Il Centauro

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Data di pubblicazione: 13 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

Dove l’occhio umano non vede, nel folto della foresta,
allegri e vitali, ci sono i centauri e i satiri.
Incarnano la forza della terra.
Vivono in spensieratezza,
si lasciano trascinare in danze sfrenate.
Si addormentano come bambini al crepuscolo…
dopo poche ore sono di nuovo svegli,
pronti per un’altra scorribanda!
Li accompagna una musica melodiosa
che non di rado è stata ascoltata da parecchi uomini.

I primissimi resoconti sugli spiriti che vagano liberi nei boschi riguardano i Centauri, creature con tronco umano e corpo da cavallo. Per tradizione vengono situati sui monti della Tessaglia. Erano ritenuti discendenti di Centauro, figlio dell’amore sacrilego tra Issione ed Era, che divenne loro capostipite dopo essersi unito carnalmente alle giumente dei pascoli della Magnesia.

Alcuni Centauri erano autori di imprese malvagie e brutali, mentre altri, come Chirone, erano saggi e benevoli, vivevano nei boschi, conoscevano le piante e le stelle, ed erano considerati fedeli amici degli uomini e degli Dèi.

La forma del Centauro è metà umana e metà equina: questa sua duplice natura contraddistingue anche la sua indole, che ha tutti i vizi e le virtù del genere umano esasperati al massimo livello. Non a caso la mitologia greca ci propone due figure antitetiche tra le principali appartenenti a questo genere: Chirone, Centauro saggio e giusto, sapiente maestro di Achille, e Nesso, Centauro meschino e spietato che rapisce la moglie di Ercole, la circuisce e la inganna.

I Centauri sono tendenzialmente una tribù selvaggia ed infida, danzano con gli spiriti della tempesta, ma possiedono anche un lato benevolo ed un’inesauribile conoscenza delle piante del bosco che occasionalmente condividono, così come fece Chirone, il quale insegnò la sua arte ad Asclepio che, da allora, “divenne così competente come chirurgo e nell’uso dei farmaci, da essere venerato come il fondatore della medicina.”

Il Centauro è una figura della mitologia greca, metà uomo e metà cavallo. La parte superiore è simile ad un umano, con la differenza di avere delle orecchie simili a quelle elfiche, la parte inferiore invece è del tutto identica a quella di un cavallo, la coda spesso ha il colore dei capelli della parte umana che possono essere neri, ramati, biondi oppure castani. La parte cavallina è nera, marrone o bianca, mentre la loro carnagione varia come gli occhi, esattamente come negli esseri umani.

Razza intelligente, fiera ed estremamente orgogliosa, la loro intelligenza è molto ampia, sviluppata, come la loro saggezza, ma essendo per l’appunto esageratamente orgogliosi, definiscono gli umani una razza inferiore. Sono molto pericolosi con l’arco e con la spada, anche se preferiscono gli scontri a distanza.

Nella mitologia è quasi sempre dipinto con carattere irascibile, violento, selvaggio e brutale, incapace di reggere il vino. Solitamente raffigurati armati di clava o di arco, cacciavano urli spaventosi.La figura del Centauro ha origine dall’amore sacrilego fra il re dei Lapiti, Issione, e la dea Era, dalla cui unione nacque, appunto, Centauro, capostipite di tutti i Centauri. L’equino, nel II millennio a.C., non era ancora diffuso in Grecia, perciò è possibile supporre che questa creatura, la cui importanza era davvero notevole per un popolo di nomadi migratori, fosse oggetto di culto.

È anche probabile che in alcune regioni lontane, quali la Tracia o la Tessaglia, vivessero delle tribù semiprimitive che si dedicavano all’addestramento di questi animali selvatici. Per questo, si sarebbe potuta creare l’immagine di un essere mitico che univa il cavaliere alla sua cavalcatura.
Certi centauri acquisiranno anche leggende proprie, come Chirone, Euritione, Nesso e Folo, diventando in seguito (in epoca moderna e contemporanea) personaggi tipici della letteratura Fantasy.

Essi sono dunque legati a diversi racconti mitici, tra cui l’episodio in cui si narra della battaglia contro una popolazione della Tessaglia: i Lapiti. Invitati al banchetto nuziale in occasione del matrimonio tra il re Piritoo e Ippodamia, i Centauri, completamenti ebbri assunsero un atteggiamento talmente insolente che uno di loro, Eurito, arrivò persino ad assalire la sposa, trascinandola per i capelli. Si scatenò una lotta furibonda, finché i Centauri non furono scacciati dalla festa nuziale.

Un’altra leggenda racconta del Centauro Nesso, che viveva sulle rive del fiume Eveno e traghettava i viaggiatori sull’altra sponda. Un giorno Ercole, con la sua sposa Deianira, si trovò a dover attraversare il fiume, ma Nesso si rifiutò di trasportare entrambi nello stesso tempo, cosicché Ercole guadò il fiume da solo.

Fu un gioco astuto di Nesso che, appena ebbe Deianira in groppa, si diede alla fuga tentando di rapirla, ma fu colpito ed ucciso da una freccia di Ercole.
Morendo il Centauro rivelò alla donna che se avesse raccolto il suo sangue ed intriso una veste, avrebbe potuto contare sull’amore eterno di Ercole. Ogni volta che il suo sposo si fosse dimostrato interessato ad un’altra donna, Deianira non doveva fare altro che far indossare la veste ad Ercole per farlo tornare a lei devotamente.

Sulle loro straordinarie fattezze ironizzò, nel II secolo d.C., Luciano di Samosata con i “Nefelocentauri” (Νεφελοκένταυροι), creature immaginarie (metà uomini e metà nuvole), da lui descritte nelle Storie vere.

La loro particolarità, come sopraccennato, è che possedevano tutti i pregi e tutti i difetti del genere umano, portati però a livelli elevatissimi, tanto che nella mitologia sono stati riservati loro ruoli completamente contrastanti: dall’estrema saggezza all’incredibile crudeltà. E tale idea perdurò nel tempo.

Durante il Medioevo, l’immagine del Centauro si addiceva pertanto agli eretici e alla loro interna dissociazione, che li faceva considerare metà cristiani e metà pagani.

Era solitamente rappresentato con i capelli in fiamme, perlopiù armato, soprattutto di freccia ed arco. Talvolta l’obiettivo era una colomba, talaltra un cervo, entrambe figurazioni simboliche dell’anima, facili prede spesso raffigurate mentre venivano trascinate via dopo la cattura.

Ma il vero specchio del pensiero medioevale in merito, è rappresentato da Dante, che nella “Divina Commedia” colloca i Centauri nell’Inferno (Inf. XII), come custodi-giustizieri dei violenti contro il prossimo, in rapporto diretto con il loro carattere violento avuto in vita. In araldica, il Centauro è una figura immaginaria che corrisponde alla sua raffigurazione mitologica: essere metà uomo e metà cavallo. Normalmente è armato di una clava. La sua variante principale è il Centauro Sagittario, che tira con l’arco. Talora è rappresentato con due sole zampe da cavallo.

L’immaginario araldico gli ha regalato, se non una compagna, almeno una corrispondente figura femminile, la Centauressa (o Centaurella).

Nell’araldica italiana è rappresentato col capo rivolto all’indietro, l’arco in mano e nell’atto di scagliare frecce. Nell’araldica dell’Europa Orientale, compare di frequente con la coda che termina a testa di serpente, verso cui, pare sia diretta la freccia.

Anche in araldica il Centauro non ha un significato simbolico generalmente riconosciuto, dato che alcune leggende lo definiscono malvagio e nefasto, capace di ogni scelleratezza (come nella leggenda delle nozze di Piritoo e Ippodamia), mentre altre lo dipingono virtuoso e sapiente (quali furono Pholos, amico di Ercole, e Chirone, amico di Apollo e dei Dioscuri).

Il Centauro…
Da migliaia di anni percorreva la terra. Per molto tempo, finché il mondo si era mantenuto anch’esso misterioso, aveva potuto muoversi alla luce del sole.

Quando passava, le persone si avvicinavano alla strada e gli lanciavano sul dorso di cavallo fiori intrecciati, o ne facevano corone che lui si poneva sul capo. Vi erano madri che gli affidavano i figli perché li sollevasse in aria e così superassero la paura dell’altezza. E in ogni luogo vi era una cerimonia segreta: al centro di un circolo di alberi che raffiguravano gli Dèi, gli uomini impotenti e le donne sterili passavano sotto il ventre del cavallo.

Era credenza comune che sbocciasse così la fertilità e si rinnovasse la virilità. In certe epoche portavano al Centauro una cavalla e si ritiravano dentro le case: ma un giorno qualcuno, che per quel sacrilegio fu accecato, vide che il Centauro copriva la cavalla come un cavallo e poi piangeva come un uomo. Da quelle unioni non nacque mai alcun frutto.

Poi giunse il tempo del rifiuto. Il mondo, trasformato, cominciò a perseguitare il Centauro, lo costrinse a nascondersi. Ed altre creature dovettero fare lo stesso: come l’Unicorno, le Chimere, i Lupi Mannari, gli uomini piè-di-capra (Fauni), certe formiche più grandi delle volpi, ma più piccole dei cani.

Nel corso di dieci generazioni umane, questo popolo diverso visse riunito in regioni desertiche. Ma con il passare del tempo, la vita anche lì divenne loro impossibile, e si dispersero tutti. Alcuni, come l’Unicorno, morirono; le Chimere si accoppiarono con i topiragno, e così originarono i pipistrelli; i Lupi Mannari s’introdussero nelle città e nei paesi e certe notti adempiono il loro destino, gli uomini piè-di-capra si estinsero anch’essi, le formiche cominciarono a diminuire di grandezza ed oggi non c’è più nessuno in grado di distinguerle dalle loro sorelle che sono sempre state piccole.

Il Centauro finì per ritrovarsi solo. Per migliaia d’anni, fin dove il mare lo consentiva, percorse tutta la terra possibile. Ma nei suoi itinerari si teneva sempre alla larga dalle frontiere del loro originario paese. Passò il tempo. Alla fine non vi era più terra dove potesse vivere al sicuro.

Cominciò a dormire durante il giorno e a viaggiare di notte. Camminare e dormire. Dormire e camminare. Senza alcuna ragione di cui fosse consapevole, forse solo perché aveva zampe e sonno. Di mangiare, non aveva bisogno. E il sonno gli era necessario per poter sognare. E l’acqua, solo perché esisteva l’acqua.

Vinto da una fatica di secoli e millenni, il cavallo s’inginocchiò. Trovare una posizione per dormire che convenisse ad entrambi era sempre un’operazione difficile. In genere il cavallo si sdraiava sul fianco, e così anche l’uomo si riposava. Ma il cavallo poteva passare una notte intera in quella posizione, senza muoversi, mentre l’uomo, per non indolenzire la spalla e tutto quel lato del busto, doveva vincere la resistenza del grande corpo inerte e addormentato per poter farlo voltare sul lato opposto: era sempre un sonno difficile.

Quanto a dormire in piedi, il cavallo avrebbe potuto farlo, ma non l’uomo. E quando il nascondiglio era troppo stretto, lo spostamento diventava impossibile e il suo bisogno si tramutava in ansia. Non era un corpo comodo. L’uomo non poteva mai sdraiarsi bocconi a terra, incrociare le braccia sotto il mento e restarsene così a guardare le formiche o i granelli di terra, oppure contemplare il candore di un tenero stelo che fuoriusciva dall’humus nero.

E per vedere il cielo aveva sempre dovuto torcere il collo, tranne quando il cavallo s’impennava sulle zampe posteriori e il viso dell’uomo dall’alto riusciva a piegarsi un po’ di più all’indietro: allora sì poteva vedere meglio la grande campana notturna piena di stelle, il prato orizzontale e tumultuoso delle nuvole, oppure la campana azzurra e il sole, come l’ultima traccia della forgia originale.

Il cavallo si addormentò subito. Con le zampe fra l’erba, i crini della coda sparpagliati sul terreno, respirava profondamente con ritmo regolare. L’uomo appena reclinato, con la spalla destra appoggiata sulla parete del canale, afferrò alcuni rami bassi e si coprì. In movimento sopportava bene il freddo e il caldo, seppure non così come il cavallo. Ma quando era fermo e addormentato si raffreddava rapidamente.

Adesso, perlomeno fintanto che il sole non avesse riscaldato l’aria, sarebbe stato bene sotto il conforto delle foglie. Nella posizione in cui si trovava, poteva vedere che gli alberi non si chiudevano completamente lassù in cima: una fascia irregolare, ormai azzurra e mattutina, si stendeva davanti a lui e di tanto in tanto, attraversandola da parte a parte, o in alcuni momenti percorrendola nella stessa direzione, volavano velocemente gli uccelli.

Gli occhi dell’uomo si chiusero lentamente. L’odore della linfa dei rami strappati lo stordiva un po’. Si avvicinò al viso un ramo e si addormentò.

Non sognava mai come sogna un uomo. E non sognava neppure come sognerebbe un cavallo. Nelle ore in cui erano svegli, le occasioni di pace o di semplice conciliazione non erano molte. Ma il sogno dell’uno e il sogno dell’altro creavano il sogno del Centauro. Era l’ultimo sopravvissuto, dell’antica specie degli uomini-cavallo.

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