualche perplessità, se si pensa che nel 51 Cesare stava ancora «tirando le somme della sua grande impresa e si apprestava alla guerra civile con Pompeo», e che dunque difficilmente poteva prefigurare le linee della futura politica romana in Gallia.

La sua trattazione sui Druidi nel VI libro e, soprattutto, il suo silenzio su di essi nel resto dei Commentari, si possono forse spiegare con una ragione interna, cioè con l’intento di togliere ai suoi avversari politici in Roma il pretesto di presentarlo come empio violatore di ogni norma e credenza religiosa.

Molte voci, infatti, correvano sulla mancanza di pietas e di fides dell’epicureo Cesare, e su sue presunte violazioni sacrileghe, ed egli, passando sotto silenzio il ruolo dei Druidi nell’opposizione gallica alla sua impresa, mirava sicuramente a cautelarsi contro gli attacchi dei suoi nemici interni e a neutralizzare la loro propaganda militare.Data la lunghezza dell’articolo, il post è stato diviso in più pagine:

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