Racconti Fatati a Lot

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Data di pubblicazione: 18 Settembre 2011 ©Giardino delle Fate

★Lo strano caso del Demone Ecate★

Mi trovavo, come mio solito, alle Fogne quella sera. Approfittando di un momento di relativa tranquillità, rimettevo in ordine alcune pergamene per la Biblioteca dei Saggi, quando una strana creatura fece il suo ingresso. Camminava lentamente, con passo incerto, come se fosse poco sicura del terreno che i suoi piedi calpestavano o, forse, proprio dei suoi stessi piedi.

Era una Demone, il volto pallido e i lunghi capelli color del rame, strani vestiti addosso, forse troppo larghi e dal taglio maschile.

Al collo uno strano medaglione a cui le sue mani andavano spesso, come a proteggerlo, o a cercare in esso la forza per affrontare chissà quale oscuro pericolo. Le sue iridi scarlatte scandagliavano i pochi presenti con sguardo gelido e circospetto.

Fui tanto incuriosita da quell’insolita Viandante che mi azzardai a chiederle cosa l’avesse portata nel Granducato e cosa cercasse nelle Fogne di Lot. Volse su di me i suoi occhi indagatori, poi le labbra vermiglie s’incresparono in un leggero sorriso.

«Non so ancora cosa vado cercando, Conservatore StellaCadente» mi rispose con un filo di voce roca. «Ma spero di scoprirlo molto presto e, prima di allora, forse ci rivedremo.» Poi scomparve nel buio, così com’era giunta, udii i suoi passi che risalivano i gradini delle Fogne per riemergere in superficie.

La rividi dopo due giorni, o meglio, vidi un essere che le somigliava in tutto e per tutto e che portava lo stesso nome, ma aveva assunto le sembianze maschili di un giovane Demone. I lunghi capelli ramati erano scompigliati e malamente raccolti in una coda, il bel viso diafano era imbrattato di rossetto attorno alla bocca ed una viva espressione di disgusto ombreggiava i suoi occhi.

Non osai salutarlo per paura di essermi confusa, ma continuai a guardarlo con crescente curiosità, finché egli percepì i miei occhi e ricambiò lo sguardo, in modo però distratto, come se fosse completamente preso da altre misteriose questioni. Continuava, infatti, a strapparsi di dosso le vesti e a compiangersi per quell’infelice destino che lo imprigionava, tenendolo indissolubilmente incatenato alla sorella gemella.

Ad un tratto tutto mi fu chiaro: nello stesso corpo, per un qualche arcano sortilegio, dimoravano il fratello e la sorella Ecate, un solo nome ed un solo essere per due distinte personalità. Mi avvicinai, intrigata dal singolare Demone, ma egli era talmente afflitto che non vedeva niente al di là del suo tormento.

Dalle sue parole sconnesse capii che odiava profondamente la sorella e a causa di lei tutte le donne erano ai suoi occhi degli esseri lascivi ed ingannevoli.

Improvvisamente si accorse di me, mi guardò con rancore, mi afferrò per le spalle e sentii i suoi artigli sulla pelle e tutta la forza delle sue braccia e della sua disperazione. Scuotendomi, mi urlò di aiutarlo, di liberarlo dai vestiti della sorella, dal suo profumo, dal suo rossetto.

Dopo un primo smarrimento riuscii a liberarmi dalla presa, ero adirata e perplessa, ma fui prontamente trascinata via dalle Fogne dalla Dama Alhea, che aveva intuito prima di me il pericolo rappresentato dall’impetuoso Demone.

Il giorno dopo, nel Pozzo, entrò Lady Ecate con un ampio pastrano maschile addosso. Con il suo solito fare sospettoso si guardò attorno ed avendomi riconosciuta, mi salutò con un lieve sorriso.

Sulle prime non le dissi niente dell’incontro avuto con suo fratello, ma poi le accennai alla rabbia che avevo colto in lui la sera prima, e lei se ne rattristò ed abbassò per un attimo lo sguardo, come per scusarsi di una colpa che non aveva commesso.

Poi si lasciò andare ad una breve confidenza, raccontando a me e al Demone DarkStorm, che si era interessato alla particolare vicenda, le origini di quel supplizio, non furono che poche frasi mormorate e confuse, dalle quali capimmo che la madre, recante in grembo i due gemelli, si era vista costretta da un parto terribilmente travagliato a scegliere la vita dell’uno a discapito di quella dell’altro.

Col cuore straziato, non potendo in alcun modo prendere una decisione ella richiamò a sé, con la sua disperazione, arcane forze oscure che ghermirono l’anima di uno dei due neonati, quella destinata alla Morte e non le permisero di lasciare questa terra.

La intrappolarono in un misterioso medaglione, che venne prontamente posto al collo della piangente creatura viva, il cui corpo divenne da allora un’unica prigione per due anime contrastanti: quando l’una si fosse appropriata del corpo, l’altra avrebbe dimorato incosciente nel medaglione.

Non fu mai facile far coesistere in quell’unico essere le due diverse personalità e, col tempo, la convivenza forzata fece divampare fra i due fratelli un feroce odio, soprattutto da parte del gemello che non poteva concepire di essere messo in disparte da una femmina, di ritrovarsi ad un tratto vestito con i suoi abiti, insudiciato dal suo rossetto. Dal canto suo la sorella sopportava con rassegnazione, pur disapprovando la violenza del fratello.

Il Demone DarkStorm propose di distruggere il medaglione mentre vi era intrappolata l’anima del gemello, ma Ecate portò le mani al prezioso oggetto e piena d’apprensione sussurrò: «Oh, no… se io distruggessi il medaglione sarei destinata a morire con lui… e allora saremmo uniti anche nella Morte…»

Scosse la testa, il suo pugno si strinse più forte intorno al medaglione, le nocche divennero bianche per l’intensità della presa, e proseguì: «No, non posso permettere che la mia vita mi venga strappata, preferisco continuare a condividere me stessa con lui, anche se solo la necessità ci lega, non certo l’amore… del resto, se avrete modo di approfondire la conoscenza con lui, vi renderete conto dell’impossibilità di un equilibrio stabile con mio fratello. Egli è sregolatezza, è passione, è odio… è un grumo di sentimenti che s’identificano con i miei e nello stesso tempo li sconvolgono.» Finì la frase in un sussurro, poi chiuse gli occhi e strinse le labbra vermiglie, quasi si fosse pentita per quello sfogo.

Le chiedemmo se davvero non esistesse un altro modo per liberarla, per liberarli entrambi, ma lei sorrise tristemente e, con gli occhi persi nelle sue riflessioni, parlò ancora, più a se stessa che a noi, con voce bassa: «Solo in un modo potremmo separarci…»

Scese il silenzio e per alcuni istanti si sentì solo il lieve mormorio dell’acqua che scendeva nei canali di scolo, insieme ai vaghi passi di qualche ratto furtivo.

Prima che noi potessimo chiedere di più, Lady Ecate sospirò e, scostando dal viso un ciuffo di capelli ramati, riprese: «Non posso dire altro… e, del resto, dirvelo non avrebbe alcun senso, è solamente un’utopia irrealizzabile. Solo la rassegnazione può aiutarci, essa soltanto. Siamo nati per sopportare questo destino, per odiarci possedendoci… è questa la nostra vita…» Poi si alzò, mentre noi, del tutto disorientati, cercavamo di riordinare mentalmente i frammenti del racconto appena udito, alla ricerca d’improbabili soluzioni.

Ci guardò con aria sgomenta e con un rapido gesto portò le mani alla chiusura del mantello, troppo lungo ed abbondante per lei, se lo strinse sulle esili spalle, poi s’incamminò verso l’uscita.

Udimmo il lieve fruscio del pastrano che strisciava al suolo con i lembi più bassi, i suoi passi stanchi avanzare su per le scale, sempre più lontani, finché tutto fu silenzio. Rimanemmo immersi nei nostri confusi pensieri, senza parlare, finché a scalfire le nostre riflessioni furono di nuovo il pigro scorrere dell’acqua e i passi svelti e furtivi dei topi.

Data la lunghezza dell’articolo, il post è stato diviso in più pagine:

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