Dopo la Morte… cosa c’è?

Pubblicato il: 2 ottobre 2011 ©Giardino delle Fate

Cosa c’è, dopo la morte? Che cosa avviene? Dove andiamo?

Prima di procedere con la risposta di queste tanto agognate domande, è innanzitutto necessario chiarire alcuni punti base, ciò che siamo e ciò di cui siamo composti, in pratica com’è fatto l’essere umano.

In accordo con le tradizioni esoteriche di tutto il mondo, possiamo considerare l’essere umano costituito essenzialmente da due enti: l’uno di carattere spirituale (detto Anima, Spirito, Sé o Io Profondo) e l’altro di carattere materiale (detto personalità, apparato psicofisico o «macchina biologica»).

Ora, può accadere che un uomo sviluppi un livello di «attaccamento» alla propria vita materiale così esageratamente morboso, da far sì che egli rifiuti in maniera innaturale e categorica l’idea della morte, paventando ossessivamente la scomparsa del proprio corpo e del proprio ego.

Ciò significa che tale individuo si trova completamente identificato con il suo apparato psicofisico, una macchina biologica costituita di ossa, carne e sangue che ogni uomo dovrà prima o dopo abbandonare. L’apparato psicofisico è infatti costituito di sostanze deperibili e il suo destino è quello di dissolversi nella materia da cui è venuto.

Chi si trova in uno stato di identificazione completa con il corpo, chi sente cioè di essere esclusivamente il suo corpo, è destinato a perire con esso, perché la sua coscienza è imprigionata in quel guscio di carne, e quindi tutta la sua vita risulta impregnata della paura della morte. Al contrario, chi, attraverso un lavoro magico/alchemico portato avanti fino al compimento finale, è giunto ad identificarsi con l’anima, con il Sé, non teme più la morte, in quanto sente che alla scomparsa dell’apparato psicofisico egli resterà in vita in una forma più sottile attraverso la sua anima, il «corpo di gloria» dell’Alchimia.

L’esistenza di chi è costretto a vivere paventando la morte è in fondo un’esistenza meschina, l’ombra di ciò che potrebbe essere l’esistenza di chi si sente, si percepisce interiormente un essere immortale. Per arrivare a ciò è necessario un accurato lavoro su di sé, ma tale lavoro ha inizio dalla rimozione del velo di ignoranza riguardo a tutto ciò che non ricade immediatamente sotto i sensi.

Ogni sapere intorno agli argomenti che travalicano le cose ordinarie, porta in sé particolari vibrazioni che mettono in moto le vibrazioni corrispondenti nell’anima di chi riceve tale sapere, l’anima infatti tutto già conosce circa il suo mondo, e deve solo essere aiutata dall’esterno a ricordare coscientemente ciò che sa già.

In chi si presta a ricevere il nuovo con una buone dose di lucido spirito critico, ma in maniera esente da preconcetti, tali vibrazioni compiono un buon lavoro e si creano le basi perché il sapere diventi poi comprensione interiore. Tali sono i primi irrinunciabili passi sulla strada dell’apertura della coscienza.

✧ L’ignoranza circa la Morte ✧

Si immagini di essere stati ad una festa in maschera, e che ci si sia fatto prestare sul posto un travestimento da Martin Lutero da indossare per tutta la durata della festa. Si è impersonato Lutero per diverse ore, ci si è divertiti molto, e si è anche sentito un certo disagio (misto a stupore) quando si è incrociato qualcuno travestito da papa Leone X. Non si crede però possibile che un uomo sano di mente, al termine dei festeggiamenti, decida di non restituire il vestito che gli era stato prestato, e di andare via continuando ad impersonare Martin Lutero anche al di fuori della festa.

L’anima (l’uomo), ad un certo punto del suo percorso vitale, deve fare la stessa cosa con i suoi tre involucri (corpo fisico, corpo emotivo e corpo mentale): deve uscirne e restituirli ai rispettivi tre corpi della Terra. In altre parole gli atomi che al momento della nascita l’anima aveva addensato intorno a sé per costruirsi i tre corpi, non essendo più tenuti insieme, si disuniscono e tornano a vagare liberamente nei rispettivi ambienti: il corpo fisico, il corpo emotivo e il corpo mentale del pianeta Terra. In tutti gli scritti esoterici si afferma che non solo la morte esiste, ma ne esistono ben tre: una per ogni corpo che l’uomo deve abbandonare.

La prima è quella universalmente accettata dall’uomo ordinario e riguarda il degenerare del corpo fisico fino al punto in cui questo diviene incapace di svolgere le funzioni per cui è stato costruito, e viene abbandonato dall’anima. Le limitate idee comuni sostengono che dopo la morte del corpo fisico “tutto è finito”, cioè che la coscienza del Sé, l’anima, si perda non si sa bene dove (non potendo qualcosa semplicemente sparire dall’esistenza), per il solo fatto di aver abbandonato un guscio fisico ormai inservibile.

Se molti uomini sono ignoranti riguardo la vita dopo la morte del corpo fisico, questo non significa che tutti gli uomini soffrano della medesima ignoranza su questo argomento. Il diffuso modo di pensare che dopo la morte del corpo fisico si interrompa la vita stessa di un uomo, risiede principalmente nel fatto che quasi tutti i signori scienziati ritengono sia impossibile conoscere alcunché circa gli stati successivi all’uscita dal corpo fisico.

Di norma tutto ciò che loro non possono conoscere pensano che nessuno possa conoscerlo. Credono in effetti che il loro stato di coscienza sia l’unico possibile, e da ciò deducono che se loro sono ignoranti su questo argomento, tutti lo siano allo stesso modo… e chi pensa di saperne qualcosa è ritenuto un ciarlatano. Il ridicolo della condizione non è quindi nell’essere ignoranti (tutti in qualche modo lo siamo), ma nel giustificare questa ignoranza ritenendo inconoscibile in generale ciò che loro, in particolare, non sono riusciti a conoscere con i propri strumenti.

In realtà oggi come nei tempi antichi sono sempre vissuti individui capaci di interagire con i mondi sottili dei disincarnati, e di farlo talvolta mossi da intenzioni non proprio altruistiche (ciò è conosciuto come Magia Nera). Presso le civiltà più antiche tali conoscenze erano acquisite per visione diretta, grazie alla chiaroveggenza, dai Maestri di Saggezza, e poi diffuse e rese alla portata di tutti attraverso insegnamenti e manifestazioni rituali.

Essi avevano il potere di guardare nell’aldilà e di riferire ciò che ritenevano utile. La vera conoscenza può dirsi solo la conoscenza diretta: un percepire interiore per mezzo del Cuore e dei sensi sottili ad esso collegati (chiaroveggenza e chiaroudenza).

L’uomo moderno invece si ostina a pensare che tutto quanto non sia stato sperimentato dai suoi strumenti scientifici (conoscenza non diretta), non possa essere preso seriamente. Considera la sua conoscenza la forma più evoluta di conoscenza per il solo fatto che essa è temporalmente successiva a quella degli antichi, e ritiene per questo le civiltà che lo hanno preceduto ingenue, primitive e dedite alla superstizione.

Per il fatto di aver inventato il computer, l’uomo odierno crede di possedere più conoscenza di un sacerdote precolombiano o di uno sciamano Sioux riguardo gli stati della morte… anzi, il che è ancora più grave, crede che loro si illudessero di conoscere qualcosa che non può essere conosciuto in assoluto.

❖ Oltre il Corpo Fisico ❖

Abbandonato il corpo fisico l’anima si trova ad occupare ancora gli altri due. Quello fisico è infatti il primo involucro ad essere lasciato, ma il corpo emotivo (o astrale) e il corpo mentale (potendo vivere indipendentemente dal fisico) permangono ancora per un certo tempo, e la coscienza dell’individuo si trasferisce quindi in essi al fine di sviluppare i processi che saranno in seguito spiegati.

Innanzitutto si deve precisare che al momento della morte fisica, l’uomo perde coscienza e cade in una sorta di sonno profondo che può durare un tempo molto variabile; nel caso di una coscienza avanzata il risveglio nell’aldilà avviene dopo un periodo molto breve.

Abbandonato il corpo fisico si diviene coscienti nel corpo astrale (anche detto “fluidico” o “mercuriale”), pertanto quando si esce da questo primo periodo di incoscienza, non si percepisce più il piano fisico, ma si percepisce adesso quello emotivo, meglio conosciuto come mondo astrale, che diventerà il nuovo ambiente dell’uomo disincarnato.

Una delle domande poste più frequentemente dai neofiti è: «Ma dopo la morte io conserverò ancora la mia coscienza? Saprò di essere ancora io?» In effetti questo è l’aspetto che più preme all’essere umano. Egli spesso accetta, anche se con estrema difficoltà, di dover abbandonare i luoghi, gli amici, i parenti, il partner e gli oggetti a cui tanto è legato, ma non riesce ad accettare l’idea di poter sparire completamente e non esistere più nemmeno in quanto forma di coscienza.

La domanda dovrebbe però essere un’altra: «Prima della morte io ero veramente cosciente? Sono mai stato consapevole di essere io?» La questione fondamentale non è infatti: «C’è coscienza dopo la morte?», bensì: «C’è coscienza dopo la nascita?»

Quando esce dal periodo di oblìo dovuto alla transizione da un piano all’altro, l’uomo diviene cosciente nel suo corpo astrale solo nella misura in cui lo era già stato durante la vita sul piano fisico. Quindi per sapere quanto sarà cosciente di sé in astrale, oppure quanto sarà cosciente di sé come anima nel «corpo di gloria», una volta defunto, è sufficiente che egli si chieda quanto è cosciente già adesso in astrale o come anima.

Se durante la sua vita fisica un individuo si è sempre completamente identificato con il suo cervello fisico, perché si è sempre sentito cosciente solo in esso, allora quando tale corpo perirà… lui in una certa misura perirà con esso. Ciò significa che l’anima lascerà il corpo fisico, occuperà comunque il corpo astrale, ma l’individuo, non avendo ancora sviluppato la capacità di essere cosciente nell’astrale, si troverà in uno stato di semi-lucidità nel nuovo ambiente.

Sarà comunque consapevole di sé, ma in una sfera simile a quella del sogno. Quale è infatti il grado di coscienza astrale dell’uomo medio? Lo si può facilmente dedurre dai sogni.

Quando l’uomo sogna si trova nel suo corpo astrale, proprio come lo sarà dopo la morte, quindi è sufficiente che osservi quanto è lucida la sua coscienza durante i sogni, per ricavare con buona approssimazione quanto sarà lucido dopo la morte. Nel sogno percepisce ciò che accade intorno a lui, ma è solo vagamente cosciente di sé come individuo.

È uno stato di semi-incoscienza difficile da descrivere: l’uomo sa ancora di esistere… ma non perfettamente come potrebbe saperlo sulla Terra fisica. Solitamente la sua percezione dell’ambiente durante i sogni è piuttosto vaga, ed egli non è in grado di decidere nulla circa gli avvenimenti, sebbene sia convinto del contrario; in realtà viene letteralmente trasportato dagli eventi circostanti. Non stabilisce i luoghi da visitare, né le persone da incontrare, non può gestire la sua forza, né la sua capacità di spostarsi.

Tutto gli accade e lui è un burattino semi-incosciente nelle mani delle sue emozioni e dei suoi istinti, i quali decidono di quale commedia egli diviene protagonista di volta in volta. Un destino simile lo attende da disincarnato. Se invece un uomo lavora su di sé già durante l’incarnazione per identificarsi con la sua anima, può sviluppare la coscienza astrale, può cioè divenire cosciente all’interno del suo corpo astrale pur rimanendo vivo in quello fisico.

Il vero chiaroveggente è colui che può decidere di spostare in ogni momento la sua coscienza dal fisico all’astrale e viceversa, percependo ora un mondo ora l’altro. Tale uomo è capace di sogni lucidi, cioè di sogni nei quali lui si muove nel mondo astrale con la stessa piena coscienza con cui lo fa nel fisico, stabilendo dove andare e quali entità incontrare. Un uomo del genere ha anche ottenuto la continuità di coscienza, per cui al momento del trapasso non attraversa alcun periodo di oblìo, ma si limita a uscire in piena coscienza dal corpo fisico.

La credenza che dopo la morte nulla cambi nella propria coscienza è quindi altrettanto falsa della credenza che tutto finirà. Un uomo che è sempre vissuto in stato di addormentamento e non si è mai sforzato di svegliarsi, non può pretendere di diventare improvvisamente sveglio dopo la morte.

Se era un addormentato nel mondo fisico lo sarà anche nel mondo astrale, nel mondo mentale e in quello dell’anima. Il livello di apertura di coscienza dell’individuo, infatti, non muterà minimamente rispetto a quando si trovava sul piano fisico.

La morte non è una cura per l’ignoranza, né un corso accelerato di illuminazione interiore. Neanche una goccia di consapevolezza gli verrà regalata per il solo fatto di aver cambiato piano di esistenza. D’altronde un truffatore non diventa meno truffatore, ed un santo non diventa meno santo quando entrambi si cambiano d’abito. L’abbandono del corpo fisico è nulla più che un cambio d’abito per l’anima, e dopo il vestito fisico dovrà poi togliersene altri due.

Nel primo periodo dopo l’abbandono del corpo fisico l’essere umano assiste come uno spettatore alla proiezione di tutta la sua esistenza, la quale gli viene trasmessa “all’indietro”: dagli ultimi istanti prima di spirare fino all’evento della nascita. Ciò è possibile poiché per la coscienza astrale, che è della quarta dimensione, lo spazio e il tempo si svolgono in maniera differente che per la coscienza ordinaria. Rivedendo la propria vita al contrario si perde la connessione causa/effetto, quindi il comune giudizio circa gli eventi viene sospeso.

Secondo le numerose testimonianze riportate da chi ha potuto viaggiare nel mondo astrale, e da coloro che hanno almeno comunicato con esso, molti esseri astrali, in particolare nel primo periodo di permanenza in quel luogo, non si rendono nemmeno conto di essere defunti. Essi si trovano in realtà in un mondo completamente diverso, ma in massima parte non sono in grado di percepire tale diversità in tutta la sua importanza, poiché anche la loro coscienza fa adesso parte di quel mondo.

Essi non impiegano più il cervello fisico come supporto, perché sono nel corpo astrale, quindi ragionano meccanicamente secondo la mutata prospettiva di una coscienza astrale. Le anime disincarnate, soprattutto in principio, non avvertono sostanziali differenze fra lo stato che hanno lasciato e quello nuovo in cui si trovano; i desideri e le abitudini non mutano, e il fatto che possano volare nello spazio o costruire un appartamento con l’immaginazione in pochi secondi non è sufficiente a far sì che si avvedano di non essere più nel mondo fisico.

In quel nuovo stato di coscienza tutto viene riconosciuto come appartenente alla sfera della “normalità”, le caratteristiche ambientali sono quelle di una dimensione superiore, ma anche la coscienza che le percepisce si trova in quella dimensione, dunque non risulta semplice avvertire la differenza, ed anche quando poi si prende consapevolezza della nuova situazione essa non crea più di tanto scompiglio nell’individuo.

Questo succede anche a causa del nebuloso stato di semi-incoscienza in cui si trova. Ma il lato più strambo di tutta la vicenda riguarda il fatto che chi è trapassato in verità non si sta ingannando, come a noi potrebbe sembrare, ed ha perfettamente ragione nel ritenersi ancora in vita, poiché è effettivamente in vita né più e né meno di quanto lo era prima, e non v’è motivo per cui dovrebbe porsi una domanda tanto assurda circa la propria presunta morte.

È come se un individuo svegliandosi una mattina si sentisse molto stordito, come sotto l’effetto di potenti narcotici, e cominciasse a notare delle differenze nelle forme e nello splendore dei colori intorno a lui; gli potrebbe inoltre capitare di incontrare una serie di persone che non si aspettava di rivedere, magari in luoghi che non frequentava da anni. Egli potrebbe rimanere un po’ interdetto e sospettare di essere stato drogato con allucinogeni, ma non sorgerebbero mai in lui il dubbio circa la sua esistenza in vita.

Nel primo periodo l’individuo è ancora molto legato al piano fisico della Terra. La disperazione e il desiderio dei congiunti contribuiscono a trattenerlo “in basso”, e questo non è bene.

Per lui è importante allontanarsi dalle cose terrene e proseguire la serie di esperienze che lo attendono nell’aldilà, e prima lo fa meglio è, mentre i cosiddetti “parenti inconsolabili” con il loro estremo attaccamento al defunto, lo legano al piano terreno rendendogli più arduo il compito di abbandonarsi alla nuova dimensione. I pensieri di stima, di amore e di incoraggiamento a procedere nel cammino gli sono di valido aiuto, ma il desiderio di averlo ancora accanto, l’incapacità di accettarne la perdita e la disperazione, gli sono altamente nocivi.

Nel piano astrale si incontrano altri defunti, di solito persone alle quali si era molto legati in vita (i nonni, i genitori, e così via), ma può anche capitare di interagire con anime che hanno il compito di comunicarci informazioni utili, ed anche di vedere amici e parenti, ancora vivi sul piano fisico, che temporaneamente si trovano fuori dal corpo durante una determinata fase del sonno.

Esattamente come quando ancora occupava un corpo fisico, l’individuo costruiva la propria realtà quotidiana secondo le caratteristiche della sua personalità, cioè l’ambiente in cui viveva era un’esplicitazione materiale delle sue qualità interiori e delle sue paure, ora egli continua a costruire il suo mondo sottile sempre secondo le caratteristiche della sua personalità, la quale però adesso è composta dei soli corpo emotivo (astrale) e corpo mentale.

Trovandosi egli sul piano astrale, l’ambiente che vedrà intorno a sé sarà un fedele riflesso del suo stato emotivo. E non potrebbe essere altrimenti, sarebbe infatti stato sicuramente illogico che più trapassati facessero esperienza dello stesso ambiente, e che esso non fosse interamente creato da ciò che loro stessi sono.

Se ogni uomo deve “sgretolare” un suo condizionamento emotivo, che ad esempio lo costringe a provare meccanicamente rabbia ogniqualvolta si verificano determinate circostanze, non può certo farlo in un ambiente uguale per tutti. Ognuno deve creare intorno a sé uno specifico ambiente che si occupi di mettere in luce la sua specifica rabbia, e non esiste sistema migliore di farlo che lasciare che la vibrazione emessa dalla rabbia stessa organizzi la materia astrale secondo ciò che essa è, costruendo in tal modo situazioni che portino allo scoperto tale emozione negativa.

Allo stesso modo, quando alla fine del cammino l’individuo potrà gioire e provare estasi nel paradiso, ciò non sarà possibile in un ambiente comune a tutti, perché gli angeli che suonano l’arpa potrebbero piacere a qualcuno ma irritare fortemente qualcun altro; allora anche qui ognuno vivrà in un luogo costruito – proiettato – dalle sue stesse caratteristiche, che però in questo caso sono già state purificate nel processo di “sgretolamento” avvenuto durante il passaggio nel piano astrale.

Come in tale piano ognuno prova sofferenze che sono sofferenze solo per lui, anche nel piano mentale ognuno prova una gioia che è gioia solo per lui ed una beatitudine che è beatitudine solo per lui, perché esse possono scorrere attraverso dei “binari” energetici che solo lui possiede.

Data la lunghezza dell’articolo, il post è stato diviso in più pagine:

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