Il Canto delle Sirene, o le voci di dentro

Pubblicato il: 23 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

✦ I Mostri Sapienti… ✦

Antichi e mitologici “mostri” del sapere, le Sirene stanno a Ulisse, un po’ come il Minotauro sta a Teseo, ma a maggior ragione, esse stanno ad Ulisse come la Sfinge ad Edipo. In particolare, sia la Sfinge che le Sirene sono depositarie di un sapere.

Il sapere della Sfinge è sapienziale ed enigmatico per antonomasia. Mentre quello del Minotauro era fatto di mura, il suo è un labirinto verbale; da questo è illusorio evadere, perché esso riflette la ciclica ricorrenza dei ritmi della Natura ed insieme presuppone una cieca fatalità.

Come ci viene presentato da Sofocle e da Seneca (ed assai più tardi, perfino da Freud), il dramma di Edipo somiglia ad un teorema o ad un sillogismo. Per Edipo a Colono, come per Socrate ad Atene, solo la morte può rappresentare una via d’uscita reale.

In effetti, il proverbiale “Conosci te stesso” collega intimamente il personaggio Edipo alla persona di Socrate. Il sapere suggerito od ammonito dalla Sfinge tebana è la presa di coscienza dei propri limiti invalicabili, ma è anche, almeno nel suo sviluppo socratico, “sapere di non sapere”, premessa metodica ad ogni conoscenza attendibile di sé e del mondo. Essa è prefigurazione della consapevolezza di una dimensione inconscia (o noumenica), che fa da sfondo e da cornice alle conoscenze umane.1z6bcDi che tipo è, invece, il sapere delle Sirene? Indubbiamente, in esso c’è un aspetto che sarà platonico, nel senso che conoscere è soprattutto ricordare. Tale aspetto è però interpretabile in senso psicoanalitico, dal momento che quella reminiscenza riguarda soprattutto i contenuti rimossi dalla coscienza.

Infatti, nel loro omerico canto rivolto a Ulisse, le Sirene affermano di sapere tutto “quanto accade sulla terra che nutre tanta gente”, ma ciò che effettivamente promettono di narrare è “tutto quello che nell’ampia piana di Troia patirono Argivi e Troiani per volere degli Dèi”, cioè, nulla più di quanto sia già nella memoria dell’eroe, compresi i ricordi apparentemente dimenticati, e probabilmente non con pochi rimorsi, di quella terribile guerra. Ingannevoli nella loro rovinosa seduzione, i canori mostri altro non sono che le voci di dentro persecutorie dello stesso Ulisse.

Del resto, in un certo senso anche la Sfinge lo era stata per Edipo, così la sua immagine viene strettamente ad associarsi all’uccisione di Laio da parte del protagonista, e a ciò di tremendo che ne consegue. L’uccisione del padre era stata inconsapevole, ma restava pur sempre un delitto per futili motivi.

Solo gradualmente se non del tutto a posteriori, la Sfinge si carica di sensi di colpa e di relative associazioni mentali nell’animo di Edipo, finché il loro peso diventa insostenibile. Intanto, la Sfinge stessa assume valenza simbolica di coscienza aurorale o addirittura anticipante.

Nelle Fenicie di Seneca, si assiste alla riunificazione del simbolo con la coscienza che lo ha prodotto: “Là piace ritrarmi a morire, dove sedette la Sfinge su un’alta rupe, imbastendo tranelli con la bocca di mezza belva. Là guida il corso dei miei passi, fa’ che tuo padre si arresti. Affinché non rimanga vacante la triste sede, ivi colloca un mostro maggiore. Sedendo su quella roccia, declamerò parole oscure sulla mia sorte, di cui nessuno sappia venire a capo”. Queste parole per niente oscure, anzi rivelatrici, vengono rivolte da Edipo alla figlia Antigone.

Ma torniamo ad Ulisse sulla sua nave. Un’interpretazione psicoanalitica che si rispetti, non può mancare della componente sessuale, né si può negare che la scena del navigante legato all’albero spoglio della vela, mentre ascolta al sicuro il canto infido delle Sirene, offra un vago esempio di simbologia fallica masturbatoria. Tale suggestione si ben abbina con l’assicurazione omerica sulla verginità delle Sirene (vergine era pure la Sfinge, a detta di Sofocle e di Seneca).

Il quadro che si delinea è di una sessualità frigida o perversa, lontano dalle fantasie erotiche posteriori che s’imbastiranno sulle Sirene, e questa negatività solitaria ben si accorda con sensi di colpa e rimorsi che perseguitano il reduce, fuori dalle braccia delle sue Calypso o delle sue Circi.

Ed è la Maga Circe, una che di sesso s’intende, ad avvertire Ulisse su come comportarsi con le rivali sospette di antropofagia. Non mancherà chi ne accenni una malinconica riflessione, come Socrate, il quale insinua che nemmeno le Sirene siano sfuggite, “così come tutti gli altri”, ad un provvidenziale istinto di morte.

Socrate o Platone che sia, si allude ad un’intima debolezza delle Sirene, che Circe deve aver intuito. Metafora di una coscienza che non sa svincolarsi dall’inconscio se non a costo di gravi sacrifici e menomazioni, le incantatrici sarebbero cadute vittime di un superiore incantesimo, o forse della presunzione di essere immuni da umane debolezze.

Ad ogni modo, dal bestiale Minotauro all’ibrida Sfinge e alle ambigue Sirene, si ha un progresso “mostruoso” per il meglio. Così pure della significazione, dagli echi del labirinto agli enigmi in versi e al canto ammaliatore o rammemorante.

Se si volesse insistere nella simulazione freudiana, potremmo sostenere che dai muggiti del profondo Es si è passati agli indovinelli di un IO contrastato, e poi alle voci inibitorie di un Super-Io interiorizzato: i primi passi incerti di un inconscio sociale, quello della civiltà occidentale, nei rapporti fra individui e proiezione culturale di se stessa.

Mitico od epico, all’origine resta purtroppo un conflitto: le Sirene non promettono di narrare solamente i ricordi di Ulisse, bensì la materia dell’Iliade. Esse sono la cripto-firma di Omero.

Data la lunghezza dell’articolo, il post è stato diviso in più pagine:

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