Il Canto delle Sirene

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Data di pubblicazione: 23 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

La Musica delle Sirene

Le Sirene sono depositarie di un sapere, ma di che tipo è il sapere delle Sirene? Indubbiamente, in esso c’è un aspetto che sarà platonico, nel senso che conoscere è soprattutto ricordare. Tale aspetto è però interpretabile in senso psicoanalitico, dal momento che quella reminiscenza riguarda soprattutto i contenuti rimossi dalla coscienza.

Infatti, nel loro omerico canto rivolto a Ulisse, le Sirene affermano di sapere “tutto quanto accade sulla terra che nutre tanta gente”, ma ciò che effettivamente promettono di narrare è “tutto quello che nell’ampia piana di Troia patirono Argivi e Troiani per volere degli Dèi”. Cioè, nulla più di quanto sia già nella memoria dell’eroe, compresi i ricordi apparentemente dimenticati, e probabilmente non con pochi rimorsi, di quella terribile guerra. Ingannevoli nella loro rovinosa seduzione, i canori mostri altro non sono che le voci di dentro persecutorie dello stesso Ulisse.

Già nell’antichità ci s’interrogava sul canto e la musica delle Sirene. È il greco Plutarco, nelle sue Questioni conviviali, ad accreditare la tesi di Platone sul loro potere rievocante della memoria (rammemorante). Tale effetto non è esente da rischi per l’uomo dall’animo occupato da ansie nascoste o da inclinazioni volgari, ma esso può essere positivo per un soggetto predisposto all’elevazione spirituale (va da sé che Ulisse sia più vicino alla seconda condizione), a tal punto da far accostare le inquietanti Sirene alle divine Muse, se non associate alle fatali Parche.

In Sui confini del bene e del male, il latino Cicerone approfitta dell’interrogativo per riscattare la figura di Ulisse, varando un nuovo mito: Vidit Homerus probari fabulam non posse, si cantiunculis tantus irretitus vir teneretur; scientiam pollicentur, quam non erat mirum sapientiae cupido patria esse cariorem, ovvero “Si accorse Omero che la leggenda non sarebbe stata degna di approvazione, se si fosse ritenuto che un tale uomo venisse irretito da banali canzoni. No, la promessa era quella della conoscenza. Né deve destare meraviglia che ciò riuscisse più caro della stessa patria ad uno desideroso di sapere”. L’Ulisse di Cicerone ispirerà quello dell’Inferno dantesco, dannato per i suoi astuti inganni non meno che per la sua profana e moderna curiosità di scoperta.

sireneIn epoca cristiana, con la progressiva demonizzazione delle donne in qualità di Streghe, nemmeno le Sirene e il loro magico canto godono di buona fama: per vari convergenti motivi e con una punta di misoginia, le demonizzano o le trattano da meretrici. Neppure il frequente accostamento, od una pretesa competizione, con le artistiche Muse può ormai giovare loro.

“Il dodicesimo canto dell’Odissea narra del passaggio davanti alle Sirene. La tentazione che esse rappresentano è quella di perdersi nel passato”: ecco come l’argomento viene introdotto nell’Illuminismo da Max Horkheimer e Theodor W. Adorno. Ma il passato si carica di sospetto, è un passato da cui prendere le distanze, sia pure in maniera critica che ne implichi la conoscenza, ma con quel distacco che neghi l’adesione ad esso, nonché eventuali assunzioni di responsabilità.

L’Ulisse di Adorno e Horkheimer è in fuga tanto dalle Sirene quanto dai propri trascorsi che esse gli evocano, quelli della guerra di Troia. Tuttavia, per fare ciò, egli non sa o non può rinunciare al potere della propria astuzia. Ancor più che astuzia, è un trucco della ragione, che consente di conseguire un distacco ed una consapevolezza storica: l’espediente di farsi legare all’albero della nave per ascoltare senza pericolo letale, mentre i marinai remano con le orecchie turate dalla cera, acquista così una valenza metaforica estesa all’intera società. Nonostante i suoi presunti sensi di colpa, in ultima analisi Ulisse è un passato che sopravvive a se stesso, grazie alla razionalizzazione di opportuni aggiornamenti, e la nostalgia di Itaca può tornare a prendere il sopravvento, ora che i conti con la conoscenza e con la coscienza sembrano regolati una volta per tutte.

Quanto alle Sirene, allontanandosi, esse perdono consistenza etica. In compenso, recuperano od acquistano quel fascino estetico che le renderà celebri. Contaminate nell’aspetto, ammansite ma mai domate, le Sirene tornano comunque in primo piano dai racconti fantastici, dalla poesia lirica, dal melodramma dov’erano confinate e si erano mimetizzate.
Più letteraria ed incentrata su Ulisse è l’interpretazione di Maurice Blanchot. In Le chant des Sirènes, Blanchot paragona l’omerico Ulisse ad Orfeo, in veste del personaggio del poema ellenistico Argonautiche di Apollonio Rodio.

Entrambi incontrano e sfidano le Sirene, prevalendo sul loro maleficio, ma Orfeo non vi riesce grazie a qualche sotterfugio della ragione, bensì scendendo in campo aperto, sullo stesso terreno della musica e del canto. Se c’è una dimensione in cui l’uomo può misurarsi con successo duraturo, con le forze a volte avverse della Natura e del destino, essa è quella artistica e letteraria. In tale ambito, lo scontro si rivela un confronto vantaggioso a lungo termine, perché arricchisce sempre chi ne diviene attore e fruitore.

A differenza di Ulisse, Orfeo ha ascoltato ed assimilato fino in fondo il canto delle Sirene, lui sì potrebbe magari dirci “che cosa le Sirene siano solite cantare”. Diversamente dal pratico Ulisse, nel noto mito in cui si narra la morte della sua amata Euridice Orfeo tenterà l’intentabile, egli impiegherà anche la lezione strappata alle Sirene, per cercare di aggirare la morte e riportare in vita la sua amata. Non solo amore per la conoscenza, dunque, ma amore in senso stretto.

Sulla scia di Blanchot, al sottile legame fra Euridice e le Sirene in Il pensiero del di fuori, Michel Foucault ha dedicato un intero capitoletto, per concludere subito dopo: “Tendere l’orecchio verso la voce argentata delle Sirene, rivoltarsi verso il volto proibito che già si è sottratto alla vista, non è soltanto infrangere la legge per affrontare la morte, non è soltanto abbandonare il mondo e la distrazione dell’apparenza, è sentire improvvisamente crescere in sé il deserto nel quale, all’altra estremità […] balena un linguaggio senza l’assegnazione di un soggetto, una legge senza Dio, un pronome personale senza personaggio, un volto senza espressione e senza occhi, un altro che è il medesimo”.

Viceversa sussiste l’ipotesi che le Sirene, tanto più in quanto non esistenti, non intendano ingannare nessuno, a partire da Ulisse e da Orfeo. Esse sarebbero immagini speculari tanto dell’umanità quanto dell’animalità, che sono in noi.

Ma torniamo ad Ulisse sulla sua nave. Un’interpretazione psicoanalitica che si rispetti, non può mancare della componente sessuale, né si può negare che la scena del navigante legato all’albero spoglio della vela, mentre ascolta al sicuro il canto infido delle Sirene, offra un vago esempio di simbologia fallica. Tale suggestione si ben abbina con l’assicurazione omerica sulla verginità delle Sirene.

Il quadro che si delinea è di una fredda sessualità, antitetica e lontana dalle fantasie erotiche posteriori che s’imbastiranno sulle Sirene, e questa negatività solitaria ben si accorda con sensi di colpa e rimorsi che perseguitano il reduce, fuori dalle braccia della sua Calypso o della sua Circe.

Ed è la Maga Circe, una che di sesso s’intende, ad avvertire Ulisse su come comportarsi con le rivali sospette di antropofagia. Non mancherà chi ne accenni una malinconica riflessione, come Socrate, il quale insinua che nemmeno le Sirene siano sfuggite, “così come tutti gli altri”, ad un provvidenziale istinto di morte.

Socrate o Platone che sia, si allude ad un’intima debolezza delle Sirene, che Circe deve aver intuito. Metafora di una coscienza che non sa svincolarsi dall’inconscio se non a costo di gravi sacrifici e menomazioni, le incantatrici sarebbero cadute vittime di un superiore incantesimo, o forse della presunzione di essere immuni da umane debolezze.

 

❂ Le voci di dentro, il Sé inconscio ❂

sireneSe si considera attendibile l’interpretazione del canto delle Sirene come “voci di dentro” del protagonista dell’Odissea, l’episodio omerico di Ulisse e delle Sirene viene ad essere il primo tentativo di rappresentare un Sé inconscio, nella storia delle letterature occidentali.

Come altrimenti nei sogni, quest’inconscio viene proiettato all’esterno, oggettivato e in qualche misura sublimato, nelle figure delle vergini alate e nel suono delle loro magiche voci, ma va notato che solo in parte l’Io narrante interpretato da Ulisse coincide col Sé narrato: circa metà dell’accaduto è raccontato in prima persona dal naufragato eroe ad Alcinoo, re dei Feaci, e alla sua corte. Per l’altra metà, egli riferisce parole a lui proferite da Circe, che prefigurano il pericolo costituito dai mostri canori ed impartiscono consigli su come affrontarlo ed evitarlo.

A sua volta, Ulisse racconta di aver riferito le parole di Circe ai meno fortunati compagni, i quali si sono attenuti alle direttive conseguenti. Quanto veniamo a sapere del canto delle Sirene, esso è filtrato attraverso una pluralità frammentaria di testimonianze dei personaggi, in modo tale che per ricomporlo siamo rimandati da un soggetto all’altro.

Ci riesce difficile giungere ad una fonte unitaria, identificabile con la coscienza dell’eroe. Una verità probabile è che il gioco dissimulante non sia un puro virtuosismo letterario, esso è piuttosto motivato dal fatto che in nessun punto del poema, come in questo caso, la percezione da parte di un personaggio collima con la coscienza del poeta.

Ulisse ed Omero si sovrappongono, quasi si identificano. D’altronde, è un passo in cui l’epica riflette su se stessa e si mostra in trasparenza. Così facendo, essa si trascende. In effetti, il canto delle Sirene sembra anticipare il coro della tragedia, nelle sue espressioni migliori e formalmente impersonali.

L’Ulisse del canto delle Sirene potrebbe essere uno di noi, se non ciascuno di noi. Le Sirene stesse cantano una canzone, che può risultare familiare ed insieme sconcertante. Una seduzione sta nella loro promessa di rinsaldare la coerenza dei nostri IO, fondandoli nella memoria ed integrandoli nella Storia.

Questa severa visione delle Sirene ne smentisce la fama erotica, essa concorda con un’antica tradizione, che le favoleggia mutate in mostri dalla Dea dell’amore Afrodite, per punirle di un ostinato attaccamento alla propria castità.

Proprio per il carattere inquietante, la vocazione rammemorante delle Sirene funge da stimolo ad un ripensamento della propria identità, se non altro per antitesi rispetto ad errori od orrori del passato. Se Ulisse avesse prestato un po’ più ascolto alle sue voci di dentro, indulgendo all’esame di coscienza da esse suggerito, forse si sarebbe liberato da residui di arcaismi eroici.

Reduce infine ad Itaca, si sarebbe astenuto da nuove vendette e stragi, questa volta fra le pareti domestiche. Ciò, almeno nei limiti del superfluo o del gratuito, ma non si può pretendere troppo da un archetipo, né attribuire un’eccessiva saggezza all’inconscio.


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