Il Mito di Avalon e Ciclo Arturiano

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Data di pubblicazione: 9 Ottobre 2011 ©Giardino delle Fate

❈ EXCALIBUR E LA SPADA NELLA ROCCIA ❈

Sono due le spade che, più di ogni altra cosa, hanno caratterizzato il mito arturiano: la spada nella roccia e, soprattutto, l’invincibile Excalibur.

La prima permise al giovane Artù di diventare Re della Britannia. Intorno all’arma c’era una didascalia in lettere d’oro che recitava:

“COLUI CHE ESTRARRÀ QUESTA SPADA DALLA ROCCIA E DALL’INCUDINE
È IL LEGITTIMO RE DI TUTTA L’INGHILTERRA”

Ovviamente il futuro sovrano la estrasse senza sforzo, dando così inizio al suo luminoso regno.

La seconda spada fu fabbricata da Wieland, il fabbro degli Dèi, e donata ad Artù dalla Dama del Lago. Il significato mistico della Spada è profondamente connesso al potere del femminino sacro, e chi possedeva l’Excalibur non poteva essere sconfitto, tuttavia Morgana s’impadronì del suo fodero, che proteggeva dai colpi pericolosi, e quindi il sovrano rimase mortalmente ferito.

Dopo il suo trasporto ad Avalon, Sir Bedivere gettò l’Excalibur nel Dozmary Pool (un piccolo laghetto della Cornovaglia), ove dimorava la Dama del Lago. L’arma venne afferrata da una mano femminile, brandita tre volte, e trascinata sotto le acque.

La Spada nella Roccia. Dopo essere stato riconosciuto figlio legittimo del re Uther (ved. Merlino e la nascita di re Artù), Artù continuava a vivere con Ector perché, sebbene Uther lo avesse nominato suo successore, nessuno sapeva chi egli fosse. Dopo la morte di Uther, molti potenti signori pensarono che la corona spettasse a loro, e la guerra civile parve imminente.

Per evitarla, Merlino consigliò all’arcivescovo di Canterbury di invitare tutti i signori e cavalieri del paese a Londra per Natale. Un miracolo, disse, avrebbe rivelato a tutti chi fosse il legittimo sovrano: tutti i più importanti uomini del regno accolsero l’invito dell’arcivescovo, così il mattino di Natale andarono a pregare in chiesa, e sul sagrato scorsero un grande masso di marmo, al centro del quale era inserita un’incudine nella quale era infitta fino all’elsa una spada.

Attorno alla spada erano incise queste parole: “Chi estrarrà questa spada dalla pietra e dall’incudine, sarà il legittimo re d’Inghilterra.” Tutti i più forti cavalieri provarono ad estrarre l’arma, ma ebbero un bello sforzarsi, la spada non si mosse di un pollice.

«Il vero re non è qui» affermò l’arcivescovo «ma Dio ce lo farà conoscere. Che dieci uomini vigilino su questa spada finché egli non arriva.»

Nel frattempo, si decise che tutti i cavalieri avrebbero provato ad estrarre la spada a turno, e in attesa della comparsa del legittimo sovrano si stabilì di tenere un torneo il giorno di Capodanno, in modo che tutti restassero uniti. La notizia della spada miracolosa e del torneo si diffuse rapidamente dappertutto, ed uno dei cavalieri che si recò a Londra per provare le proprie forze fu Ector, accompagnato da suo figlio Cei e da Artù.

Cei era stato armato cavaliere solo due mesi prima, ed Artù era il suo scudiero. Era il primo torneo di Cei, il quale s’avvide di aver lasciato la propria spada all’alloggiamento, ed ingiunse ad Artù: «Corri a prendermi la spada.» Artù raggiunse di gran fretta la casa dove alloggiava Cei, ma questa era chiusa, poiché tutti si erano recati ad assistere al torneo.

“Cei non può restare senza spada tutto il giorno” pensò il ragazzo. “Andrò a prendergli quella infissa nel masso”. In quel momento il sagrato era deserto. Artù impugnò la spada, la estrasse senza la minima difficoltà e la portò a Cei, il quale subito la impugnò e la riconobbe, indi corse dal padre e gli disse: «Sire, ecco la spada infilata nel masso, è chiaro che devo essere io il re.»

Sir Ector abbandonò il torneo, condusse il figlio in chiesa e gli ordinò di dirgli, giurando sulla Bibbia, come aveva avuto la spada. «Padre» a quel punto svelò Cei «me l’ha data Artù.» Allora Ector domandò ad Artù come si fosse procurato la spada, ed Artù gli riferì come si erano svolti i fatti.

«Non c’era nessun guardiano sul sagrato?» chiese Sir Ector. «No» rispose Artù. Sulle prime Sir Ector esitò, ma poi dichiarò: «Ora, so che tu devi essere il re di questo paese.»
«Perché proprio io?» replicò Artù sbalordito.
«Perché questa è la volontà di Dio» specificò Ector. «Nessuno, salvo il legittimo sovrano, può estrarre la spada dal masso e dall’incudine. Ora mostrami se sei in grado di rinfilare la spada nel masso.» E Artù: «Ma è semplicissimo», e rimise l’arma al suo posto.

Sir Ector provò allora a svellere la spada, ma invano. Ordinò al figlio di fare lo stesso, ma anche Cei ne fu incapace, per quanti sforzi egli facesse. «Adesso prova tu» disse Sir Ector ad Artù. «Vediamo se sei in grado di estrarla nuovamente.»

E senza il minimo sforzo, impugnata la spada, Artù la estrasse dal masso, e a quel punto Ector gli svelò il segreto della sua nascita, e a come gli fosse stato portato in gran segreto da Merlino. Artù ne fu rattristato, perché credeva che Sir Ector fosse il suo vero padre, ma l’amore tra i tre restò saldo quanto prima.

Andarono dall’arcivescovo a spiegargli quanto fosse accaduto, e il prelato decretò che da lì a dodici giorni, tutti i cavalieri dovessero radunarsi un’altra volta, perché le pretese al trono di Artù fossero comprovate pubblicamente. Ognuno tentò ancora di svellere la spada, ma sempre invano.

Soltanto Artù la estrasse senza sforzo. Gli invidiosi cavalieri, però, non restarono affatto convinti, e pretesero un’altra prova, irritati all’idea che un giovane sconosciuto regnasse su di loro.

Dopo la terza prova, il popolo proclamò a gran voce la sua fede in Artù, e finalmente poveri e ricchi s’inginocchiarono concordi davanti al nuovo sovrano da tutti riconosciuto come tale. Solo allora Merlino rivelò all’assemblea dei signori e dei popolani chi fosse il vero padre di Artù.

Artù prese la spada e la depositò sull’altare, giurando che sarebbe stato un buon re e che avrebbe difeso la verità e la giustizia ogni giorno della sua vita. Lo stesso giorno, l’arcivescovo armò Artù cavaliere e lo unse re, ed egli da allora regnò con saggezza e prudenza.

Excalibur. Dopo essere diventato Re, per prima cosa Artù volle esplorare il suo reame in compagnia del solo Merlino, e dovettero affrontare molte avventure.

Artù restò gravemente ferito in un duello con un cavaliere di nome Pellinore, che sfidava chiunque entrasse nelle sue terre e che avrebbe ucciso il re se Merlino non lo avesse soccorso con la sua magia, immergendo Pellinore in un profondo sonno, dal quale si sarebbe ridestato solo dopo qualche ora. Poi condusse Artù presso un eremita dotato di straordinarie qualità di guaritore, e nel giro di tre giorni le ferite di Artù furono risanate. Mentre ripartivano, Artù si rese conto di aver perduto la propria spada.

«Non preoccuparti» lo rassicurò Merlino. «Non molto lontano, ne troverai un’altra che farà al caso tuo.»
Giunsero ben presto ad un vasto lago dalle acque trasparenti, nel mezzo delle quali si levava un braccio coperto di bianca stoffa che impugnava una magnifica spada. «Quella è la spada che ti ho promesso» disse Merlino al giovane re.

In quel momento, ecco una splendida dama emergere dalle acque. «Lei è» spiegò Merlino «la Signora del Lago.»
Dentro il lago c’era una grande roccia, e nella roccia la signora aveva dimora in uno splendido palazzo. La dama si accostò ad Artù che la salutò cortesemente, dicendole che desiderava avere la spada che si levava sulle acque.

«Artù» disse la dama «quella è la spada Excalibur, ed è mia. Ma te la darò se avrò da te il dono che desidero.» Artù promise di darle tutto ciò che desiderava e lei asserì: «Allora va’ a quella barca, e rema fino alla spada. Prendi la spada e il fodero, ed io verrò da te al momento propizio e ti chiederò il mio dono.»

I due uomini legarono i cavalli ad un albero e remarono fino alla spada. Artù la afferrò, e il braccio scomparve sott’acqua.
«Che cosa preferisci» gli chiese Merlino «la spada o il fodero?»
«La spada» naturalmente rispose il giovane.

«Sei poco saggio» replicò Merlino. «Sappi infatti che il fodero possiede poteri magici, e finché sarà al tuo fianco non potrai essere gravemente ferito. Un giorno ti sarà tolto, ma fino ad allora non distaccartene mai.»

❈ IL SANTO GRAAL ❈

La leggenda del Graal, popolarissima nel Medioevo, forse in ragione dell’aura di sacralità e di mistero che la circonda, esercita il proprio fascino ancora ai giorni nostri. A seconda dei testi e delle versioni, il Graal può essere una pietra trasportata dagli Angeli sulla Terra, un vassoio su cui è posata una testa mozza immersa nel sangue, un recipiente dispensatore di cibo, di felicità e di giovinezza, il piatto in cui Gesù e gli apostoli consumarono l’Ultima Cena, o la coppa in cui fu raccolto il sangue stillato dalle ferite di Cristo crocefisso.

Fu portato in Inghilterra da Giuseppe di Arimatea, nell’ambito della sua opera di evangelizzazione del paese. Successivamente andò perso, e sulla Britannia si abbatté una maledizione chiamata Wasteland, ovvero la landa desolata, uno stato di carestia e devastazione.

La sua famosa “ricerca” animò le gesta di tutti i Cavalieri della Tavola Rotonda. Fu infine recuperato dai tre cavalieri più virtuosi, Bors, Parsifal e Galahad, e riportato nel suo luogo d’origine, in terra santa.

Il Graal fu descritto per la prima volta da Chretien intorno al 1190, in “Perceval le Gallois ou le compte du Graal“, dove la parola Graal è utilizzata con il significato generico di Coppa; il calice fa parte di un gruppo di oggetti dotati di poteri mistici, e non ha comunque alcuna associazione con il sangue di Gesù. Solo successivamente, attorno al 1202, il Graal sarà descritto come il Calice dell’Ultima Cena.

Il Graal è il punto culminante del ciclo arturiano, e costituisce un livello dell’Essere che si distingue nettamente da Avalon, o Sidhe, il quale appartiene ancora alla sfera della manifestazione mondana, benché si trovi sui piani “sottili”. L’apparizione del Graal implica l’irruzione dell’aspetto trascendente, e non più immanente, nelle vicende umane: risiede una netta differenza tra sfera della manifestazione mondana e sfera dell’Eterno, tra i mondi che potremmo definire “incantati” da un lato, e la trascendenza dall’altro.

Solo il cavaliere perfetto, Galahad o Perceval a seconda dei testi, può giungere a transumanarsi in esso, dopo una ricerca che mette alla prova le sue superiori capacità; chi è ancora limitato dai vincoli umani dell’amore terreno, come ad esempio Lancillotto, non potrà giungere a conseguire la meta, per quanto grandi possano essere le sue virtù.

È questo un punto che differenzia nettamente le leggende in cui si riscontra l’aspetto che abbiamo definito trascendente, da quelle che si limitano all’aspetto che abbiamo definito immanente: l’eroe di queste ultime è ancora e soltanto un uomo, per quanto eroico e cavalleresco possa essere considerato. Il protagonista delle prime invece appartiene ad un livello superiore ed in Oriente si definisce jivanmukti, il liberato dal circolo delle rinascite; proprio come Galahad, colui che penetra nell’Eterno durante la contemplazione del Graal.

Il Graal nei racconti viene definito variamente; la sua raffigurazione più conosciuta è come calice dell’Ultima Cena di Gesù, in cui il suo discepolo Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue dopo la crocifissione. Giuseppe porta il Graal in Inghilterra ove fonda la prima chiesa cristiana, più antica della stessa di Roma.

Il Graal viene custodito, nel corso dei secoli, da personaggi che ricevono il titolo di “Re del Graal”. L’ultimo della successione, che vive al tempo delle saghe arturiane, ha ricevuto una ferita alla gamba (o ai genitali) che, in virtù della tradizionale identificazione tra il Re e la sua Terra, rende quest’ultima sterile. La sofferenza del Re Pescatore è tragica e senza un termine preciso, poiché il Graal che custodisce lo mantiene forzatamente in vita, impedendogli di porre fine al suo dolore con la morte: solo l’arrivo del cavaliere predestinato potrà guarirlo. Tanto Perceval quanto Galahad sono discendenti del Re Pescatore e, seppure in diverso modo nei vari racconti, riusciranno a curare la malattia del re ferito e ridare quindi prosperità alla sua terra. I racconti del Graal, pur nella diversità dei loro sviluppi dovuti ad autori ed epoche diverse, conducono tutti ad un tema comune: il simbolo dell’Eterno, cioè il Graal è in possesso di un uomo insignito di dignità regale ma decaduto e menomato, e quindi causa di dolore per se stesso e per la sua gente; la salvezza potrà venire solo da un uomo di assoluta purezza, dello stesso sangue del re ma non macchiato dalle sue colpe.

Fuor di metafora, si può interpretare il simbolo nel seguente modo: il Graal arreca suprema felicità o completa sofferenza, a seconda dei meriti di chi lo detiene.

La visione dell’Eterno non ammette mezze misure, chi vi si approssima deve esserne completamente degno, o ne riceverà un danno incalcolabile, aggravato dal fatto che il Graal stesso lo mantiene vivo e gli impedisce di morire, perpetuando la sua sofferenza e quella di chi lo circonda. È il consueto tema della prova iniziatica, da cui si esce rafforzati o distrutti: il Re Pescatore non riesce a mantenersi all’altezza del suo compito e ne riceve una terribile punizione; al contrario il cavaliere perfetto, Galahad, potrà transitare direttamente dal mondo terreno a quello dello spirito nella contemplazione del Graal.

❈ LA TAVOLA ROTONDA ❈

Re Artù prese in moglie Ginevra, la quale gli portò in dote, tra l’altro, una magnifica tavola rotonda in legno, tanto vasta che centocinquanta cavalieri potevano sedervisi attorno assieme. La sua forma impediva che tra loro ve ne fosse uno che primeggiasse, e Re Artù e i suoi cavalieri si resero celebri non soltanto per le loro avventure, ma anche e soprattutto perché vissero sempre secondo giustizia ed onestà.

I Cavalieri della Tavola Rotonda erano i più valenti campioni della cristianità, e tra loro si contavano molti famosi guerrieri, come Sir Bedivere, Sir Lancillotto e suo figlio Sir Galahad, ed ancora Sir Gawain, nipote del re, e Sir Tristano della Leonessa.

La Tavola Rotonda, in quanto cerchio, è un’immagine del cielo, di cui il centro, dove appare il Graal, è un polo di attrazione, l’obbiettivo della cerca nel corso della quale i cavalieri non possono permettersi debolezze o compromessi. La simbologia celeste è ribadita dal fatto che i cavalieri sono dodici (Calogrenant, Galahard, Gareth, Garvaine, Kai, Iwayn, Lancelot, Bohort, Perceval, Pelleas, Tor, Tristan), come i segni dello zodiaco, la ruota della vita.

I loro compiti (punizione dei malvagi e degli oppressori, protezione della donna, lotta contro le forze negative rappresentate dagli incantesimi, dagli esseri eccessivi come i giganti o gli animali nocivi) sono finalizzati al recupero di una dimensione paradisiaca della vita, per se stessi e la comunità in cui operano.

Il giuramento dei cavalieri era così strutturato: una volta accettati dal Re, essi dovevano fare un giuramento da rispettarsi sino alla loro morte. Il giorno prima dell’investitura dovevano restare isolati nella cappella a pregare, nessuno doveva disturbarli.

Il giorno successivo entravano nella cattedrale e pronunciavano le loro parole di fedeltà davanti a tutto il popolo; il Re prendeva la sua spada e la posava sulle spalle del futuro cavaliere. Dopo la cerimonia si riuniva la tavola rotonda, e il cavaliere prestava giuramento davanti ai suoi compagni e alla regina. In tal modo veniva riconosciuto come facente parte dell’ordine.

La sera, dopo tutte le cerimonie, si faceva una grande festa in tutto il regno, perché ora un nuovo valente eroe difendeva il popolo di Britannia.

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