La Grande Madre (Dea Madre)

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Data di pubblicazione: 12 settembre 2011 ©Giardino delle Fate

Dea Madre, la grande divinità della vita, della morte e della rinascita.

La Dea è spesso indicata come la “divinità dai mille nomi”, infatti Cerere, Epona, Amaterasu, Ishtar, Artemide, Diana e Demetra, sono solo alcuni dei tanti nomi con i quali Dea Myrionyme (la “Dea dai mille nomi” appunto) è conosciuta. La stessa parola Myrionyme ricorda da vicino Myrion, il nome di “Maria”, la vergine cristiana, creando così strani e non del tutto ingiustificati accostamenti.

La Dea Madre o Gea (Grande Madre), è una delle figure femminili archetipiche più note. Secondo un’indimostrata teoria, essendo del tutto assenti fonti scritte o tradizioni orali in merito, la Grande Madre sarebbe una divinità femminile primordiale, presente in quasi tutte le mitologie note, dove si manifesterebbe la terra, la generatività, il femminile come mediatore tra l’Umano e il Divino.

Il culto della Grande Madre risale al Neolitico e forse addirittura al Paleolitico, se si leggono in questo senso le numerose figure femminili steatopigie ritrovate in tutta Europa, di cui naturalmente non conosciamo il nome. Il suo culto risale al periodo primitivo in cui la donna, simbolo e figurazione della Terra in quanto Madre, sovrintendeva non solo i riti della nascita, ma anche quelli della morte.

La donna era infatti colei dalla quale si nasce e colei alla quale si torna: la Terra, quindi attraverso la sepoltura. La Grande Madre, come terra e come immagine del femminile, anch’essa muore e si rigenera tramite il passare delle diverse stagioni, come la luna calante, la luna crescente e la luna nuova.

La Dea è la sorgente della vita, e il suo grembo è il calderone della Creazione che genera il mondo. Tramite Lei, tutta la vita prende forma.
Nelle leggende e nell’iconografia irlandese e gallese, il suo grembo è rappresentato dal calderone perennemente colmo dell’Altro Regno, pieno di carni saporite per festeggiare e per riportare in vita i guerrieri trapassati. Attraverso il grembo della Dea, la vita si riempie di energie che provengono da una sorgente inesauribile e senza tempo.

Inutile sottolineare l’importanza che la Dea riveste per la Via Feerica (Via delle Fate), che sembra un diretto retaggio del passato neolitico. La Dea in tutte le sue manifestazioni era il simbolo dell’unità di ogni vita nella Natura. Il suo potere risiedeva nell’acqua e nella pietra, nella tomba e nella grotta, negli animali e negli uccelli, nei serpenti e nei pesci, nelle colline, negli alberi e nei fiori. Da questo deriva la concezione olistica della sacralità e del mistero di tutto ciò che è sulla Terra, ed infatti potrebbe essere benissimo una sintesi della Via Feerica.

Quasi certamente le credenze feeriche derivano dalla cultura matrilineare neolitica. Il mito della Dea Madre è tuttavia presente anche nelle successive manifestazioni di culto: troviamo, ad esempio, la triplicità della Terra nel mito delle Tre Parche, così come troviamo le tracce del particolare influsso del culto della Dea Madre sul culto pagano greco, nella rappresentazione della figura della Sibilla o in quella di Medea, la Maga che decide di uccidere i propri figli quando scopre di essere stata tradita da Giasone.

Il valore del mito in questo caso è molto importante in quanto Medea, come Maga, aveva potere di vita e di morte proprio come la Grande Madre. Al tempo stesso, nel momento in cui viene tradita non fa altro che affermare il proprio potere: scappando sul carro del Sole, al pari di Apollo, afferma il suo potere.

Questo altro non è che uno dei tanti esempi dell’influsso del culto della Grande Madre, che possiamo trovare trasposti nelle successive culture. È la Dea Madre, l’immagine a noi più “vicina” del divino femminile, trasmessa nei secoli in Occidente delle Madonne cristiane, eredi della Madre Iside col piccolo Horus.

dea madreLa Dea col bimbo in braccio è l’icona del femminile materno sacro, della pienezza del donare e del ricevere, del grembo che accoglie la vita anche dopo che è nata, la nutre, la protegge e ne è culla. Col bimbo in braccio o appoggiato sul grembo, è spesso raffigurata nell’atto di allattare. Talvolta, ci appare nell’atto di porgere lo sguardo, volto all’adorazione, del bambino.

La Madre e il Figlio (o la Figlia, poiché originariamente la successione è femminile) sono il mondo completo, chiuso in se stesso e che non ha bisogno di nulla. Sono il cerchio della Vita nel suo susseguirsi, nella Vita che Genera, e nella Vita che si perpetua nel Nuovo.

La Madre con il Figlio in grembo ha rappresentato per millenni la fonte del Potere di Governo dei Re. Ogni potere si origina infatti dalla Dea e il Re, che è Re per un anno, incarnazione del Figlio, Dio della vegetazione, sa che il suo potere proviene dalla Madre ed è tenuto a cederlo, al termine dell’anno, sacrificando la sua stessa vita, al nuovo giovane Re.

Con lo stabilirsi di governi esclusivamente patriarcali, la Grande Dea viene però sostituita dai nuovi Dèi solari e, la derivazione del potere dal Grembo della Madre, diventa via via più simbolica e meno reale. Il sacrificio annuale viene in molti territori sostituito dal sacrificio simbolico, dal rinnovamento attraverso il rito, come accade con i Faraoni Egizi. Alla fine del neolitico (e all’inizio della Storia) del Grembo resta, simbolico, soltanto il trono, ora occupato dal baldanzoso Re che dimentica a chi deve le insegne.

L’universo culturale della Grande Madre prevedeva anche, benché non sempre, figure maschili, inizialmente descritte come figure plurime o collettive. L’evoluzione di tali figure e la loro progressiva personificazione individuale, sembrano confermare, per sottrazione, l’idea di un’origine matriarcale della civilizzazione, sia per la forte accentuazione di “figlio della Dea” (e la Dea rimanda alla Grande Madre, anche se ha un altro nome) che viene attribuita a talune divinità maschili particolarmente legate alla Terra (Dioniso), e sia perché la modifica e l’individuazione in senso patriarcale del pantheon sono attestate in epoca relativamente tarda, quando gli uomini avevano preso coscienza della propria potestà generatrice.

Eed anche, infine, per il rapporto misterioso che corre tra la Grande Dea ed il suo compagno, caratterizzato dall’essere minore di lei, per età e per poteri, e che spesso si presenta, almeno inizialmente, come una figura di giovane amante, assai simile ad un figlio.

tripliceLungo le generazioni, con gli spostamenti di popoli e la crescita di complessità delle culture, le “competenze” della Grande Madre si moltiplicarono in diverse divinità femminili. Per cui la Grande Dea, pur continuando ad esistere e ad avere culti propri, assumerà personificazioni distinte, come ad esempio, per sovrintendere all’amore sensuale sarà identificata con Ishtar-Astarte-Afrodite Pandemia-Venere, alla fertilità delle donne con Ecate triforme (tre come sono le fasi della vita), alla fertilità dei campi con Demetra/Cerere e Persefone/Proserpina, e alla caccia con Artemide/Diana.

Inoltre, siccome il ciclo naturale delle messi implica la morte del seme, affinché esso possa risorgere nella nuova stagione, la grande Dea è connessa anche a culti legati al ciclo morte-rinascita e alla Luna, che da sempre lo rappresenta (i più arcaici di questi riti sono riservati alle donne, come quello di Mater Matuta o della Bona Dea).

Ad esempio, nelle feste e nei misteri in onore del gruppo Demetra/Cerere – Persefone/Proserpina, il suo culto segna il volgere delle stagioni, ma anche la domanda dell’uomo di rinascere come il seme rinasce dalla terra.

L’evoluzione teologica della figura della Grande Madre (giacché nulla va perduto, nel labirinto della mitologia) venne costantemente rappresentata da segnali di connessione tra le nuove divinità e quella arcaica. Finché le religioni dominanti ebbero carattere politeistico, un segno certo di connessione consisteva nella parentela mitologica attestata da mitografi e poeti antichi (ad esempio, Ecate è figlia di Gea, o Demetra è figlia di Rea).

Altro carattere che permette di riconoscere le tracce della Grande Dea nelle sue più tarde eredi, è la ripetizione di specifici attributi iconologici e simbolici, che ne richiamano l’orizzonte originario:

✫ Il dominio sugli animali, di cui citiamo i leoni alati che accompagnano Ishtar, la cerva di Diana ed il serpente ctonio della Dea cretese
✫ L’ambientazione tra rupi (o in caverne, a ricordare il carattere ctonio della divinità originale) e boschi, o presso le acque
✫ Il carattere ed i culti notturni

dea madre

Anche nel mutare delle religioni, la memoria della divinità arcaica, “signora” di luoghi o semplicemente di bisogni umani primari, si mantenne e si trasmise lungo le generazioni, dando luogo a culti forse inconsapevolmente sincretistici (le cui ultime propaggini possono essere considerate, ad esempio, le molte Madonne Nere venerate in Europa).

Nell’area mediterranea ne conosciamo i nomi e le storie, nelle diverse civilizzazioni dall’epoca protostorica:

✦ in area mesopotamica (V millennio a.C.): Ninhursag
✦ in area anatolica (II millennio a.C.): Cibele
✦ in area greca: Gea
✦ in area etrusca: Mater Matuta
✦ in area romana: Bona Dea o Magna Mater

La variante nordica della Grande Madre, portata fino alle Isole britanniche da migrazioni di popoli pre-achei verso Nord Ovest, è secondo Robert Graves la Dea Bianca della Mitologia Celtica (colei che a Samotracia si chiamava Leucotea e proteggeva i marinai nei naufragi). I primi missionari cristiani scoprirono in Gallia un gruppo di Celti intenti a venerare una figura femminile nell’atto di dare alla luce un bambino, e spiegarono a costoro che, senza saperlo, stavano adorando un’immagine della Madonna e dunque, in pratica, essi erano già cristiani.

Sul luogo sacro venne costruita una chiesa, e l’idolo pagano, trasferito al suo interno, si trasformava automaticamente in una rappresentazione cristiana; per giustificare la presenza di figurazioni mariane che, a volte, precedevano la stessa nascita di Maria, i teologi coniarono la definizione “Prefigurazione della Vergine”.

motherI luoghi di culto della Grande Madre nel nostro continente sono molteplici, e le rappresentazioni della Dea si trovano quasi tutti in superficie ma, gran parte di esse, erano poste originariamente nel sottosuolo, dove la presenza delle correnti terrestri si fa maggiormente sentire.

Proprio dalla Grande Madre derivano probabilmente le celebri “Vergini Nere”, ovvero le Madonne dal volto scuro venerate in tanti santuari: con un’operazione nota come “sincretismo”, la stessa con cui agli Dèi del Woodoo di Haiti sono state associate le immagini dei Santi cattolici importate dai missionari, la Grande Madre pagana avrebbe assunto il volto di Maria, colorato però in nero, come quello delle sue prime raffigurazioni.

Le immagini delle Vergini Nere contraddistinguerebbero dunque i luoghi particolarmente legati alla Grande Madre, gli stessi su cui, da sempre, gli uomini costruiscono i loro edifici sacri. Vergini nere sono disseminate nelle chiese di tutta Europa: in Italia se ne trovano a Cagliari, Crea del Monferrato, Crotone, Loreto, Lucca, Oropa, Pescasseroli, Rivoli, Roma, San Severo, Tindari, Venezia; in Francia addirittura novantasei, e le più famose sono quelle della cattedrale gotica di Chartres, chiamate Notre-Dame-sous-Terre e Notre-Dame-du-Pilier.

Si dice che alcuni individui particolarmente sensibili, avvicinandosi alle cappelle in cui sono collocate, provino una sensazione di mancamento: sono le correnti energetiche terrestri che, in quei punti, raggiungono il massimo della loro potenza, e che percorrono la colonna vertebrale del visitatore, non di rado provocando in lui un’improvvisa “illuminazione” mistica.

Inoltre, nel culto della Madonna rivive in modo concreto il culto pagano di Iside, che fu per due secoli la “Santa Madre” del mondo antico. Iside “che tutto vede e tutto può, stella del mare, diadema della vita, donatrice di legge e redentrice” era la donna divinizzata, e la si rappresentava come una giovane donna, inghirlandata dal loto azzurro della Luna crescente, col figlioletto Horus tra le braccia.

Non poche statue di Iside furono trasformate più tardi in immagini della Madonna. Anche i Druidi (sacerdoti pagani del Popolo Celtico) onoravano la statua in legno di una donna, rappresentante la fecondità.

❂ Psicologia e Simbolismo ❂

Nella psicologia di Jung, la Grande Madre è una delle potenze numinose dell’inconscio, un archetipo di grande ed ambivalente potenza, distruttrice e salvatrice, nutrice e divoratrice. Essa possiede una quantità pressoché infinita di aspetti, e l’immagine primordiale della Madre si manifesta sotto molte forme, ad esempio la “vecchia saggia” o la “dea della fecondità”, nel suo lato positivo, e la “strega” o la “madre terribile” in quello negativo.

Come tutti gli archetipi, infatti, la Madre presenta aspetti di luce e di ombra: l’archetipo è una “facultas praeformadi”, una facoltà data a priori di rappresentare attraverso forme comuni non rigide gli eventi della vita, e attraverso cui dare significato agli accadimenti soggettivamente percepiti.

Secondo la sua esatta definizione la Grande Madre è:

«La magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile».

Anche la simbologia collegata al femminile viene dettagliatamente descritta da Jung:

«L’archetipo della Grande Madre possiede una quantità pressoché infinita di aspetti. Citerò solo alcune delle sue forme più tipiche: la madre e la nonna personali, la matrigna e la suocera, qualsiasi donna con cui esiste un rapporto (la nutrice o la bambinaia, l’antenata e la Donna Bianca). In un senso più elevato, figurato: la Dea, in particolare la madre di Dio, la vergine (come madre ringiovanita, per esempio Demetra e Core), Sophia (come madre-amante, eventualmente anche del tipo Cibele-Attis, o come figlia/madre ringiovanita-amante); la meta dell’anelito di redenzione (paradiso, regno di Dio, Gerusalemme celeste). In senso più lato: la Chiesa, l’università, la città, la patria, il cielo, la terra, il bosco, il mare e l’acqua stagnante, la materia, il mondo sotterraneo e la luna. In senso più stretto: i luoghi di nascita o di procreazione – il campo, il giardino, la roccia, la grotta, l’albero, la fonte, il pozzo profondo, il fonte battesimale, il fiore come ricettacolo (rosa e loto); il cerchio magico… In senso ancora più stretto: l’utero, ogni forma cava, il forno, la pentola; diversi animali: la mucca, la lepre ed ogni animale soccorrevole in genere».

Tutti questi simboli a cui Jung fa riferimento si riallacciano alle proprietà del materno, ed infatti hanno una duplice natura, positiva e negativa, quella della “madre amorosa” e della “madre terribile”, tanto che Jung afferma:

«La magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera, angoscia, l’ineluttabile.»

In Erich Neumann, che più di tutti gli allievi di Jung dedicò i propri studi ai vari aspetti del femminile, l’archetipo della Grande Madre (tendenzialmente conservativo e nemico della differenziazione) è il principale ostacolo allo sviluppo del Sé individuale, che per conquistare la propria parte femminile deve sviluppare le proprie capacità di separazione ed autoaffermazione.

Più in generale, la figura (o l’archetipo) della Grande Madre riappare non di rado nelle opere creative: dalla figura di Medea, che ha attraversato i secoli da Euripide a Pasolini, alla Regina della Notte del Flauto Magico di Mozart.

Data la lunghezza dell’articolo, il post è stato diviso in più pagine:


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