Dalla Stirpe delle Fate di Avalon, alla Stirpe di Salewick

Pubblicato il: 22 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

Racconto di una Fata…

Quando giunsi nel Granducato di Lot, nuove consapevolezze s’agitavano ormai nel mio animo di Fata: avevo a lungo Viaggiato, a lungo studiato la mia più intima natura, e mi sentivo pronta ad iniziare una nuova vita, racchiudendo in uno scrigno il mio passato, l’immagine di mia Madre Iza, la voce di mio padre, come prezioso segreto da cui trar forza, nei momenti di solitudine.

Ma di soltudine ne vissi ben poca; fra quelle strade solcate da esseri di razze ed indoli tanti diverse da loro, trovai anche Sorelle Fate tanto simili a me, da spingermi ben presto a divenir parte di una vera e propria famiglia. Clan, lo si chiama fra quelle mura. Il mio, era il Clan delle Fate di Avalon.

Tornai ad avere un luogo chiamato Casa, tornai a sentirmi parte d’una Famiglia, ebbi la possibilità di confrontarmi con realtà che non avevo mai nemmeno considerato. M’insegnarono a muovermi ed a comprendere la vita del Granducato, mi aiutarono ad amplificare i miei istinti d’essere composto di pura energia, mi guidarono con mano amorevole affinchè potessi scoprire la mia Via.

Ma io non ebbi molti dubbi: i Ghiacci della mia Terra Natale, l’intima solitudine in cui spesso mi rinchiudevo, il mio fare solo in apparenza distaccato, freddo ed austero, ed il fuoco che sentivo ardere in me… la scelta possibile fu una soltanto: Diale, Fata dell’Inverno.

Trascorsi così quello che ora, a distanza di anni, posso permettermi di definire il periodo più sereno della mia vita: Myluna, Kaisy, Danu e Tarya le mie Guide, le mie complici, le mie Sorelle.

Le giovani Neos giunte ad Avalon dopo di me di cui prendermi cura, in qualità di Bibliotecaria della Stirpe.

La Basilea Preciosa e le sue abitudini. Pinkymoon, mia Ego, l’altra faccia della nostra Luna; e Kassiope Vaily Caprice e Sonountuosogno, Sixie Alexxias e Katriin e… potrei a lungo proseguire, tante furono le Fate che mi segnarono, e che ancora oggi fanno parte del mio essere, o del mio cuore.

Poi, incontrai FernandoCouto. Fu il primo a leggere oltre il mio velo di Ghiaccio, fu il primo tanto coraggioso da affrontare il mio cuore, ad ascoltare ciò che le parole non sanno dire. A vedere un diamante, là dove il resto del mondo vedeva solo un fiocco di Neve. A scorgere il mio Futuro, ancor prima che io potessi anche solo immaginarlo.

Lo amai e ci sposammo in Themis, lo amo ancora, nonostante il Fato abbia reso entrambi tanto diversi, nella forma come nella sostanza. Lo amo Follemente. Lo amo Razionalmente. Lui prende la mia mano, ed io so chi Sono.

Qualcosa, tuttavia, nuovamente s’agitava nel mio animo. Una voce carica di Potere continuava a sfiorarmi la Mente mentre, man mano che il Ghiaccio si depositava in me, il mio carattere divenne sempre più chiuso, la mia altezzosità sempre più rimarcata, invadente, ed il lato di Tenebre del mio essere prese a farsi strada, allargandosi come macchia d’inchiostro su di una veste.

Qualcosa d’innato reclamava il suo diritto a manifestarsi finché, una notte di Tempesta, Padre Tuono non mi prese con sé, portandomi a Salewick.

Su Salewick l’arcipelago soleggiato
Viveva gente serena e tranquilla
Il sole sempre lì era poggiato
Pur s’era lontano da dove brilla

Piccolo paradiso fra terre ghiacciate
Fortunato terreno di persone ospitali
Che affianco a terre fredde ed innevate
Dai caldi eran baciati cordiali

Sopra di esso v’era una nuvola
Con un castello abitato da un mago
Che avea coscienza minuscola
Di lottar con se stesso mai pago

Il mago innamorato di fanciulla gentile
Facea le sue proposte alla donzella
E dalla sua nuvola con sguardo senile
Osservava tranquillo la sua grande stella

La fanciulla riluttante temporeggiava
Lasciando uno spiraglio di volta in volta
Mentre il mago impaziente aspettava
Con pazienza che parea assai molta

Dopo anni di rimandi e mezzi rifiuti
Il mago adirato decise un rapimento
Al suo servo lui chiese tutti l’aiuti
Per non rimanere solo e sgomento

L’inganno dal servo infedele fu svelato
E la fanciulla al paese aiuto chiese
Col popolo che di volontà armato
Fece fuggir la fanciulla in remoto paese

Il mago vista l’inorridita faccia dell’amata
E la sua fuga dall’isola col sole dei ghiacci
Non si mosse dalla nuvola incantata
Tenuto fermo da magici resistenti lacci

Fu così che si scatenò la sua rabbia
Un fulmine cadde dal cielo sereno

Suggerendogli per il popolo la gabbia
Del temporale regalò loro il veleno

Il sortilegio colpì le genti isolane
Che divennero l’opposto loro caratteriale
Senza il sole e le sue luci per lui villane
Vennero tutti colpiti da un oscuro male

Vendetta dal mago fu ordita ed eseguita
Ma un sacerdote nel tempio che pregava
Non era sulla terra dal male colpita
Scampando a ciò cui il mago bramava

Athalor il suo nome, uscì dal suo rifugio
Chiamato dal fragore di grida e tuoni
Corse fuori senza alcuno ulteriore indugio
Vedendo l’amici agire in differenti toni

L’accaduto tosto dai racconti appreso
Sancì che sarebbe cambiato tutto un giorno
Rompendo l’incantesimo ora esteso
A tutto il territorio a lui steso attorno

Il mago lo vide dal suo alto castello
E lo fulminò in mezzo alla piazza
Terminando la profezia sul più bello
Non dando più speranze alla sua razza

Cadde Salewick così nella tempesta eterna
Per anni non vedendo più l’amato sole
Con la gente nel profondo sempre costerna
Così come i genitori anche la loro prole

Un giorno una donna giunse all’isola
Nel suo fare elegante e splendida
Aveva perso sia memoria sia bussola
Non come l’altri abitanti di certo perfida

L’abiti erano stracci e logori dal viaggio
Ma il portamento era ritto e regale
E chiedendo informazioni con coraggio
Non ne ottenne d’importanza per lei vitale

Ma ella visto un alto e ripido picco
Decise di salire per cercare un’altra terra
Dove il sole coi suoi raggi fosse ricco
E senza del temporale la dura guerra

Dall’alto del castello il mago la scorse
Sentendo la sua forza benefica scorrere
Così subito ad estremi ripari corse
Provando con gl’incantesimi a mordere

Ostacolò con essi il cammino della dama
Che salendo trovava difficoltà estreme
Ma la voce del picco che la chiama
Le dava sempre più coraggio e speme

Stremata giunse la dama al monte in cima
Il mago invocò allora dal cielo un fulmine
Che terminasse quanto iniziato prima
Colpì la dama con la potenza al culmine

L’evento sollevò da terra la donna stremata
Che resistette a lungo pur senza forze
La forza che aveva di già in se ben celata
Era dentro delicate e leggere scorze

Liberando la sua positiva energia
Aprì il cielo per un momento solo
Contrastando del mago l’oscura magia
Rimanendo sospesa dal fulmine in volo

Mentre era dal fulmine sconquassata fuori
Le nubi s’allargarono rapide e veloci
Lasciando il sole inondar tutto di colori
Fermando il mago in urla di dolore feroci

Nasceva da quell’evento una fata maschio
In forma astrale egli ora vagava fra l’umido
E fra il freddo e ancor bagnato muschio
Mentre la donna cadde col volto tumido

La gente liberata dall’oscuro sortilegio
Tornò a sorridere dopo tanti scuri anni
Vedendolo poi come un fine privilegio
Felici e gioiosi uscirono lieti dai capanni

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