Yule

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Data di pubblicazione: 28 ottobre 2011 ©Giardino delle Fate

Il Sole Bambino

Sol Invictus. Yule, o Farlas, è insieme festa di morte, trasformazione e rinascita. Il Re Oscuro, il Vecchio Sole, muore e si trasforma nel Sole Bambino che rinasce dall’utero della Dea: all’alba la Grande Madre Terra dà alla luce il Sole Dio.

La Dea è la vita dentro la morte, perché anche se ora è regina del gelo e dell’oscurità, mette al mondo il Figlio della Promessa, il Sole suo amante, che la rifeconderà riportando calore e luce al suo regno. Anche se i più freddi giorni dell’inverno ancora devono venire, sappiamo che con la rinascita del sole la primavera ritorna.

Due temi principali si intrecciavano e si sovrapponevano, come i temi musicali di una grande sinfonia. Uno era la morte del Vecchio Sole e la nascita del Sole Bambino, l’altra era il tema vegetale che narrava la sconfitta del Dio Agrifoglio, Re dell’Anno Calante, ad opera del Dio Quercia, Re dell’Anno Crescente.

Un terzo tema, forse meno antico e nato con le prime civiltà agrarie, celebrava sullo sfondo la nascita-germinazione di un Dio del Grano: se il Sole è un Dio, il diminuire del suo calore e della sua luce è visto come segno di vecchiaia e declino. Occorre cacciare l’oscurità prima che il sole scompaia per sempre.

yule wiccaYule è il solstizio invernale, un periodo carico di valenze simboliche e magiche, è il momento in cui le ore del giorno sono le più brevi dell’anno e, ovviamente, vi è la notte più lunga.

La Dea dà vita al Dio, rappresentando la rinascita della Luce, ed è il momento dell’anno in cui gli Spiriti della Terra (e dei boschi) sono spinti a riposare, per prepararsi al lavoro che ci sarà nel ridare alla Terra i nuovi boccioli di vita, con la Primavera.

Mentre l’anno volge al termine, le notti si allungano e le ore di luce sono sempre più brevi, fino al giorno del solstizio invernale, il 21 dicembre. È uno dei momenti di passaggio dell’anno, forse il più drammatico e paradossale: l’oscurità regna sovrana, ma nel momento del suo trionfo cede alla luce che, lentamente, inizia a prevalere sulle brume invernali.

La notte del solstizio invernale è la notte più lunga dell’anno. L’oscurità trionfa, e già prepara il cammino e si trasforma in luce. Il respiro della Natura è sospeso, tutto aspetta, il tempo stesso pare fermarsi. Il Re Oscuro si trasforma nella luce infante.

Aspettiamo l’alba non lontana, quando la Grande Madre dà vita al Sole Bambino, che porta con sé speranza e la promessa dell’estate. Chiamiamo il Sole dal grembo della notte, la nostra Donna Benedetta lo porta nel suo giovane grembo, grembo che ha dato la vita a tutte le cose. La Donna gira la ruota ancora una volta.

Poiché è una festa solare, è celebrata col fuoco e il nome di Yule. È il tempo in cui lasciar andar via le nostre paure, i nostri dubbi, le idee logore e i progetti finiti, qualsiasi cosa della nostra vita che ci tiene lontani dai nuovi inizi che ci porteranno ad una nuova crescita: è il momento di lasciar andare il passato e di camminare verso la luce, esprimendo il desiderio di essere persone migliori nell’anno che verrà.

In questa lunga notte, noi rinnoviamo e diamo nuova vita ai nostri corpi e spiriti, in questo momento piantiamo i semi del cambiamento.

Yule coincide con la celebrazione del Natale, in quanto questo Sabbat rappresenta la rinascita della luce, nella notte più lunga dell’anno, dove la Dea dà alla luce il Sole Bambino e aspetta la nuova luce. Alcuni celebrano un Festival della Luce per commemorare la Dea Madre, mentre altri celebrano la vittoria del Signore della Luce su quello dell’Oscurità.

Il Natale è dunque la versione cristiana della rinascita del sole, fissato secondo la tradizione al 25 dicembre dal papa Giulio I (337 -352) per il duplice scopo di celebrare Gesù Cristo come “Sole di giustizia”, e creare una celebrazione alternativa alla più popolare festa pagana. Sin dai tempi antichi dalla Siberia alle Isole Britanniche, passando per l’Europa Centrale e il Mediterraneo, era tutto un fiorire di riti e cosmogonie che celebravano le nozze fatali della notte più lunga col giorno più breve.

La parola Yule si crede derivi dalla parola scandinava o anglosassone “Iul”, o addirittura dal norvegese “jul” che significa “ruota”, quindi una data che segna il punto definitivo nella Ruota dell’Anno. Inoltre Jolfoor (padre di Yule) e Jolnir (Yule) sono nomi di Odino, infatti alcuni credono che in realtà fosse Odino colui che desse i regali.

Prima che Babbo Natale diventasse popolare nell’epoca vittoriana come un Elfo grasso e felice, era mostrato alto e longilineo, con un lungo vestito nero, invece che rosso e bianco. Le prime leggende raccontano che Babbo Natale guidasse un cavallo bianco, non una slitta piena di renne, e questo ci ricorda per l’appunto Odino e Sleipner. Il vecchio “Babbo” era anche una figura molto particolare, a tratti terrorizzante, soprattutto per le persone cattive e con intenti poco onorevoli.

Il solstizio invernale è stato spesso associato alla nascita del “Re Divino”, molto prima della nascita del Cristianesimo. Yule è la rinascita, il ritorno della speranza e della vita, non ha mai cambiato il suo significato nel tempo. Del resto Yule e Natale non sono poi così diversi, entrambi celebrano l’arrivo del Dio/Sole, così come Cristo è stato chiamato, la luce del mondo.

Le genti dell’antichità, che si consideravano parte del grande cerchio della vita, ritenevano che ogni loro azione, anche la più piccola, potesse influenzare i grandi cicli del Cosmo, così si celebravano riti per assicurare la rigenerazione del sole, per sostenerne la forza e per incoraggiarne la rinascita e la ripresa della sua marcia trionfale.

Le celebrazioni venivano tenute in onore degli spiriti dei boschi. Pane, frutta e noci venivano appesi sui rami per dare cibo agli stessi. Canti di gruppo erano anche un modo per guidare gli spiriti al rifugio delle case e i ceppi venivano accesi per dare calore. Nel rito dei Celti le donne attendevano, immerse nell’oscurità, l’arrivo della luce-candela portata dagli uomini con cui veniva acceso il fuoco, per poi festeggiare tutti insieme la luce intorno al fuoco.

Così come gli alberi da frutta, anche i sempreverdi sono un elemento fondamentale delle celebrazioni del solstizio invernale. L’albero sempreverde, che mantiene le sue foglie tutto l’anno, è un ovvio simbolo della persistenza della vita anche attraverso il freddo e l’oscurità dell’inverno: l’albero di Yule rappresentava la fortuna per una famiglia, così come un simbolo della fertilità dell’anno che sarebbe arrivato.

La tradizione cristiana dell’albero di Natale ha quindi le sue origini nella celebrazione pagana di Yule, gli alberi venivano portati nelle case e decorati con campanelle, candele e con nastrini dai colori brillanti per attrarre gli spiriti dei boschi, che avrebbero avuto un posto dove restar caldi nei mesi invernali: campanelle erano appese ai rami per riconoscere quando uno spirito era presente, il cibo era appeso per farli mangiare ed una stella a cinque punte, il pentagramma, simbolo dei cinque elementi, era messo a capo dell’albero. I colori della stagione, rosso e verde, sono anche di origine pagana, così come l’abitudine di scambiarsi i regali.

La pianta sacra del Solstizio d’Inverno è il vischio, pianta simbolo della vita in quanto le sue bacche bianche e traslucide somigliano allo sperma maschile. Il vischio, pianta sacra ai Druidi, era considerata una pianta discesa dal cielo, figlia del fulmine, e quindi emanazione divina: equiparato alla vita attraverso la sua somiglianza allo sperma, ed unito alla quercia, il sacro albero dell’eternità, questa pianta partecipa sia del simbolismo dell’eternità che di quello dell’istante, simbolo di rigenerazione ma anche di immortalità.

Ancora oggi baciarsi sotto il vischio è un gesto propiziatorio di fortuna, e la prima persona ad entrare in casa dopo Farlas deve portare con sé un ramo di vischio. Queste usanze solstiziali sono state trasferite al primo gennaio, il Capodanno dell’attuale calendario civile.

Il vischio era molto importante per i Gallo-Celti. Le consuetudini sull’uso del vischio come elemento apportatore di buona sorte derivano in effetti in buona parte dalle antiche tradizioni celtiche, costumi di una popolazione che considerava questa pianta come magica e sacra, lo poteva raccogliere infatti solo il sommo sacerdote, con l’aiuto di un falcetto d’oro.

Gli altri sacerdoti, coperti da candide vesti, lo deponevano (dopo averlo recuperato al volo su una pezza di lino immacolato) in una catinella (anche d’oro) riempita d’acqua, e lo mostravano al popolo per la venerazione di rito. E, per guarire (per i Celti il vischio era “colui che guarisce tutto, il simbolo della vita che trionfa sul torpore invernale”), distribuivano l’acqua che lo aveva bagnato ai malati o a chi, comunque, dalle malattie voleva essere preservato.

I Celti consideravano il vischio una pianta donata dalle divinità e ritenevano, come già accennato, che questo arboscello fosse nato dove era caduta la folgore, simbolo della discesa della divinità sulla terra. Plinio il Vecchio riferisce che il vischio venerato dai Celti era quello che cresceva sulla quercia, considerato l’albero del Dio dei cieli e della folgore, perché su di esso cadevano spesso i fulmini. Si credeva che la pianticella cadesse dal cielo insieme ai lampi.

«Questa congettura» scrive il Frazer nel suo “Ramo d’oro” «è confermata dal nome di scopa del fulmine che viene dato al vischio nel cantone svizzero di Argau. Questo epiteto implica chiaramente la stessa connessione tra il parassita e il fulmine, anzi, la scopa del fulmine è un nome comune in Germania per ogni escrescenza cespugliosa o a guisa di nido che cresca su un ramo, perché gli ignoranti credono realmente che questi organismi parassitici siano un prodotto del fulmine.» Tagliando dunque il vischio con i mistici riti, ci si procura tutte le proprietà magiche del fulmine.

Ricordiamo anche l’importanza della ghirlanda, in quanto simbolo di Yule, perché rappresenta la ruota che sempre gira e il cerchio senza fine che ogni volta si compie, insomma, la natura infinita della vita. È tradizione fare una ghirlanda di vischio e rami di abete per simboleggiare l’antica ruota attraverso cui passavano i pagani dei tempi.

Le leggende che considerano il vischio strettamente connesso al cielo e alla guarigione di tutti i mali, si ritrovano anche in altre civiltà del mondo come ad esempio presso gli Ainu giapponesi o presso i Valo, una popolazione africana. Inoltre queste usanze, chiamate anche druidiche (i sacerdoti dei Celti erano infatti i Druidi), continuarono (specie in Francia) anche dopo la cristianizzazione.

La natura del vischio, la sua nascita dal cielo e il suo legame con i solstizi non potevano infatti non ispirare ai cristiani il simbolo del Cristo, luce del mondo, nato in modo misterioso.

«Come il vischio è ospite di un albero» scrive Alfredo Catabiani nel suo “Florario” «così il Cristo è ospite dell’Umanità, un albero che non lo generò nello stesso modo con cui genera gli uomini.»PRATICHE e CELEBRAZIONE
In questa lunga notte, portiamo in noi ed analizziamo le attività che abbiamo svolto nei precedenti mesi estivi, Yule è il momento del risveglio e dei nuovi progetti, lasciando i rimorsi alle spalle. Il lavoro magico dovrebbe essere sull’equilibrio, la bellezza, la pace e l’armonia.

La Natura in questo tempo si riposa per prepararsi a vivere un nuovo ciclo, ed anche per noi sarebbe fisicamente opportuna una pausa. Una cosa piacevole sarebbe l’idromassaggio, una pratica rilassante e al tempo stesso simboleggiante le acque uterine da cui vogliamo rinascere per l’anno a venire, oppure una semplice meditazione che potete fare in qualsiasi momento nel periodo di passaggio da Yule a Capodanno, una meditazione per ripulire il cuore.

Purtroppo tutto congiura contro un salutare riposo solstiziale, infatti questo periodo dell’anno, per l’accumularsi di celebrazioni, feste ed acquisti di regali può portare a stress ed ansia. La forzata allegria, la routine quotidiana, il consumismo esasperato, sono tutti elementi che possono condurre a sentimenti di depressione ed isolamento. Sarà la minor quantità di luce solare, sarà l’essere costretti a mostrare un aspetto felice, ma questo è uno dei periodi dell’anno con il più alto picco di suicidi…

Tuttavia, se ricordiamo che questo tempo è quello in cui siamo più lontani dal sole e contemporaneamente anche consapevoli della sua rinascita, possiamo provare a trattenere questa piccola luce in noi. Il solstizio può essere per noi un momento molto calmo e importante, in cui nella silenziosa ed oscura profondità del nostro essere, noi contattiamo la scintilla del nuovo sole, è anche una opportunità per gioire ed abbandonarci a sentimenti di ottimismo e di speranza: come il sole risorge, anche noi possiamo uscire dalle tenebre invernali rigenerati.

Ci sono tanti modi per celebrare a livello spirituale questa festa: possiamo decorare la nostra casa con le piante di Farlas oppure fare un albero solstiziale, non un solito albero natalizio, bensì un albero decorato con tante piccole raffigurazioni del sole. O ancora possiamo alzarci all’alba e salutare il nuovo sole, si possono accendere candele o luci per rappresentare la nascita delle nostre speranze per il nuovo anno.

Come festa del sole, Yule è celebrato attraverso il fuoco e l’uso di un ceppo. Un pezzo del ceppo è salvato e tenuto durante l’anno per proteggere la casa: questa antica tradizione di matrice inglese era fatta con un ceppo di quercia che era tagliato, decorato con aghi di pino e pigne e quindi bruciato nel caminetto per simbolizzare il sole che ritorna.

Un tipo diverso di ceppo, sicuramente più utile per i praticanti moderni, è quello che viene usato adesso e che ha la base per tre candele. Trovate un ramo piccolo di quercia o pino, fate tre fori per tenere tre candele: rossa, verde e bianca (stagionale), verde, oro e nera (il Dio Sole), oppure bianca, rossa e nera (la Grande Dea). Decoratelo poi con del verde (edera e vischio), boccioli di rosa, chiodi di garofano, e della farina per mimare la neve.

Questo ceppo può essere bruciato dopo Yule o conservato per l’anno seguente, ma fate attenzione che qualsiasi ceppo prendiate non sia proveniente da un albero vivo, e che il permesso sia stato chiesto e sia stato ricompensato con un’offerta.

Possiamo anche compiere una celebrazione più rituale, con l’accensione del ciocco. Anche se non abbiamo un caminetto in casa possiamo accenderlo nel nostro giardino, o in un prato insieme ai nostri amici. Si prende un grosso pezzo di legno, sempre di quercia, e lo si orna con rametti di varie piante: il tasso (ad indicare la morte dell’anno calante), l’agrifoglio (l’anno calante stesso), l’edera (la pianta del Dio solstiziale) e la betulla (l’albero delle nascite e dei nuovi inizi). Si legano i rametti al ciocco usando un nastro rosso. Se abbiamo celebrato questo rito anche l’anno precedente ed abbiamo un pezzo non combusto del vecchio ciocco, accenderemo il fuoco con questo.

Si dice: «Come il vecchio ciocco è consumato, così lo sia anche l’anno vecchio.» Quando poi il ciocco prende fuoco: «Come il nuovo ciocco è acceso, così inizi il nuovo anno.»

Una volta che il fuoco è acceso, osserviamo le sue fiamme e meditiamo sulla rinascita della luce e sulla nostra rinascita interiore, accogliamo le nostre speranze, i nostri sogni per il futuro e salutiamo questa luce dicendo: «Benvenuta, luce del nuovo sole!» Brindiamo con vin brulè e consumiamo dolci, lasciando una parte del nostro festino per la Madre Terra.

Più tardi le ceneri del ciocco potranno essere sparse nel nostro giardino o nei vasi delle piante che teniamo in casa, per propiziare la salute e la fertilità della vegetazione.

Un altro modo per celebrare Farlas è quello del ramo dei desideri, un rituale della tradizione celtica bretone. Nove giorni prima del Solstizio occorre procurarsi un ramo secco di buone dimensioni, pitturarlo con vernice dorata e appenderlo nell’anticamera della propria abitazione, con un pennarello ed alcune strisce di carta rossa da tenere lì vicino. Chiunque entri in casa, se vuole, potrà scrivere un proprio desiderio su una striscia di carta, che verrà ripiegata per garantire la segretezza del desiderio e legata al ramo con un nastrino colorato.

Quando nove giorni dopo si accende il fuoco del Solstizio (nel caminetto di casa o nel giardino o nel campo) il ramo viene sistemato sulla legna da ardere e i desideri che sono appesi ad esso, bruciando saliranno col fumo sempre più in alto, finché non verranno accolti da entità celesti e chissà, forse esauditi.

Per quanto riguarda il cibo, gli alimenti tradizionali sono le noci, la frutta come mele e pere, i dolci con il cumino dei prati, bagnati col sidro. Le bevande adatte sono il Wassil, il Lambswool, il tè di ibisco o di zenzero.

Olio per Yule: 5 ml di olio di pino, 5 ml di olio di cannella, 5 ml di olio di oliva, 1 cucchiaio di radice di zenzero rotta a piccoli pezzi, 3 cucchiai di sale marino. Usatelo per ungere le candele (N.B.: la cannella irrita la pelle).

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