Il Popolo Celtico

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Data di pubblicazione: 19 Settembre 2011 ©Giardino delle Fate

Il tessuto sociale celtico si articolava su tre livelli: il Druida, sommo sacerdote che presso i Galli aveva il nome di virgobrete (in realtà questo era più un magistrato), uomo di legge, di scienze esoteriche, indovino, conoscitore degli astri e della natura, medico, interprete dei sogni; il Cavaliere, uomo di potere economico, politico e militare, la cui fonte di ricchezza era il bestiame (periodo hallstattiano) e l’industria ed il commercio (periodo lateniano); infine il Popolo, composto da servitori.

In realtà le decisioni più importanti spettavano al Druida, dunque chi aveva più cavalli (o in generale bestiame) oppure attività commerciali, gestiva il potere economico ed era il re della tribù, cioè il capo dei cavalieri.

Questa suddivisione dimostra come l’evoluzione dei popoli celtici andò assieme all’evoluzione del cavallo, animale di grande importanza e di ausilio per loro. Tutto ciò ci mostra come in effetti i Celti derivarono dagli Sciti e dunque dalla cultura dei Kurgan, che avevano la stessa considerazione per il cavallo, mezzo di sopravvivenza sia in pace che in guerra, tra l’altro gli Sciti avevano sostanzialmente la stessa struttura sociale.

In particolare, dopo il periodo lateniano ogni comunità celtica si identificava in un gruppo economico, tutti vivevano per quella o quelle attività che gestiva un signore locale. Per questo motivo quando il cavaliere decideva di combattere, tutto il popolo si mobilitava, perché era in gioco la loro sopravvivenza; quando si decideva di migrare, tutti partivano.

Nel corso degli anni i diversi gruppi economici si sono unificati, per esigenze commerciali e gestionali, dando vita così a tribù più estese e complesse. I clan scozzesi sono un’espressione di questi antichi raggruppamenti sociali. Anche le costruzioni dei villaggi venivano realizzate attorno a quella del cavaliere.

La contrapposizione maggiore tra la cultura greco-romana e quella celtica consisteva nel fatto che, mentre la prima si proponeva di conquistare la natura e di dominarla, conoscendo le sue leggi, la seconda preferiva conviverci, sentirsi parte integrante, conoscere il proprio destino per abbandonarsi ad esso. Nell’arte, dunque, non si ricercava la perfezione e la bellezza, ma l’emozione e la libertà.

Nella società celtica il maschio era espressione di vigore e forza e viveva assieme ad altri maschi, fino a che non era tempo di avere figli, per cui si avvicinava alle donne, con cui avrebbe vissuto assieme, continuando comunque a frequentare comunità maschili.

Le donne, a loro volta, vivevano in gruppi, separati dagli uomini dove allevavano i figli, esse esprimevano il coraggio e la tenacia: gli uomini avevano grande rispetto per loro e ad esse erano molto legate.

La prova di ciò ci è data dalle regine della Britannia che hanno combattuto i Romani, addirittura si dice che in battaglia esse trasmettevano il coraggio ai guerrieri, tuttavia alcune di esse, di rango basso, potevano essere barattate con dei cavalli.

Al largo della Bretagna esisteva un’isola abitata solo da donne che vi vivevano in comunità ed assunse un ruolo di sacralità, l’Isola di Avalon. Nella cultura celtica le donne erano amate e rispettate, ma esse godevano anche di libertà e diritti impensabili per qualsiasi matrona classica.

Dione Cassio narra di un incontro tra Giulia Domna, moglie dell’imperatore Severo, ed un’anonima donna caledone. La contegnosa patrizia canzonava la sua interlocutrice e questa rispose, con una certa asprezza, che le abitudini del suo popolo erano ben superiori a quelle romane.

Poiché tutto si svolgeva in modo franco e chiaro, lei e le sue sorelle potevano unirsi senza vergogna ai migliori tra gli uomini. Le matrone romane, invece, con la segretezza che i loro ipocriti modelli di rispettabilità imponevano, potevano trovarsi degli amanti solo tra coloro disposti ad indulgere in relazioni segrete.

Inoltre, dato che era la ricchezza a determinare l’autorità di una persona, all’interno di un matrimonio la moglie poteva anche essere il coniuge più importante, anche se ciò non era sempre accettato: la regina mitologica Medb costituisce un esempio di questo, ma nella mitologia non se ne trovano altre dimostrazioni, in quanto una pratica simile era spesso sconsigliata in una cultura originariamente patriarcale.

L’indipendenza delle donne era in ogni caso riconosciuta ed approvata, sebbene, come si è visto, era raro che queste giungessero a dominare il marito nel rapporto di coppia. Innumerevoli nella mitologia sono le praticanti delle arti druidiche, e così anche le guerriere, che cessarono di esistere in Irlanda solo poco prima del 1000 d.C. sotto l’influsso del cristianesimo, con l’Editto di Tara.

Ecco la descrizione di Feidelm, profetessa e guerriera: “Aveva i capelli biondi, indossava un mantello variegato trattenuto da un fermaglio d’oro ed una tunica con un cappuccio dal bordo decorato di rosso, e portava calzari con legacci dorati. Il volto era sottile in basso ed ampio alla fronte, le delicate ciglia scure ombreggiavano metà del viso fino alle guance, le labbra sembravano tinte di rosso scarlatto, i denti tra le labbra erano una cascata di perle.

I capelli erano acconciati in tre trecce: due avvolte intorno alla testa, la terza che ricadeva sulla schiena fino a sfiorare i polpacci. La donna teneva in mano una bacchetta di findruine [probabilmente elettro] con intarsi d’oro, e in ogni iride erano incastonate tre pietre preziose. Era armata, e due cavalli neri conducevano il suo carro da guerra.” In questo brano si evidenzia la considerazione che i Celti nutrivano nei confronti della bellezza femminile, per la quale diversi eroi sono pronti a compiere imprese suicide, e contemporaneamente si accenna anche al fatto che Feidelm fosse armata, e viaggiasse su un carro-privilegio, questo, riservato all’aristocrazia guerriera e simbolo di potere e di forza.

Esiste un gran numero di riferimenti ad amazzoni nella mitologia: lo stesso Cù Chulainn apprende tutte le sue prodezze da una anziana guerriera scozzese, Scatàch; è la figlia di questa, Uathach la Terribile, che, innamoratasi di lui, gli spiega come sopraffare la madre; ed infine è Aife, amazzone avversaria di Scatàch, a combattere Cù Chulainn spezzandogli la spada.

D’altro canto, anche gli antichi Greci conobbero la feroce figura della guerriera celtica e la descrissero in diversi testi, come, ad esempio, il resoconto del sacco di Delfi ad opera di Brenno. E furono queste strane donne del nord ad ispirare nei Greci il personaggio mitologico delle Amazzoni, che divenne l’archetipo della “donna forte” da sottomettere nei racconti per dimostrare la loro virilità, che non si esprimeva certo al meglio con le sottomesse mogli, rinchiuse nel gineceo, che si ritrovavano.

È perciò dai Celti che deriva anche la classica figura dell’amazzone, la donna guerriera per eccellenza: all’interno della loro società la donna aveva diritti paragonabili a quelli dell’uomo, poteva ad esempio detenere beni suoi che, in certi casi, erano addirittura superiori a quelli del marito, sebbene questo fosse, per lui, degradante e venisse perciò evitato, e in caso di separazione dei due coniugi, a lei spettava la metà del patrimonio collettivo della coppia, oltre a tutti i beni che aveva portato in dote.

Ci sono inoltre giunte testimonianze di come una donna potesse anche ottenere il potere politico e, come già detto, le donne guerriere erano quanto mai comuni. Feroci nei confronti dei loro nemici, sono presenti in gran numero nella mitologia ed hanno colpito a tal punto la civiltà classica, e la nostra, da essere diventate un carattere ricorrente sia nelle leggende latine e greche.

D’altronde, come la stessa descrizione di Feidelm suggerisce, le donne potevano anche entrare a far parte della classe druidica. Ci è tramandato dalle fonti classiche che, nell’isola di Mona, durante l’attacco dei Romani, si trovavano Druidi, non solo di sesso maschile, ma anche femminile, che suonavano le grandi arpe da guerra e salmodiavano per terrorizzare gli invasori. Anche la mitologia, inoltre, è ricca di riferimenti a druidesse, spesso specializzate come satiriste, indovine, maghe e, appunto, profetesse.

Gli uomini celtici amavano le feste, dove si raccoglievano assieme e raccontavano saghe e favole, i riti comunitari, dove, alle volte, compivano dei duelli mortali, prediligevano bere (vino, birra, whisky) e mangiare in particolare il maiale arrosto (il cavallo e il toro erano impiegati per riti sacri). Secondo la tradizione, un buon celta, oltre che un valente guerriero, doveva essere eloquente.

Data la lunghezza dell’articolo, il post è stato diviso in più pagine:

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