Racconti Fatati a Lot

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Data di pubblicazione: 18 Settembre 2011 ©Giardino delle Fate

✿ Il Viaggio di Ahyla ✿

«Eri un prisma attraversato dalla prima luce del mattino… impossibile non scorgerti.» Questo mi rispondeva sempre mia madre, quando le domandavo dove mi avesse trovata… Adoravo farmi raccontare da lei del giorno in cui mi trovò, posata sui ciottoli lisci e tondi che costituiscono la riva ghiaiosa del fiume Danaw, intenta a far turbinare l’acqua con un rametto di salice.

Mia madre aveva un modo del tutto unico di descrivere eventi ed oggetti, persone e sensazioni… uscendo dalla sua bocca, i fiori si trasformavano in “occhi del prato”, gli anziani del villaggio diventavano “il presente del passato”, l’amore era “un dipinto di note musicali”, e così via. D’altra parte, lei era speciale in tutto…

Quale altra nobildonna avrebbe avuto il coraggio di accogliere a Palazzo una Fata e di crescerla come una figlia, consapevole di attirare su di sé l’attenzione di tutte le malelingue del Regno e andando persino incontro all’ira del marito?

In effetti, mio padre si arrabbiò non poco… ma ora, a distanza di diversi anni, sono in grado di interpretare meglio il comportamento di mio padre: lui era Re Xaril Hewien III, Signore di Kartest e delle Terre del Nord, che si estendono per tutta l’ampiezza delle alte cime innevate della catena del Paleer, fino alle acque gelide del Mar di Merbreth.

Aveva un compito importante ma gravoso da compiere mio padre, poiché l’epoca del suo Regno fu un’epoca difficile, contraddistinta dalle lotte interne e da un’insana trascuratezza delle tradizioni, che pure per molti secoli avevano fatto del Regno del Nord un esempio di civiltà per chiunque. Mostrarsi severo e duro nei modi era quasi un obbligo morale per mio padre, e di certo l’unico modo possibile per far fronte ai pericoli che derivavano dall’invidia e dalla brama di potere di molte delle famiglie nobili del Regno.

Nonostante i soventi scoppi d’ira poi, non ricordo di una sola volta in cui mi abbia davvero impedito di fare qualcosa… Anche quando mia madre, che era solita farsi chiamare da tutti semplicemente Iza (nessuno mai seppe dirmi quale fosse il suo vero nome), iniziò a praticare anche in mia presenza le sue arti magiche, egli si limitò a lanciare uno dei suoi soliti urli in direzione della sua Regina, borbottò per alcuni giorni, e poi non aggiunse mai più una parola a riguardo. E sì che di cose da dire ce ne sarebbero state!

La mamma era solita trascorrere le sue giornate all’aria aperta, camminando a piedi nudi per i boschi e lungo il corso del Danaw, indossando una semplice tunica azzurra sormontata da un lungo mantello argentato, lo stesso che indosso io ancor’oggi quando assumo sembianze umane; dalla sua borsa sbucavano lembi di pergamena stropicciata, mazzi di erbe e fiori fatti seccare, pietre e cristalli di ogni forma e colore.

Tra quelli che la incontravano, i più gentili la trattavano come se avesse perso il senno; gli altri, ovvero la stragrande maggioranza, la additavano per strada, accusandola di essere una “Uhr-Donai”, una Strega malvagia e dispettosa, sempre intenta a creare incantesimi dannosi e ad escogitare sortilegi nefasti per il Regno intero… Se solo questa gente avesse compreso che in realtà la situazione era diametralmente opposta, forse le cose sarebbe andate diversamente nelle Terre di Kartest.

Era infatti vero quello che si raccontava a proposito degli incantesimi… ma Iza era piuttosto una “Fehr-Donai”, una Strega buona, dedita ad onorare la Natura e gli Dèi che la abitano, una studiosa delle Energie che regolano la Vita, e che permettono al vento di spirare come una dolce melodia incantata fra i rami dei giovani alberi a Primavera, e all’acqua di scorrere ora placida ora tumultuosa nei letti dei fiumi così come negli animi di tutti gli esseri animati, foglie sospinte dalla brezza degli eventi.

Così mia madre mi insegnò a cantare il Capodanno lunare attorno al sacro fuoco della Vita, a curare le sofferenze del corpo e dell’anima servendomi di erbe ed unguenti, a ricercare nelle gemme parte dell’Energia dell’Universo.

Il mio apparente distacco nei confronti della quotidianità e la mia riservatezza derivano proprio dalle giornate trascorse in compagnia di Iza fra i ghiacci eterni del Paleer, o nei boschi poco distanti dalla città di Kartest, dove eravamo solite rifugiarci per sfuggire alle falsità della vita di corte, e dove un giorno incontrammo una Fata come me, la piccola Meli, la mia dolce sorellina, mentre era intenta a rincorrere svolazzando un malcapitato fagiano.

Ben presto dunque anch’io diventai una “Uhr-Donai” agli occhi degli Uomini del Nord, e di certo la mia natura di Fata non poteva che accrescere l’alone di mistero e di sfiducia che mi ha circondata fin dalla prima volta in cui mi videro volare per le strade di Kartest. Non fu facile abituarmici, ma imparai che il silenzio vale più di mille frasi pronunciate per invidia o ignoranza, e che la fiducia in me stessa non potrà mai essere scambiata in me per alterigia, perché accompagnata dalla purezza di spirito che mia madre seppe infondermi.

Il giorno in cui Iza morì, la città di Kartest fu sommersa da una tempesta di neve, mentre nel resto del Regno brillava il sole caldo dell’Estate; i medici di corte, sotto la pressione insistente dei nobili, si affrettarono a stabilire che la morte fu dovuta a cause naturali, ma io seppi leggere nell’ultimo sguardo di mia madre la verità… lessi nella profondità dei suoi occhi azzurri i terribili effetti di una maledizione, ferocemente scagliata deviando il corso naturale delle Energie, allo scopo di annientare l’unica persona che, con le sue pratiche magiche, per molti anni aveva impedito che il Regno del Nord cadesse nelle mani avide e crudeli dei nobili di corte.

Il mio dolore fu insopportabile, ma non diedi a quelle persone malvagie la soddisfazione di vedermi soffrire… senza nemmeno rendermi conto delle mie azioni, tolsi dal collo di mia madre la pietra rossa a forma di falce lunare da cui non si separava mai e me la legai al polso, presi la sua pesante borsa di cuoio e mi misi sulle spalle il suo mantello argentato; abbracciai forte la mia piccola Meli e baciai il suo volto solcato di lacrime, poi mi presentai al cospetto di mio padre…

Nel vedermi, Xaril alzò il suo sguardo improvvisamente vecchio e stanco, e mi disse solo: «Sì… è meglio che tu vada… mi hanno strappato via mia moglie, non voglio che abbiano l’occasione di fare lo stesso con mia figlia.» Mi inchinai profondamente ai suoi piedi, poi svanii silenziosamente, lasciando di me solo una delicata pioggia di petali di rosa di montagna.

Non so dire per quanto tempo vagai… se mia madre avesse potuto scorgermi nel mio pellegrinare distratto, avrebbe detto che un bianco profumo di stella si aggirava per il mondo, come polline viaggiatore dell’aria. Ed io viaggiai davvero… nel più profondo silenzio, spesso ad occhi chiusi, ascoltando la mia mente soltanto, imparando a controllare le mie emozioni, il dolore che altrimenti mi avrebbe distrutta.

Viaggiai con l’unico scopo di trarre insegnamento da qualunque vibrazione percepissi nell’Energia che permea ogni cosa, come mi aveva insegnato mia madre, senza pregiudizio alcuno né nei confronti delle diversità, né del differente modo in cui ciascuno, in cuor suo, interpreta la realtà.

Un giorno, quando ormai avevo imparato a convivere col mio dolore, un vecchio barcaiolo mi parlò di una città in cui Elfi, Fate, Umani e molte altre razze vivevano insieme… mi parve subito un ottimo posto in cui iniziare una nuova vita. Sono dunque giunta a Lot alcune Lune fa, e mai avrei pensato di potermi sentire così a mio agio in un luogo tanto diverso da Kartest.

Eppure proprio questo luogo, con i suoi contrasti e le sue vie affollate, con l’intrecciarsi di storie che vi si odono anche quando tutto tace, sorvolandone di notte le strade, è per me come l’abbraccio del fiume Danaw nelle fresche mattine d’Autunno, è un velo di seta sospinto dall’eleganza di una danza magica…

Data la lunghezza dell’articolo, il post è stato diviso in più pagine:

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