Il Popolo Celtico

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Data di pubblicazione: 19 Settembre 2011 ©Giardino delle Fate

Il guerriero celtico in battaglia si dipingeva il volto di vari colori, urlava sia perché voleva spaventare il nemico, sia per esprimere il proprio vigore fisico, di cui era fiero. Amava radersi (i Britanni portavano anche i baffi) e viveva a contatto con la natura, dunque la struttura sociale dei Celti era molto semplice ed in essa, nel corso degli anni e dello sviluppo economico, si poté inserire anche la borghesia (età lateniana).

La società celtica non ebbe modo di articolarsi, viste le contaminazioni romano-germaniche, infatti solo in Irlanda, dove poté svilupparsi in pieno, andò articolandosi su più livelli: re, Druidi (filid), nobili inferiori, contadini (in quanto possessori di terre), Bardi (ceto borghese, a cui era affidato il tramandare la tradizione), lavoratori ed artisti di intrattenimento. Questi ultimi due rappresentano classi sociali non libere.

Più tardi, con l’avvento del cristianesimo, il Druida diventa anacoreta ed assume un ruolo di consigliere nella chiesa celtica, che avrà dei contrasti con quella romana, sfociati in alcuni casi in eresia.

Il guerriero era un uomo possente, abile nel combattimento ed amante delle feste, di cui la società riusciva ad incanalare l’ardore con un ferreo sistema di regole e codici di comportamento, e che, in battaglia, sfoderava tutto il furor che era costretto altrimenti a sedare, sgomentando i nemici che non conoscevano la sua razza con terrificanti ostentazioni di selvaggia potenza ed incredibile orgoglio, giungendo a combattere, come accadeva presso i Galli continentali e, almeno agli inizi, anche nelle tribù britanniche e irlandesi, nudo, in segno di sprezzo del pericolo e di sfoggio della propria forza e virilità.

Tracciava sul proprio corpo con il guado simboli e spirali che spaventavano chiunque lo vedesse, oppure appendeva per i capelli al proprio carro da guerra le teste dei nemici uccisi, mozzate per esibirle quale trofeo, un costume abbastanza sinistro che non mancò di impressionare debitamente Greci e Latini: questi trofei venivano inchiodati anche, di solito, alle architravi delle porte, e più tardi anche quando questo uso scomparve rimase quello di far scolpire sulle architravi, e sui capitelli, simboliche teste recise.

Si conoscono peraltro simili lavori scultorei anche per periodi in cui la pratica della decapitazione era ancora attiva: non dimentichiamo che essa scomparve in Gallia ed in Britannia solo con la romanizzazione, ed in Scozia ed Irlanda con la conversione al cristianesimo, e sono presenti teste scolpite anche risalenti ad epoche precedenti.

I guerrieri celtici indossavano spesso manti di tartan, la cui tintura avevano appreso dagli Sciiti, e si lasciavano crescere i baffi impomatati abbastanza da poterli usare come filtro per le bevande. Erano uomini imponenti, alti e forti, e le loro lunghe capigliature chiare, unitamente alle enormi spade a due mani e agli alti scudi, impressionarono notevolmente i loro contemporanei classici, piccoli di statura e scuri di pelle.

Oltre alla pesante spada a doppio taglio, un guerriero era in genere armato con diverse daghe portate alla cintura, uno o più giavellotti non più lunghi di un metro, ed una grande lancia dalla punta di ferro.

I guerrieri celtici di rango più alto andavano a combattere su un rapido carro da guerra, simbolo del loro potere, che aveva una notevole forza di penetrazione quando, a grande velocità, si scontrava con la prima linea dell’esercito nemico, creando scompiglio e falciando decine di uomini con le ruote falcate e con le armi del guerriero, che poteva guidare da sé il veicolo o lasciare il compito ad un auriga, rimanendo di fianco a lui.

Comunque, al contrario di quanto gli “osservatori esterni” affermavano inorriditi, in genere i Celti non praticavano alcuna forma di tortura sui nemici, com’è stata per molti secoli consuetudine di parecchi popoli “civili”.

Diodoro Siculo attesta che i guerrieri celtici disprezzavano talmente la morte, da affrontare i pericoli della battaglia senza armature di protezione, con soltanto un perizoma attorno ai lombi.

A tal proposito, la nudità in battaglia non era soltanto una prova di temerarietà e coraggio, rientrava a sua volta nella fede della rinascita e nel significato religioso attribuito dai Celti alla funzione guerriera, che si arrivava ad esercitare solo dopo una lunga ed articolata iniziazione: per iniziazione si deve intendere tanto il passaggio dalla minore alla maggiore età, che per il giovane celta avveniva a diciassette anni, quanto l’addestramento per passare da uno stato normale ad uno stato superiore di coscienza, che comportava la capacità di attivare e controllare energie straordinarie al momento del combattimento.

In questo modo sia sul piano sociale sia su quello operativo, il guerriero diveniva l’incarnazione della Forza. Il guerriero che così assumeva in piena consapevolezza il suo ruolo sociale, morale e religioso, godeva della protezione divina, come si apprende dal patrimonio mitologico e leggendario dei Celti, che veniva mantenuto vivo nella memoria collettiva nelle abituali riunioni conviviali dei guerrieri.

Diodoro Siculo parla anche di come il pasto potesse essere costituito da un intero bue, cucinato al momento allo spiedo o alla brace, del quale i bocconi migliori spettavano al capo. Il banchetto rivestiva dunque un significato rituale, come momento in cui si ribadiva appunto la fedeltà al capo, si manifestava il senso di coappartenenza ad un popolo e ad una classe, si risolvevano con una sfida a duello le contese interpersonali.

Il significato rituale di tutti gli atti della vita del guerriero e la necessità che questi osservasse un codice comportante anche il rispetto di determinati tabù (geasa), traspaiono dietro il racconto della fine del grande eroe Cú Chulainn. Egli era tenuto a non rifiutare mai e per nessun motivo un invito ad un banchetto, né gli era permesso di cibarsi di carne canina.

Un giorno, per non infrangere il primo tabù, accettò di partecipare ad una riunione conviviale, ma si trovò imbandita della carne di cane e fu così costretto ad infrangere il secondo. In seguito a ciò venne sconfitto e ucciso.

Una singolare ed eroica usanza tipica dei guerrieri Aquitani, era quella di unirsi attorno ad un capo liberamente scelto e tributargli sul campo di battaglia una fedeltà assoluta fino alla morte, indipendentemente dalle ragioni del combattimento. Se infatti il capo moriva sul campo, chi non trovava a sua volta la fine per mano del nemico si toglieva spontaneamente la vita.

Data la lunghezza dell’articolo, il post è stato diviso in più pagine:

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