Vampiri nella Storia

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Data di pubblicazione: 13 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

Credenze Popolari

Dal Medioevo all’Età Moderna
Nel modo e nella misura in cui la cristianità si espande, la visione dell’esistenza si semplifica: tutte le divinità degli altri culti vengono demonizzate. A questo proposito, la chiesa cristiana dell’età media (fra il V ed il X secolo in particolare) ha fatto ricorso, nell’impossibilità di una conversione di determinati culti ostili, all’assimilazione di alcuni principi contenuti nei rituali pagani e, in alcuni casi, all’assimilazione di leggende popolari.

Divenuti Angeli o santi, le divinità più antiche videro i loro nomi relegati in bestiari demoniaci e i loro simboli riciclati: fu così anche per la mitologia vampirica. A partire dal V secolo, i cristiani condannarono fortemente il paganesimo e segnarono l’inizio della persecuzione di tutti coloro che non si riconoscevano in un Dio unico, terrorizzando tra l’altro le popolazioni con visioni infernalistiche ed apocalittiche.

Nel 781 si denunciarono come diabolici i culti pagani e si vietarono definitivamente i rituali magici basati spesso sui sacrifici umani: i bevitori di sangue vennero così perseguiti senza distinzione, ed eliminati quasi completamente. In questo periodo storico tutti coloro che erano legati agli antichi rituali di sangue e che credevano nel potenziale terrore nascosto nelle tenebre, vennero sterminati e le loro pratiche ben presto quasi totalmente dimenticate.

Nel 1031 il Vescovo di Cahors mostrò, nel Concilio di Limoge, il primo caso di vampirismo documentato. Si trattava del corpo di un soldato che aveva rifiutato i santi sacramenti e la cui sepoltura aveva avuto delle grandi difficoltà: ogni volta che il corpo veniva interrato, veniva ritrovato in terra sconsacrata, in un posto particolarmente lontano dalla sede del suo sepolcro originario e sempre intatto. Il corpo non ritrovò la pace, se non dopo aver ricevuto l’estrema unzione ed una sepoltura adeguata (così dicono…).

Il XII secolo è il risveglio degli spiriti. Gli antichi spiriti non furono totalmente dimenticati, e nel XII secolo rifiorirono le adorazioni segrete, parallelamente alla crescita della paura della chiesa: per questo motivo gran parte di esse si svolgevano di notte. Si verificarono altri fenomeni come il sorgere di malattie mai viste prima, e di visioni ed allucinazioni collettive causate dalla malnutrizione delle popolazioni più isolate. Accanto a questi fatti vi fu anche la crescita del numero di maghi ed occultisti… ed anche dei Vampiri: le loro apparizioni divennero frequenti e in circostanze differenti.

Nonostante lo si confondesse ancora con il goule ed il Licantropo, il Vampiro e le sue caratteristiche giunsero anche in Inghilterra. Coloro che furono identificati come Vampiri accrebbero in un tal numero che per eliminarli tutti, in determinati casi la chiesa ricorse a roghi collettivi, come avvenne anche per le Streghe e i Licantropi.

Casi di vampirismo sono registrati nel “De nugis curialium” di Walter Map (1193) e nella “Historia Regis Anglicarum” di William di Newburgh (1196), ma generalmente i casi di vampirismo collettivo sono legati allo scoppio di malattie epidemiche, così come i casi di cannibalismo sono legati a periodi di carestia.

L’Europa dell’est, da sempre terreno fertile per il vampirismo, contava in quel periodo una popolazione interamente analfabeta, di cui numerosi abitanti vivevano isolati dal resto del mondo, sempre circondati dalla paura e dalla superstizione: la chiesa ortodossa era molto più clemente e tollerante rispetto alla presenza della superstizione. All’ovest invece, la ragione e l’Inquisizione non lasciarono alcuna possibilità allo sviluppo di “culti folkloristici”.

La differente mentalità si nota soprattutto per quel che riguarda il culto dei morti: là dove gli ortodossi riconoscevano nei cadaveri non decomposti un segno malefico, i cattolici individuavano un segno di santità. Allo stesso modo i bambini deceduti venivano considerati all’est dei potenziali Vampiri, all’ovest degli angioletti. Già da molto tempo addietro, all’est era un fatto assodato che i morti mangiassero ed ingannassero, per cui molti morti “sospetti” venivano sepolti con delle pietre in bocca, per impedire loro di nutrirsi.

In Valacchia si tremava ancora al semplice nome di un capo di stato sanguinario che impalava senza difficoltà i suoi stessi uomini, oltre che i nemici turchi, Vlad Tepes (1430-1476), che inspirerà Bram Stoker quattro secoli più tardi.

Il XVI secolo vide numerosi scambi culturali fra l’est e l’ovest, i viaggiatori raccontavano di creature soprannaturali presenti nelle terre misteriose da loro visitate; si raccontava di epidemie vampiriche e di potenti signori locali nelle terre dell’est che venivano considerati Nosferatu.

Nel 1520 furono recensiti 30.000 casi tra licantropia e vampirismo. Una psicosi generale fece ordinare alla chiesa un’inchiesta ufficiale sul fenomeno, che essa considerava ancora come una superstizione priva di qualsiasi fondamento, infatti dopo il decimo secolo la chiesa impedì il diffondersi di narrazioni, documentazioni e rituali che avevano come oggetto culti sanguinari.

Nel 1552 una riforma ufficiale riconobbe l’esistenza del Vampiro e resero noti i mezzi per distruggerlo e prevenirne la proliferazione. A chi domandava alla chiesa cattolica di questa riforma essa rispondeva: «I vampiri sono degli scomunicati a cui Dio rifiuta il riposo eterno dell’anima: i simboli della fede sono le armi contro di loro.»

L’esistenza del Vampiro venne oramai sostenuta ufficialmente, ma al posto di ottenere un effetto limitante, le sue apparizioni aumentarono notevolmente così come la convinzione che l’immortalità fosse a portata umana, in questa terra, attraverso il sangue.

Il caso di Erzsebet Bathory (1560-1614) fece scandalo, e nonostante fosse evidente che non si trattasse di un mostro soprannaturale, essa non fu meno mortale e sanguinaria bevendo il sangue di giovani donne, e bagnandosene per ottenere l’eterna giovinezza.

Verso la fine del 1700, nella borbonica e funerea Sicilia si verificarono casi di vampirismo. In quegli stessi anni il poeta Johann Wolfgang Goethe si aggirava per l’isola, in cerca di ispirazione per quell’autentica sinfonia del bene e del male che sarà il Faust. Pura casualità?

No, visto che Goethe incontrò a Palermo uno strano barone, tale Federigo Bosconero, dell’antica casata dei Bosconero, che si rivelerà essere un figlio di Satana, e dunque un Vampiro, in lotta con il fratello per la conquista del titolo di arcivampiro, suprema carica tra le forze del Male.

Questa esperienza terrificante, che segnò l’esistenza del poeta tedesco e lo spinse a comporre il Faust, non venne mai svelata. Solo il recente ritrovamento di un manoscritto attribuito a Goethe ha riportato alla luce la verità: una lunga confessione in cui il genio tedesco racconta il tremendo incubo vissuto in prima persona in Sicilia nel 1787.

L’eterna notte dei Bosconero di Flavio Santi dà voce a tutto questo: casi di vampirismo in Sicilia, catene di omicidi truculenti, misteri ed enigmi, che lentamente ed inesorabilmente si schiudono agli occhi e alle orecchie di un incredulo Goethe.

“La vita vive nel sangue” diventerà il refrain, ipnotico e terribile, dell’esperienza siciliana, e vi condurrà ad un finale sorprendente, dove scoprirete il mistero dei misteri, l’indicibile per eccellenza, l’innominabile.

I Vampiri non sono più dunque un’esclusiva delle terre nordiche ed orientali, anche la Sicilia è popolata di questi esseri, e in una Palermo fosca e cupa essi uccidono senza pietà, per poi darsi ritrovo sulla cima più alta, il monte Pellegrino, in un devastante sabba finale.

vampiri

Credenze popolari
Secondo una teoria filosofica esiste fra il corpo materiale e l’anima, negli esseri umani, una seconda anima, che sarebbe una sorta di collegamento fra lo spirito ed il corpo. Rappresentava, questa teoria, una spiegazione al fenomeno del vampirismo, giacché si poteva supporre che, una volta morta la persona, l’anima liberata dal corpo tornasse allo spirito mentre la seconda anima, più “terrena” e molto più legata alla fisicità, non riuscisse sempre a disgregarsi rapidamente (coinciderebbe con il corpo astrale).

Da qui l’ipotesi delle apparizioni dei defunti identificati come “vampiri”, che tormentavano i parenti pretendendo di continuare a vivere come prima del loro trapasso e nutrendosi di sangue. I congiunti che testimoniavano il “ritorno” dei loro cari, infatti, secondo questa teoria non vedevano realmente lo scomparso, ma la seconda anima. Questa restava presente fino a che il cadavere non fosse stato decapitato, impalettato e meglio se, infine, bruciato. Fatto tutto ciò, l’apparizione cessava.

Esiste un’altra teoria secondo la quale i Vampiri siano sempre esistiti, o perlomeno fin da quando esistono gli esseri umani. Essi vivevano in una sorta di spazio sotterraneo posto al di sotto della crosta terrestre: questi Vampiri non possedevano alcun tipo di potere soprannaturale, avevano forma umana, ed assolutamente non erano dediti a suggere sangue.

Quando il loro habitat venne distrutto, probabilmente da una catastrofe naturale, i superstiti salirono in superficie, e non essendo però abituati alla luce ed ai raggi ultravioletti, potevano uscire soltanto durante la notte. La distruzione del loro habitat non privò questi esseri soltanto dei loro rifugi ma anche del loro cibo, in quanto essi si nutrivano di agglomerati ferrosi. Spinti dalla fame, scoprirono che l’alimento che più si avvicinava alle loro necessità era il sangue umano.

Con il passare del tempo essi affinarono le loro capacità di alimentarsi e divennero la leggenda che tutti conosciamo, i Vampiri. Oggi si sente parlare spesso di Vampiri, la fiction, la letteratura, gli stessi media ci bombardano con storie di “revenants” più o meno attuali, che affondano le loro radici in antiche paure dell’uomo, remoti tabù che ancora oggi ritroviamo nel folklore popolare.

Per entrare in merito allo sviluppo delle credenze popolari sui Vampiri, dobbiamo innanzitutto soffermarci su quell’antico retaggio culturale che ancora oggi fa capolino tra le nostre vite, la Necrofobia (da necros = morte e phovos = paura).

Da sempre l’uomo ha avuto timore dei propri trapassati, come testimoniano antichi detti popolari (il più famoso “i morti portano morte”), e nasce così tutta una serie di rituali, da cui poi trae origine quello funebre, che aveva proprio lo scopo di relegare i morti nell’aldilà e di ucciderli una seconda volta. La necrofobia non è del tutto inspiegabile, nel passato infatti molti erano i casi di morti “misteriose” legate a qualche malattia non ancora conosciuta che in seguito, dopo la prima vittima, si diffondeva tra i vivi, e così il collegamento al morto come “revenant”, l’untore, non era del tutto ingiustificato.

In realtà dovremmo distinguere la necrofobia rituale, cioè legata proprio a credenze sull’aldilà e sul defunto, da una necrofobia successiva “altomedioevale” che, comunque appoggiandosi ad antiche credenze, era legata a malattie o epidemie che poi hanno fatto nascere il mito del Vampiro o Nosferatu, il “non-morto” come oggi lo conosciamo. La stessa possibilità del Vampiro di trasformarsi in animali quali topi o pipistrelli è successiva, mai ipotizzata dal razionale uomo primitivo, ed è appunto legata al fatto che questi animali avevano la caratteristica di diffondere le epidemie, pertanto il morso di un topo portava al contagio e alla sua associazione con la creatura misteriosa.

Le malattie infettive e le strane morti diventano così attributi del nuovo “vampiro”, tubercolosi con perdite di sangue dalla bocca, rabbia, fotofobia, morti apparenti, disturbi mentali, bronchiti e polmoniti diventano le nuove caratteristiche dei non-morti, creando un netto distacco con le tradizioni antiche. Un esempio è la protoporphyria crythropoietica, malattia che colpisce i globuli rossi rendendo i soggetti affetti impossibilitati ad esposizioni solari, e non del tutto rara durante il Medioevo, soprattutto in area slava, a causa di matrimoni consanguinei tra i nobili locali e forse per questo motivo, proprio perché fortemente “colpiti” da questi strani eventi, tali paesi hanno conservato una memoria vampiresca più sviluppata che in altri luoghi. Lo stesso termine “vampiro” è relativamente recente e di origine slava, legato alla radice “pi” cioè stregone, e al verbo “wempti” che significa bere.

La paura della luce diventerà caratteristica predominante del “vampiro letterario” chiamato poi Dracula, personaggio ispirato allo storico Vlad Tapes, principe della Valacchia forse associato al “revenant”, a causa dei suoi severissimi metodi di governo. In realtà Vlad fu un grande paladino della Cristianità contro l’incombente pericolo turco, che riuscì a sconfiggere anche disponendo di un esercito notevolmente inferiore, utilizzando una vera e propria arma psicologica. La storia narra che quando i turchi arrivarono alla capitale del regno, Targoviste, trovarono circa 8.000 pali ove erano stati infissi altrettanti prigionieri, l’impatto fu così inaspettato e tremendo che decisero subito di ritirarsi.

Lasciando alle spalle il Medioevo e tornando molto indietro nel tempo, uno dei motivi per i quali si diventava Vampiri era la violazione di un tabù, infatti violando alcuni precetti della religione locale, il credente entrava in una vorticosa spirale di causa-effetto che per lui diventava dannosa, se non addirittura mortale. J. Frazer, nel suo famosissimo libro, “il Ramo d’Oro”, descrive una serie infinità di tabù, ad esempio tra le tribù africane si crede che se durante la caccia una moglie sia infedele, il marito verrà morso da un serpente e morirà: nasce così l’idea del non-morto, l’uomo che torna dopo la morte per vendicare il tabù violato.

Seguendo la stessa idea le donne morte durante il parto, i bambini defunti ancora in fasce, essendo stati strappati con forza alla vita, vogliono portare i loro parenti con loro nell’aldilà. Il rito funebre nasce appunto per questo, esso è visto all’inizio con lo scopo di rompere drasticamente il legame tra il defunto e le vita sulla terra, ed impedire un ritorno in “vita” dell’estinto.

Una della tante credenze è quella legata alla nutrizione del morto, infatti si credeva che anche nell’aldilà il defunto dovesse nutrirsi, e se non avesse trovato agevolmente cibo, sarebbe ritornato sulla terra alla ricerca dello stesso. Proprio per questo motivo spesso le tombe venivano provviste di cibi reali o simbolici, come raffigurazioni o semplice vasellame, o ancora grano e cereali. Nell’antica Grecia troviamo molte tradizioni che riferiscono di banchetti tenuti sulla tomba del morto, in modo da “alimentare” e “nutrire” il cadavere, pratiche di cui troviamo ancora traccia nel 1700 nel “de masticatione mortuorum in tumulis” di M. Raufft, o in altre particolari tradizioni ancora presenti, come l’usanza nel caso di recenti lutti in famiglia, di occupare tutti i posti a sedere durante feste o banchetti, in maniera che il morto non possa trovare posto per la sua presenza, oppure di offrire un pranzo o la cena ai convenuti al funerale del defunto.

Un’altra strana credenza legata sempre all’alimentazione del defunto, è quella che essi si cibassero di carne umana e da questa al sangue, il passo diventa breve.

Altra interessante usanza per impedire ad un morto di resuscitare, era quella di deporlo a faccia in giù nella tomba, con un gran masso posato su di esso. In questo senso sono state fatte interessantissime ricerche dalla Dott.ssa Tsaliki, che si occupa proprio di sepolture “fuori dal comune”, come quelle ritrovate a Cipro e datate dal 7000 al 2500 a.C., dove i cadaveri sono stati ritrovati in piccole tombe deposti in posizione contratta, schiacciati da lastroni di pietra od alcune volte decapitati, in modo da impedire in ogni maniera il ritorno alla vita.

Sepolture simili le abbiamo ritrovate anche in Italia, a Trani, in località “Capo Colonna”: sono state ritrovate due sepolture, nella prima era deposto un individuo in posizione inginocchiata, schiacciato da un enorme masso posto alle sue spalle, mentre nella seconda tomba molto più grande, sono stati trovati tre defunti anch’essi schiacciati con più massi. Da questo tipo di tradizioni potremmo quasi avanzare un’ipotesi curiosa, che forse le lapidi che oggi si usa porre al disopra delle tombe, potrebbero essere un antico retaggio culturale proveniente proprio da tali usanze, da antichi timori dell’uomo mai veramente sopiti.

Numerose comunque erano le tecniche usate per evitare la venuta dei revenants, molto spesso i cadaveri venivano deposti con mani e piedi legati, i cui segni poi sono facilmente interpretabili da analisi in laboratorio sulle loro ossa; altra interessante tecnica era quella di “inchiodare” il morto, e così a Chalkidiki, in Grecia, è stato trovato un cadavere con un cuneo bronzeo in fronte, oppure da scavi effettuati nel castello di Lamia, è stato rinvenuto un scheletro inchiodato da tre elementi in ferro. Il ritrovamento farebbe sorgere anche delle strane interrogazioni sull’etimologia del paese, infatti i “Lamia” (poi tra i romani chiamate Empuse) erano antichi Vampiri, perlopiù raffigurati come donne, ed immaginate metà umani e una metà animali.

Altro interessante rituale era poi la frattura delle dita delle mani, o l’estrazione di un dente effettuata sul corpo del cadavere. Questi tipi di riti venivano spesso utilizzati nelle iniziazioni, in cui bisognava realizzare una finta morte in modo che l’iniziando potesse risorgere a nuova vita: illuminato. Ebbene, queste tecniche per realizzare una morte simbolica venivano utilizzate anche per generare una ulteriore morte nel defunto, a Trani per esempio sono stati ritrovati i cadaveri senza l’incisivo, il che appunto farebbe pensare proprio ad un rituale come questo, una credenza non ancora del tutto dimenticata dato che, nel folklore popolare, sognare la caduta di un dente significa perdita di una persona viva e dunque un presagio di morte, una morte simbolica che affonda le sue radici in antichi timori che accompagnano l’uomo fin dai primordi.

Ed eccoli sullo sfondo di quel che stiamo guardando i maestosi e giganteschi alberi… Cupi, bui, maestosi ed appena distinguibili l’uno dall’altro… Nei silenzi si sentono scricchiolii, soffi, squittii e tantissime altre “voci” di ignoti esseri notturni, che vivono fra quegli alberi e che suscitano subito la paura di una terribile minaccia per chi sta a guardare e ad ascoltare. Oggi forse attribuiremmo quei suoni strani ed inaspettati solo a qualche bandito che magari potrebbe saltar fuori dal buio per assaltare la nostra izba, se abbiamo tanta fantasia, oppure pensiamo ad un branco di lupi famelici che è là in agguato e rabbrividiamo per lo spavento, tanto da veder già scintillare le loro zanne nel chiarore lunare. Trasferiamoci indietro in quel tempo ed ecco che queste sensazioni di paura e di mistero, pur uguali a quelle odierne, suscitavano sentimenti molto più intensi. Quella cupa realtà, oggi quasi sempre scientificamente spiegabile, era oltremodo difficile da descrivere allora se non immaginandola abitata dai spiriti malevoli, che agivano contro la nostra vita proprio di notte, proprio col buio.

Gli spiriti malevoli ad ogni buon conto esistono, ed agiscono protetti dal buio della notte e dal dio Cernobog. Chi sono? Quanti sono? Di solito si aggirano intorno all’izba e sono uomini e donne morti non naturalmente, ma uccisi o affogati o morti al freddo o suicidi e, a causa di questo modo innaturale di essere morti, non sono riusciti ad essere accolti dalla Madre Umida Terra che li rifiuta, non facendoli passare nel mondo sotterraneo. Anche quelli che i pietosi parenti hanno sepolto, con una tomba lontana dai sopki e dai kurgany di famiglia a causa dell’impurità del defunto, vagano inquieti nella notte.

Nella foresta, dove vivono, hanno invece tantissimi alleati e d’inverno si pongono a capo di branchi di lupi affamati, o si travestono essi stessi da lupi cercando di assaltare le izbe. Essendo ormai in parte disfatti, non sanno mangiare con la bocca e devono succhiare il sangue ai vivi: sono diventati cioè dei lupi mannari… Aborriscono il Sole e perciò di giorno si nascondo nel folto e diventano invisibili, ma appena cala la notte e il cielo è dominato dal plenilunio, eccoli là ad ululare come lupi in calore…

Sicuramente confusi con gli spiriti malvagi del Paganesimo transilvano del XV secolo, essi erano gli upìr’ (Vampiri in russo antico) e si raccomandava a chiunque non volesse fare una brutta fine, di non avvicinarsi troppo a loro e ai luoghi dove essi giacevano, perché l’upyr’ si sarebbe impadronito di un tale incauto uomo curioso e lo avrebbe messo nella sua tomba al suo posto.

Questi esseri bisognosi di nutrirsi cercavano aiuto dalle loro antiche famiglie o dai loro discendenti. Tornavano così al villaggio con le sembianze di un amico o di un’amica ben conosciuta, per riuscire a prendersi il corpo vivo di un uomo normale, e portarselo via ovunque essi abilitassero.

I giorni più pericolosi erano proprio quelli del cosiddetto Semik, quando si aggiravano numerosi fra le izbe, tuttavia in queste notti potevano persino essere interrogati per predire il futuro, dato che non vivevano più nella dimensione temporale umana. Guai però a venir fuori e a guardarli in viso… “Gli upyri non sanno essere gentili e ricorrono facilmente alle brutalità o all’assalto improvviso. E fanno questo non solo con gli uomini, ma anche con gli animali di casa…”

Per difendersi da loro si suggerivano vari metodi. Prima di tutto bisognava trovare le loro tombe perché, se c’erano, il Vampiro poteva essere neutralizzato meglio in tale luogo: in questo caso bastava porre sul cadavere o sulla copertura tombale un grosso pentolone di coccio con tanti carboni ardenti, e lasciare il tutto a bruciare fuggendosene via. Il Vampiro sarebbe scomparso per sempre.

Probabilmente i Kurgany o i Sopki erano saccheggiati e maledetti dalla gente proprio a questo scopo, nei giorni di Màsleniza e, addirittura, siccome in queste tombe erano sepolti dei nobili morti in guerra, nell’intreccio mitologico slavo questi stessi trapassati erano visti come i veri ed eterni Vampiri originari che, anche da morti, riuscivano a tormentare gli smierdy nei villaggi, continuando a comportarsi da lupi famelici come quando, ancora in vita, venivano a prendersi i frutti del loro duro lavoro, sotto forma di tributo.


Data la lunghezza dell’argomento, l’articolo è stato diviso in più pagine:

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